Roma: Guardia di Finanza, operazione “Ghost Credit”. Maxi sequestro di oltre 43 milioni per frode fiscale (video)

(240) Militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma hanno eseguito il decreto di sequestro preventivo, emesso dal G.I.P. del locale Tribunale su richiesta della Procura della Repubblica capitolina, avente ad oggetto i beni di 20 società e 15 persone fisiche per un valore complessivo di oltre 43 milioni di euro.

L’importo della misura cautelare corrisponde al totale delle imposte evase da decine di imprese operanti a Roma e provincia, per lo più nei settori dei servizi alberghieri e della logistica.

Le indagini, condotte dal II Gruppo Tutela Entrate del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria, hanno consentito di disvelare, anche valorizzando le risultanze delle attività ispettive eseguite dall’Agenzia delle Entrate nei confronti di alcuni dei soggetti coinvolti, un ampio meccanismo fraudolento che, in pochi anni, ha generato un ingente danno per l’Erario.

Figura centrale e artefice del sistema un commercialista operante a Roma che, coadiuvato da altri due professionisti compiacenti, ha gestito una moltitudine di imprese intestate a prestanome. Queste ultime, attraverso l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti per un valore di circa 190 milioni di euro, hanno generato crediti di imposta fittizi, poi utilizzati per neutralizzare i rilevanti debiti di natura contributiva nei confronti dell’INPS e fiscale per le ritenute d’imposta, derivanti dal numeroso personale dipendente.

In particolare, il credito veniva maturato simulando la compravendita di immobili mediante la stipulati di atti connotati da vistose anomalie: i beni venivano ceduti, più volte e in un arco di tempo ridotto, da una società all’altra del gruppo; i corrispettivi dichiarati, di volta in volta crescenti e ormai sensibilmente superiori al valore di mercato, non risultavano effettivamente pagati; davanti al notaio, era talvolta presente una sola persona, che rappresentava sia la parte venditrice che quella acquirente.

Gli elementi di prova raccolti nel corso delle investigazioni coordinate dalla Procura capitolina hanno consentito l’emissione del provvedimento cautelare reale in base al quale sono stati sequestrati le disponibilità finanziarie delle società, nonché i conti correnti, gli immobili e gli automezzi di proprietà di tutte le persone coinvolte nella frode.

L’operazione testimonia l’azione della Procura della Repubblica e della Guardia di Finanza di Roma volta a contrastare l’evasione e le frodi fiscali che alterano le regole del mercato e danneggiano i cittadini e gli imprenditori onesti.

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Milano: Guardia di Finanza, requisite e destinate alla Protezione Civile circa 122.000 mascherine e migliaia di prodotti igienizzanti sequestrati (video)

(234) Nell’ambito delle attività di controllo economico del territorio e sul rispetto delle misure di contenimento dell’emergenza epidemiologica in corso, la Guardia di Finanza di Milano ha scoperto e sequestrato circa 122.000 mascherine chirurgiche e migliaia di confezioni di igienizzanti che, su disposizione del Commissario Straordinario per l’emergenza da Covid- 19, sono stati ora requisiti con decreto del Prefetto di Milano e destinati alla Protezione Civile.

In particolare, i Baschi Verdi del Gruppo Pronto Impiego milanese, impegnati in un servizio di pattugliamento per il controllo dei traffici illeciti sul territorio e per vigilare sulle disposizioni emanate per l’emergenza coronavirus, in località Lacchiarella (MI) hanno fermato un soggetto a bordo di un’autovettura, sui sedili posteriori della quale hanno notato la presenza di alcuni cartoni.

Nel controllarne il contenuto hanno scoperto che contenevano circa 7.000 mascherine chirurgiche recanti indicazioni in lingua cinese e prive della marcatura CE, che venivano trasportate, per la successiva vendita a terzi, senza alcuna documentazione.
Effettuando ulteriori approfondimenti, i Finanzieri sono risaliti a un altro soggetto e alla ditta che aveva importato e ceduto tali mascherine, nel cui magazzino ne sono state trovate ulteriori 115.000 oltre a migliaia di confezioni di prodotti igienizzanti privi delle prescritte indicazioni e autorizzazioni.

Il Decreto Legge 17 marzo 2020 n. 18 (c.d. decreto “Cura Italia”), convertito nella Legge 24 aprile 2020 n. 27, all’art.15 ha introdotto, per questo periodo emergenziale, un’apposita deroga alle disposizioni che prevedono la presenza della marcatura CE sulle mascherine chirurgiche e sui dispositivi di protezione individuale. Chi intende avvalersi di questa deroga, però, deve comunque inviare all’Istituto Superiore di Sanità e all’INAIL un’autocertificazione nella quale si attestano le caratteristiche tecniche dei prodotti, e ogni elemento utile per consentire a tali Enti di valutare che siano rispettati in ogni caso i necessari requisiti di sicurezza.

Da quanto accertato dai Baschi Verdi, i soggetti controllati avevano importato “in nero” per la commercializzazione le mascherine, senza alcun documento contabile o fiscale e senza ottemperare a quanto disposto dalla richiamata norma del decreto “Cura Italia”.
Inoltre, i prodotti igienizzanti riportavano diciture su un’asserita azione disinfettante, germicida o battericida nonostante fossero privi del riconoscimento da parte del Ministero della Salute della qualità di presidi medico-chirurgici.

Il materiale trovato è stato sottoposto a sequestro e i due responsabili sono stati segnalati anche per frode in commercio all’Autorità Giudiziaria di Pavia. A ciò si è aggiunta pure la violazione delle disposizioni sul contenimento del Covid-19, tenuto conto del fatto che la ditta presso cui si trovavano i prodotti sequestrati era in quel momento indebitamente aperta nonostante non rientrasse tra quelle autorizzate.

In considerazione dell’elevato attuale fabbisogno di tali prodotti, l’Autorità Giudiziaria pavese ha autorizzato che gli stessi fossero messi a disposizione del Commissario Straordinario, che ha interessato il Prefetto di Milano per l’adozione del successivo provvedimento di requisizione.

Nel disporre la requisizione il Prefetto ha, quindi, incaricato i Finanzieri di consegnare tali mascherine e igienizzanti al Dipartimento di Protezione Civile affinché – essendo stati anche testati e analizzati grazie alla collaborazione del Politecnico di Milano – possano essere impiegati per le esigenze della collettività.

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Molise: Arma dei Carabinieri e Guardia di Finanza, operazione “Piazza Pulita”. Associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, detenzione e spaccio, estorsioni, trasferimento fraudolento di valori, impiego di denaro beni o utilità di provenienza illecita, autoriciclaggio e porto abusivo di armi: eseguite 39 misure cautelari

(185) Dopo due anni di indagini coordinate dalla Procura Distrettuale Antimafia di Campobasso, Carabinieri e Finanzieri hanno eseguito oggi 39 misure cautelari (n. 20 custodie cautelari in carcere, n. 7 custodie agli arresti domiciliari, n. 4 divieti di dimora in Molise e Campania, n. 6 divieti di dimora in Molise, n. 1 obbligo di dimora in Campobasso e n. 1 obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria), disposte dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Campobasso Dott.ssa Teresina Pepe.

Le misure cautelari sono state eseguite nelle regioni Molise (Bojano – CB, Campobasso e Isernia) Campania (Napoli, Afragola – NA e Benevento) Puglia (Torremaggiore – FG) Calabria (nei confronti di soggetto attualmente detenuto presso la Casa Circondariale di Cosenza) ed attraverso Mandato di Arresto Europeo nei confronti di un cittadino rumeno attualmente residente in Germania.

I soggetti destinatari dei provvedimenti sono ritenuti responsabili, a vario titolo, dei reati di associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, traffico di stupefacenti ed estorsioni, anche con l’aggravante del c.d. “metodo mafioso”, trasferimento fraudolento di valori, impiego di denaro beni o utilità di provenienza illecita, autoriciclaggio e porto abusivo di armi.

E’ l’epilogo dell’operazione Piazza Pulita, nome scelto dagli investigatori dell’ARMA e delle FIAMME GIALLE, per attestare la costante attenzione ai fenomeni criminali posta quotidianamente in essere con il controllo del territorio che ha consentito di scoprire il tentativo di infiltrazione della criminalità organizzata di stampo mafioso nella provincia di Campobasso e nella sua sana economia.

Sotto la direzione del Procuratore Distrettuale Antimafia Dott. Nicola D’Angelo e del Sostituto Procuratore Dott. Vittorio Gallucci, l’attività di indagine condotta da carabinieri e finanzieri ha avuto come obbiettivo sia quello di arginare la recrudescenza del fenomeno del traffico di sostanze stupefacenti nella provincia di Campobasso, sia di ostacolare il processo di espansione e radicamento di attività criminali provenienti dall’hinterland napoletano.

L’articolata attività d’indagine, condotta dai carabinieri del Nucleo Investigativo del Reparto Operativo del Comando Provinciale di Campobasso, dai finanzieri del G.I.C.O. del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Campobasso in collaborazione con lo S.C.I.C.O. di Roma, ha permesso di individuare tre sodalizi, consentendo di accertare condotte legate al traffico ed al commercio di sostanze stupefacenti del tipo cocaina, eroina e hashish destinate al territorio della provincia di Campobasso e al riciclaggio/reimpiego di denaro di provenienza illecita.

In particolare, i proventi dello spaccio di sostanze stupefacenti (commesso anche nelle cittadine campane di Castello di Cisterna e Pomigliano d’Arco), sono finiti all’interno di due imprese molisane operanti nel settore della commercializzazione di pellet che, potendo così contare su sempre maggiore liquidità, hanno potuto vendere il combustibile domestico a prezzi bassi e fuori mercato, ponendo in essere così una concorrenza sleale che ha consentito loro di diventare, giorno dopo giorno, i monopolisti assoluti.

Di fatto, gli investigatori hanno scoperto pregiudicati campani, già affiliati a clan camorristici, dimoranti sul territorio molisano che si erano stabilmente insediati nella provincia di Campobasso avvalendosi di altri soggetti del luogo coinvolti nel mercato degli stupefacenti.

Nel corso delle indagini venivano così individuati inizialmente due gruppi malavitosi, capeggiati da due pregiudicati molisani, entrambi con autonome attività di spaccio, che interagivano tra loro per l’approvvigionamento dello stupefacente.

A fronte dell’attività di traffico di droga della prima associazione (composta da n. 7 persone) con base operativa in Bojano (sia presso un’abitazione che in aperta campagna), la seconda (composta da n. 10 persone) si è dimostrata più attiva tanto che attraverso la gestione del night club “Luxuria” (sito nel comune di San Massimo) – centro di un vero e proprio smercio di droga fra i clienti – è risultata operativa sia nel centro matesino che nel capoluogo molisano.

A questi due gruppi che già operavano nella predetta area, si aggiungeva un nuovo sodalizio, di estrazione camorristica, capeggiato da un pregiudicato campano capace di assicurare un ottimo canale di rifornimento e ingenti quantità di stupefacente.

Detto nuovo sodalizio (composto da n. 10 persone), capeggiato da elemento di spicco della camorra napoletana, unitamente a pregiudicato a capo del sodalizio locale, poneva in essere implicite ed esplicite minacce di gravi ritorsioni nei confronti dei soggetti debitori di somme di denaro per l’acquisto di partite di droga, avvalendosi della forza di intimidazione ed assoggettamento derivante dall’appartenenza alla criminalità organizzata di tipo ‘camorristico’ e sfruttando pertanto il c.d. “metodo mafioso”.

Tale evidenza investigativa apriva uno spaccato sull’operato del pluripregiudicato campano (legato al clan Rega operante in Pomigliano D’Arco e Castello di Cisterna) che, a seguito dell’applicazione del divieto di dimora in Campania, aveva spostato il centro dei propri interessi illeciti in Bojano, ove costituiva due società con l’intento di farvi confluire i proventi dei propri affari.

Durante le indagini, condotte a partire dall’estate del 2018 con intercettazioni telefoniche e ambientali (audio e video), perquisizioni e sequestri, acquisizione di documentazione contabile e bancaria, audizione di numerosissime persone informate sui fatti, attività di osservazione, pedinamento e controllo, venivano effettuati n. 6 arresti e n. 13 denunce in stato di libertà, rilevate circa 2.500 condotte di cessione e di detenzione di stupefacente, con sequestri di sostanza stupefacente per un totale di circa gr. 400 di cocaina, gr. 70 di eroina e kg. 3 di hashish.

A conclusione delle indagini venivano così denunciati complessivamente 58 soggetti (italiani e stranieri) per i reati di associazione a delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, riciclaggio ed autoriciclaggio, nonché per i reati di minaccia ed estorsione, detenzione abusiva di armi e trasferimento fraudolento di valori; ulteriori 5 soggetti venivano denunciati per il reato di favoreggiamento.

Oggi circa 250 uomini e donne dei Comandi Provinciali dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza di Campobasso e dello S.C.I.C.O. di Roma, coadiuvati dai carabinieri e finanzieri dei Comandi Provinciali di Napoli, Benevento, Cosenza, Isernia e Foggia con l’ausilio di 5 unità cinofile della Legione Carabinieri Abruzzo e Molise, di 4 unità cinofile dei Comandi Regionali Puglia e Molise della Guardia di Finanza, degli elicotteri del 5° Nec e del ROAN di Pescara, nonché del Servizio Centrale Investigazioni Criminalità Organizzata della Guardia di Finanza hanno dato esecuzione alle predette misure cautelari eseguendo altresì oltre 60 perquisizioni.

Nel corso dell’operazione, nell’ottica di perseguire il contrasto al patrimonio illecitamente conseguito dai gruppi criminali scoperti, si è proceduto ad articolate indagini patrimoniali, al cui esito il G.I.P. del Tribunale di Campobasso ha emesso un decreto di sequestro preventivo finalizzato alla successiva confisca di abitazioni, autovetture, quote societarie di due imprese molisane per un valore di oltre € 1.000.000 (un milione) di euro.

In particolare è stato accertato come il denaro proveniente dallo spaccio di sostanze stupefacenti confluisse nelle predette società ove gli indagati impiegavano quelle somme nella gestione ordinaria delle attività, come ad esempio il pagamento degli affitti e delle forniture di pellet.

Allo stato tutte le misure sono state eseguite ad eccezione di un soggetto attivamente ricercato. Durante le perquisizioni sono state rinvenute modifiche quantità di sostanze stupefacenti, quali hashish e cocaina. Sono tuttora in corso i sequestri di beni e delle aziende riconducibili ai soggetti arrestati.

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Napoli: Guardia di Finanza, 5 arresti per associazione di stampo mafioso, estorsione, illecita concorrenza, intestazione fittizia di beni, riciclaggio e reimpiego di proventi illeciti, sequestrati beni per 10 milioni (video)

(232) Il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli ha oggi eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal G.I.P. del Tribunale di Napoli nei confronti di sette persone a conclusione di indagini della Direzione Distrettuale Antimafia in relazioni ad ipotesi di reato (associazione di stampo mafioso, estorsione, illecita concorrenza, intestazione fittizia di beni, riciclaggio e reimpiego di proventi illeciti).

Contestualmente, sono stati sottoposti a sequestro preventivo beni per un valore complessivo di oltre dieci milioni di euro, tra cui undici società, diversi immobili, svariati automezzi ed un’imbarcazione; beni che, sulla base degli elementi finora raccolti, risulterebbero direttamente o indirettamente collegati alle predette attività delittuose.

I provvedimenti scaturiscono da complesse indagini condotte su alcuni affiliati di spicco del clan camorristico denominato “VINELLA-GRASSI”, storicamente attivo nell’area nord di Napoli, dapprima satellite del gruppo criminale dei DI LAURO, quindi confluito nel cartello scissionista degli AMATO PAGANO, sino a diventare autonomo e potente clan dopo la sanguinosa faida del 2012-13 che ne ha segnato la vittoriosa contrapposizione agli ABETE-ABBINANTE.

In base alle investigazioni MENNETTA Antonio, considerato capo dell’organizzazione camorristica “VINELLA GRASSI”, sebbene sottoposto al regime detentivo dell’art. 41bis O.P., ha mantenuto saldo il controllo dell’organizzazione e delle sue strategie di reinvestimento dei profitti delle relative attività delinquenziali in società operanti soprattutto (ma non solo) nel settore della vigilanza privata e in quello immobiliare.

L’espansione commerciale delle imprese riferibili al clan risulta proiettata anche nei settori d’impresa collegati all’emergenza sanitaria da COVID-19, risultando l’acquisizione di incarichi nel campo della sanificazione dei locali.

GENERALITÀ DEI SOGGETTI DESTINATARI DEL PROVVEDIMENTO:

Custodia in carcere:

1. MENNETTA Antonio, nato a Napoli il 03/01/1985;

2. PETRICCIONE Annunziata, nata a Napoli l’1/04/1962;

3. SPERINDIO Alberto, nato a Napoli il 19/01/1979;

4. DI BARI Salvatore, nato a Napoli il 22/07/1977;

5. VALLEFUOCO Giovanni, nato a Mugnano di Napoli l’1/06/1970;

Obbligo di dimora e divieto di esercizio di impresa e di uffici direttivi di imprese:

6. SPERINDIO Gianluca, nato a Napoli il 30/01/1984;

7. AURINO Antonio, nato a Napoli l’11/11/1986.

 

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Reggio di Calabria: Guardia di Finanza, operazione “Mala Civitas”. Predavano risorse destinate ai più bisognosi, 101 boss e gregari della maggiori ‘ndrine della provincia hanno richiesto e riscosso indebitamente il reddito di cittadinanza (video)

(231) 101 ‘ndranghetisti organici alle maggiori cosche della provincia, con ruoli gerarchici diversificati al loro interno, pur nella comune Continue reading “Reggio di Calabria: Guardia di Finanza, operazione “Mala Civitas”. Predavano risorse destinate ai più bisognosi, 101 boss e gregari della maggiori ‘ndrine della provincia hanno richiesto e riscosso indebitamente il reddito di cittadinanza (video)”

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Roma: Guardia di Finanza, operazione “Lazzaro”. Anziani saccheggiati delle loro proprietà, arrestati un avvocato ed un imprenditore (video)

(230) Militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma hanno eseguito un’ordinanza con la quale il Tribunale capitolino ha disposto, su richiesta della locale Procura della Repubblica, la custodia cautelare in carcere nei confronti di LUONI Francesco (classe 1969), avvocato, e CHIANESE Maurizio (classe 1960), imprenditore.

I destinatari della misura sono indagati per peculato e corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio. Le indagini, svolte dalle Fiamme Gialle della Sezione di Polizia Giudiziaria e del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria – Gruppo Tutela Spesa Pubblica, hanno consentito di portare alla luce una serie di condotte illecite che LUONI, in qualità di amministratore di sostegno di persone molto anziane, totalmente incapaci di intendere e di volere, e CHIANESE, hanno posto in essere per perpetrare – come evidenzia il G.I.P. nel provvedimento – «un vero e proprio “saccheggio” delle proprietà» delle vittime.

Per giustificare i pagamenti e “drenare” le disponibilità finanziarie dei diversi assistiti, il professionista si faceva emettere da società riconducibili a CHIANESE fatture per svariate migliaia di euro al mese, relative a prestazioni di assistenza asseritamente rese da infermieri o badanti ma mai effettuate o effettuate soltanto in parte ovvero provvedeva a pagare più volte le stesse attività, finanche alla stessa persona.

Le spoliazioni non riguardavano soltanto denaro ma anche immobili. Tramite la mediazione di CHIANESE, LUONI ha venduto, richiedendo l’autorizzazione d’urgenza al Giudice Tutelare, la nuda proprietà dell’appartamento di una signora ormai morente, sito nel quartiere Prati, a un prezzo notevolmente inferiore a quello di mercato, ricevendo dall’acquirente – indagato, in concorso, per corruzione – un illecito compenso in contanti.

Oltre alla misura cautelare personale, il G.I.P. ha disposto il sequestro preventivo fino alla concorrenza di circa 150.000 euro nei confronti di LUONI, di CHIANESE, dell’acquirente dell’appartamento e di un altro professionista, anche egli indagato per peculato per aver pagato a CHIANESE, in qualità di amministratore di sostegno, fatture per servizi assistenziali resi per importi largamente inferiori.

L’operazione odierna testimonia l’efficacia dell’azione svolta dalla Procura della Repubblica e dalla Guardia di Finanza di Roma a tutela dei soggetti più vulnerabili, danneggiati, in questo caso, proprio dalle figure previste dalla legge per la salvaguardia dei loro interessi.

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Trieste: Guardia di Finanza e Carabinieri arrestano 6 persone per traffico illecito di rifiuti (video)

(229) Dalle prime ore dell’alba, Carabinieri e Guardia di Finanza stanno eseguendo, in talune località nelle provincie di Gorizia, Napoli e Belluno, sei misure di custodia cautelare personale disposte dal G.I.P. di Trieste, su richiesta dal Dott. Antonio Miggiani della Direzione Distrettuale Antimafia di Trieste, nei confronti di altrettanti soggetti, ritenuti responsabili di aver preso parte ad un’attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti a carattere transnazionale.

Le indagini, avviate con il sequestro di un capannone industriale stracolmo di rifiuti da parte dell’Arma di Gorizia e condotte dai Carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando Provinciale del capoluogo isontino, unitamente a personale del ROS ed ai Finanzieri del GICO di Trieste e dello SCICO di Roma, consentivano di dare riscontro all’ipotesi investigativa formulata, documentando come i destinatari dei provvedimenti cautelari, nelle persone di G. D. di anni 48, P. P. di anni 39, R. D. di anni 51, A. D. di anni 44, F. C. di anni 56, C. P. di anni 56, avevano smaltito illecitamente circa 4.500 tonnellate di rifiuti speciali, costituiti da “balle reggiate”, di un metro cubo l’una, di rifiuti plastici provenienti da un impianto di recupero di una società del bellunese (BL) e da un’area dismessa ubicata in Borovnica (Slo), abbandonandoli all’interno di un capannone industriale, ubicato a Mossa (GO), di proprietà di due società con sede in Napoli e di Gorizia, adattato con un varco d’accesso laterale creato appositamente per effettuare gli scarichi abusivi in piena tranquillità, al riparo da sguardi indiscreti. Il trasporto a Mossa dei rifiuti avveniva utilizzando i camion messi a disposizione da alcune compiacenti aziende di trasporto slovene.

L’attività investigativa è stata condotta anche con l’ausilio di un drone, che ha consentito di monitorare numerosi scarichi di rifiuti da parte degli indagati, per lo più nelle prime ore dell’alba e che, allo scopo di sottrarsi allo sguardo indiscreto di curiosi o ai controlli delle Forze dell’Ordine, avvenivano da un ingresso del capannone ricavato in un’area caratterizzata da folta vegetazione, dunque di difficile individuazione. Nonostante le difficoltà, l’attività di osservazione realizzata ha permesso di seguire ogni movimento degli automezzi, dal loro ingresso in Italia sino al sito di smaltimento finale dei rifiuti.

Particolare risalto assume il contestuale sequestro preventivo di beni nella disponibilità degli indagati, per un valore pari a circa un milione di euro, profitto del reato, individuato nel danno ambientale arrecato dagli indagati al Comune di Mossa con l’abbandono dei rifiuti.

Nel corso delle indagini gli investigatori hanno documentato inoltre la ricerca da parte degli indagati, una volta sequestrato il capannone di Mossa (GO), di siti alternativi sul territorio friulano ove continuare la lucrosa attività illecita.

Sono in corso numerose perquisizioni in Friuli Venezia Giulia, Veneto e Campania, al fine di recuperare la documentazione necessaria a ricostruire l’esatta provenienza dei rifiuti e le tappe intermedie toccate dagli automezzi prima di giungere al sito di destinazione finale.

Il G.I.P., nel motivare le esigenze cautelari, ha, inoltre, ricollegato la vicenda al diffuso fenomeno delle eco-mafie, sottolineando il fumus della presenza della criminalità organizzata ed il particolare livello di pericolosità, emersi nel corso delle indagini, per le evidenti affinità dell’accaduto con dinamiche criminali tipiche dell’area napoletana.

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Catania: Procura della Repubblica e Guardia di Finanza, operazione “Consegna a domicilio”. Associazioni dedite al traffico di stupefacenti ed a furti aggravati anche in abitazioni, 11 arresti (video)

(228) Su delega di questa Procura della Repubblica, i Finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Catania hanno dato esecuzione a un’ordinanza di misure cautelari emessa dal G.I.P. del Tribunale etneo nei confronti di 11 persone (10 ristrette in carcere e una agli arresti domiciliari) indagate, a vario titolo, per associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti (principalmente cocaina e marijuana) nonché alla perpetrazione di furti aggravati anche in abitazioni.

L’investigazione condotta dal Nucleo di Polizia Economico- Finanziaria di Catania e coordinata da questa Procura Distrettuale si caratterizzava per l’acquisizione di gravi e plurimi indizi attraverso intercettazioni telefoniche e ambientali puntualmente riscontrati dall’esecuzione di 5 arresti in flagranza di reato per spaccio di stupefacenti e furto in abitazione nonché dal sequestro di kg.4,5 di marijuana. L’indagine è convenzionalmente denominata operazione “CONSEGNA A DOMICILIO” in ragione del fatto che l’appartamento del principale indagato era divenuto una base logistica per la compravendita all’ingrosso e al dettaglio di cocaina e marijuana.

Nello specifico, l’indagine dei Finanzieri del G.I.C.O. di Catania trae la sua origine dallo sviluppo diretto delle evidenze emerse in un distinto procedimento penale che portò, nel gennaio 2016, all’arresto in flagranza di reato di 2 soggetti trovati in possesso di cocaina e eroina, sostanze stupefacenti destinate ad essere acquistate proprio dal sodalizio criminale successivamente investigato. Nel proseguo delle attività, i Finanzieri del Nucleo P.E.F. delineavano anche l’operatività di una distinta associazione che, oltre a spacciare stupefacenti, si era specializzata nella realizzazione di furti in abitazione e in esercizi commerciali “con spaccata”.

Il primo sodalizio criminale ruota intorno alla figura di RUSSO Carmelo (cl.1955) detto “TURAZZO” la cui abitazione di Misterbianco fungeva da centrale operativa dello spaccio oltreché sede di incontri con pregiudicati e soggetti sottoposti a provvedimenti di sorveglianza speciale della pubblica sicurezza. RUSSO Carmelo unitamente al fratello Mario (cl.1972), quest’ultimo già condannato per la sua appartenenza al clan mafioso dei “Cursoti Milanesi”, mantenevano costanti relazioni con fornitori (palermitani e calabresi) ed acquirenti (localizzati a Messina, Siracusa, Motta Sant’Anastasia, Portopalo di Capopassero) avvalendosi della collaborazione dei seguenti sodali (tutti ristretti in carcere):

  • INNAO Filadelfo (cl. 1957) e GIANNETTO Cirino (cl. 1971) quali detentori della “cassa comune” del gruppo criminale e, quando necessario, corrieri dello stupefacente acquistato o da cedere;
  • PAVONE Emanuele (cl. 1966) il quale si occupava della fase di approvvigionamento degli stupefacenti nonché della vendita in territorio messinese;
  • BEVILACQUA Antonio (cl. 1974) e PELLE Antonio (cl. 1986), entrambi reggini, quali stabili fornitori di cocaina della formazione criminale catanese.

Il secondo focus investigativo dell’operazione in rassegna era rappresentato dall’associazione a delinquere capeggiata da Vito Danilo CAPUTO (cl. 1989) e da Pio Giuseppe SCARDACI (cl. 1986) e completata da Alfio STANCAPIANO (cl. 1994) e Carmelo MOTTA (cl. 1985) – i primi tre sono stati ristretti in carcere, il quarto ai domiciliari – i quali erano autori seriali di furti, anche tentati, in appartamento. Nello specifico, gli indagati erano soliti impossessarsi delle chiavi dell’abitazione che il malcapitato lasciava incustodite nella sua autovettura per poi recarsi presso l’appartamento della vittima e agire indisturbati. Spesso la persona offesa non si rendeva conto della sottrazione delle chiavi in quanto l’autovettura veniva aperta senza che gli indagati lasciassero evidenti segni di effrazione.

Tra i fatti criminosi orchestrati dal citato gruppo criminale figurano:

  • il furto di una Fiat Bravo a Lentini (SR) e conseguente utilizzo dello stesso veicolo contro la vetrina di un esercizio commerciale di Siracusa per l’impossessamento di oltre 500 capi di abbigliamento del valore di circa 25 mila euro;
  • il furto in un’abitazione di Belpasso (CT) con il conseguimento di un bottino di gioielli del complessivo valore di 1.500 euro circa;
  • il furto in un appartamento a Cefalù (PA) di gioielli e denaro contante per circa 80 mila euro recuperati dalla Guardia di Finanza di Catania in occasione dell’arresto in flagranza di reato dei 2 responsabili.

L’indagine del Nucleo di Polizia Economico- Finanziaria di Catania ha, dunque, permesso di porre fine all’attivismo di due agguerriti sodalizi che si muovevano a stretto contatto con soggetti interni ad organizzazioni mafiose già raggiunti da provvedimenti restrittivi richiesti da quest’Ufficio ed eseguiti anche da altre forze di polizia.

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Como: Procura della Repubblica e Guardia di Finanza, operazione “Orazio”. 14 arresti per reati contro la Pubblica Amministrazione (video)

(227) Il Nucleo di Polizia Economico-finanziaria di Como ha in data odierna dato esecuzione ad una Ordinanza di applicazione di misure coercitive emessa dal Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Como nei confronti di 14 indagati (due destinatari della misura cautelare in carcere: una professionista dello studio commercialistico PRENESTRÌ ed un funzionario della Agenzia delle Entrate di Como e 12 destinatari della misura degli arresti domiciliari, tra cui un ex dirigente della Agenzia delle Entrate di Como, un ex dirigente della Agenzia delle Entrate di Milano, 9 professionisti e un imprenditore). I reati contestati sono corruzione (a carico di 13 degli indagati), emissione ed utilizzo di fatture a fronte di operazioni inesistenti per oltre 280.000 euro (a carico di una indagata), abuso di ufficio e rivelazione di segreti di ufficio, nonché favoreggiamento (nei confronti di uno degli accusati).

I destinatari delle misure cautelari sono accusati di 16 episodi di corruzione (uno riguardante il solo Leoni, due riguardanti Leoni e La Verde, 13 concernenti il solo La Verde).

La Procura della Repubblica ha contestato altresì altri 6 episodi di corruzione. Per tali episodi, il Giudice per le indagini preliminari non ha ravvisato la sussistenza di esigenze cautelari.

I contribuenti (persone fisiche e giuridiche) beneficiati dagli accordi corruttivi contestati da questo Ufficio sono 37.

Gli episodi corruttivi riguardanti l’ex direttore Leoni e La Verde sono stati caratterizzati dal versamento di somme in favore dei due pubblici ufficiali (in cinque dei reati contestati da questo Ufficio attraverso l’intermediazione di un funzionario dell’Agenzia delle Entrate di Como in servizio nonché di un ex dirigente dell’Agenzia delle Entrate di Como) da parte dei professionisti indagati in cambio di provvedimenti favorevoli per i clienti di questi ultimi, quali:

1) la cessazione della verifica fiscale in corso,
2) la mancata estensione della verifica tributaria ad altre annualità,
3) la rideterminazione di rilievi e sanzioni con conseguente indebita riduzione del debito erariale,

4) l’annullamento in autotutela di avvisi di rettifica e liquidazione,
5) la predisposizione da parte del LA VERDE di numerosi:

  • atti di mediazione e conciliazione con i contribuenti con i quali le contestazioni tributarie e conseguenti pretese di pagamento dell’Agenzia venivano indebitamente ridotte;
  • atti di annullamento in autotutela dei provvedimenti della Agenzia delle Entrate;
  • ricorsi ed atti di impugnazione dinanzi alle Commissioni Tributarie (per conto dei professionisti corruttori e da questi formalmente firmati e presentati) avverso provvedimenti dell’Agenzia delle Entrate quali avvisi di accertamento, rettifica e liquidazione finalizzati ad ottenerne l’annullamento e conseguenti,
  • atti di conciliazione stragiudiziale che consentivano indebiti risparmi per i contribuenti;

6) la partecipazione da parte del LA VERDE alle udienze quale funzionario delegato a rappresentare l’Agenzia delle Entrate di Como, nel corso delle quali gli interessi dell’Erario non venivano adeguatamente tutelati,

7)  la mancata impugnazione avverso le decisioni della Commissione Tributaria che aveva accolto i ricorsi dei contribuenti predisposti dallo stesso LA VERDE,

8)  la sollecitazione nei confronti di altri Funzionari della Agenzia delle Entrate perché concludessero atti di mediazione con i contribuenti che prevedessero significative ed indebite riduzioni della pretesa erariale.

Le tangenti sono state, in alcuni episodi corruttivi, occultate tramite operazioni fraudolente di registrazione di emissione ed utilizzo di fatture a fronte di operazioni inesistenti rese possibili dalla disponibilità dei legali rappresentanti di associazioni sportive emittenti le fatture ad effettuare le retrocessioni di denaro in contante su richiesta dei professionisti dello studio Pennestrì.

I reati contestati coprono un arco temporale dal 2012 al 2019.

L’ammontare selle somme erogate per corrompere i pubblici ufficiali e remunerare gli intermediari è pari a circa 280.000 euro.

Il risparmio erariale ottenuto dai contribuenti grazie agli atti corruttivi dei professionisti indagati è stato di circa 2.160.000 euro.

La misura cautelare degli arresti domiciliari ha raggiunto anche l’ex capo settore gestione delle risorse, amministrazione del personale, contenzioso e disciplina dell’Agenzia delle Entrate di Milano per indebita rilevazione di segreti di ufficio e favoreggiamento.

Questi è accusato di aver rivelato a Roberto LEONI l’esistenza di un procedimento penale a suo carico pendente presso la Procura della Repubblica di Como iscritto a seguito delle dichiarazioni rese al P.M. da un Funzionario della Agenzia delle Entrate di Como.

Si procede nei confronti dell’ex Dirigente in questione anche per abuso in atti del proprio ufficio per avere istigato LEONI e LA VERDE a concludere una mediazione con la quale l’originaria pretesa erariale indicata negli accertamenti per complessivi euro 227.148,85 veniva indebitamente ridotta in assenza dei presupposti di fatto e di diritto in favore di contribuenti patrocinati da un parente dell’ex dirigente dell’Agenzia delle Entrate di Milano.

La presente indagine costituisce la prosecuzione della precedente culminata negli arresti a giugno 2019

  • del Leoni, ex direttore Provinciale della Agenzia delle Entrate di Como,
  • del La Verde, già capo team dell’Ufficio legale,
  • del titolare del 33,33% del capitale sociale di TINTORIA BUTTI S.R.L. (quale corruttore destinatario della misura cautelare della custodia agli arresti domiciliari),
  • dei due titolari (padre e figlio) dello studio commercialista Pennestrì di Como (quali mediatori della corruzione destinatari della misura della custodia cautelare in carcere).

L’ulteriore sviluppo delle indagini è scaturito dalle dichiarazioni rese da LEONI e LA VERDE – la cui posizione è stata definitiva con sentenza di condanna alla pena di anni 4 di reclusione (LEONI) e anni 4 mesi 8 di reclusione (LA VERDE).

Questi hanno fornito elementi indiziari significativi su sistemi corruttivi consolidati perduranti nel circondario di Como da almeno 10 anni durante i quali i professionisti corruttori hanno ottenuto illeciti risparmi di imposta per i propri clienti attraverso l’illecito pagamento di tangenti, demandando la redazione dei ricorsi e la favorevole definizione delle pratiche a pubblici funzionari corrotti, privilegiando il ricorso a tali accordi illeciti rispetto all’instaurazione di un corretto contraddittorio con l’Erario (e svolgendo contestualmente una attività di accaparramento della clientela e concorrenza sleale ai danni di altri studi professionali che non sono ricorsi a pratiche corruttive).

Le dichiarazioni auto ed etero accusatorie rese da La Verde e Leoni sono state riscontrate: dalle intercettazioni telefoniche, da tabulati telefonici, messaggi (mail, whatsapp), documentazione cartacea ed informatica che hanno ricostruito i contatti diretti con i corruttori,
dai documenti acquisiti presso l’Agenzia delle Entrate di Como che hanno consentito di identificare le pratiche oggetto degli accordi corruttivi e ricostruire gli atti contrari posti in essere dai pubblici ufficiali LA VERDE e LEONI, dalla documentazione cartacea e informatica sequestrata a LA VERDE Stefano che ha consentito di ricostruire e documentare gli accordi corruttivi che lo hanno visto coinvolto, con particolare riferimento ad un manoscritto di quattro pagine compilate fronte retro recati l’elenco dei professionisti che lo retribuivano con l’indicazione delle somme percepite.

La Guardia di Finanza sta altresì dando esecuzione a numerosi provvedimenti di perquisizione emessi da questa Autorità Giudiziaria.

Va rimarcato il prezioso contributo fornito alla presente indagine dalla Direzione Centrale dell’Agenzia delle Entrate nell’ambito dell’attività di Audit effettuata presso la sede di Como.

Va altresì rammentato che questa indagine si è generata e sviluppata grazie alla iniziativa ed alla sensibilità istituzionale di alcuni funzionari della Agenzia delle Entrate che hanno deciso di segnalare la gestione anomala di alcune pratiche.

Con il presente comunicato si intende infine manifestare sincero apprezzamento per il grande sforzo investigativo ed organizzativo profuso, nonostante l’attuale emergenza sanitaria, dalla Guardia di Finanza nello svolgimento di indagini di particolare complessità, nonchè nell’assicurare puntuale adempimento alle deleghe di questa Autorità Giudiziaria, nella esecuzione dei provvedimenti cautelari richiesti da questo Ufficio.

 

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Messina. Guardia di Finanza, operazione “Affari Sporchi”. Sgominata associazione a delinquere dedita al riciclaggio di denaro attiva tra Messina, Brolo e Palermo. Eseguite 6 misure cautelari e sequestri per 800.000€ (video)

(226) Nel corso della mattinata odierna, i militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Messina stanno dando esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di sei persone, tutte residenti in Sicilia, appartenenti ad un’associazione per delinquere prioritariamente dedita al riciclaggio e all’autoriciclaggio di capitali, nonché alla truffa, all’esercizio abusivo dell’attività di intermediazione finanziaria e creditizia, al reimpiego di proventi illeciti, sino all’intestazione fittizia di beni, attiva nelle provincie di Messina e di Palermo, capeggiata da Prospero Lombardo, di Brolo, un ex dipendente di una filiale messinese di un noto Istituto bancario, quest’ultimo da considerarsi parte lesa.

L’operazione, frutto di complesse ed articolate indagini svolte dalle Fiamme Gialle della Tenenza di Capo D’Orlando, coordinate dal Gruppo della Guardia di Finanza di Milazzo e dirette dal Sostituto Procuratore della Repubblica di Patti Andrea Apollonio, è stata eseguita in virtù del provvedimento cautelare emesso dal G.I.P. del Tribunale di Patti, Dott. Andrea La Spada, su richiesta della Procura della Repubblica pattese, diretta dal Procuratore Capo Angelo Cavallo.

Oltre alle 6 misure cautelari personali (di cui due arresti domiciliari, due divieti di dimora nei comuni di Brolo e di Palermo e due obblighi di dimora), è stato disposto anche il sequestro preventivo di circa € 800 mila, frutto delle condotte di riciclaggio e autoriciclaggio scoperte.

Nel dettaglio, gli accertamenti eseguiti hanno consentito di smascherare una strutturata organizzazione che, attraverso un sofisticato meccanismo fraudolento, ha raccolto ingenti somme da ignari clienti, per oltre 2 milioni di euro, per poi riciclarli, sfruttando una serie di società operanti nel settore della mediazione creditizia ed altre società cd. “cartiere”, serventi solo all’emissione di false fatturazioni, necessarie per la ripulitura delle illecite provviste truffate.

Il promotore dell’associazione a delinquere, il brolese Lombardo Prospero, ha ideato ed intrapreso la propria attività criminale quando ancora lavorava come promotore finanziario presso un noto Istituto bancario messinese, ai danni di coloro che gli avevano affidato la gestione del proprio portafoglio finanziario: riusciva così a carpire la fiducia di ben 18 clienti, ponendo in essere ai loro danni molteplici truffe che gli permetteva di conseguire il capitale illecito.

Da qui l’idea di costituire una serie di società (tra cui la “Money Solutions” di Brolo e la “Trust Group” di Palermo) e di avvalersi di stretti collaboratori, ed in particolare di Provenzani Gaetano, di Milazzo, posto a capo della “Money Solutions”, per pervicacemente perseguire il proprio fine criminale, dissimulando il reimpiego delle illecite provviste, per renderne complessa la ricostruzione dell’origine.

Più in particolare, il promotore finanziario, consapevole come lo schema ideato non potesse durare nel tempo e che – prima o poi – sarebbe stato scoperto, ideava ed allestiva un complesso reticolo societario.

In tale network criminale, l’indagato riversava il denaro illecitamente raccolto dai propri clienti, per poter continuare la propria attività di investimento, mettendo a capo delle stesse gli altri componenti del sodalizio criminale, costituito da congiunti ed altri promotori finanziari, di cui, comunque, manteneva saldamente le redini, risultandone il vero dominus.

Il promotore infedele, per appropriarsi dei soldi presenti sui conti delle ignare “vittime”, ha utilizzato metodi diversi, sfruttando per i suoi illeciti fini l’incondizionata fiducia in lui riposta dai medesimi, giunti addirittura a consegnarli le credenziali d’accesso dei propri rapporti bancari.

Poco tempo dopo, tuttavia, i primi clienti si avvedevano dei notevoli ammanchi dai loro conti correnti e dell’assenza di qualsivoglia operazione d’investimento sui mercati, presentando le prime denunce.

In tale contesto, proprio le rimostranze avanzate facevano scattare un accertamento di audit interno, condotto dallo stesso Istituto bancario, che si concludeva con la confessione del medesimo promotore, reo di aver dolosamente distratto somme ingentissime, appartenenti a numerosi facoltosi clienti.

L’unica giustificazione addotta da Lombardo Prospero, nel corso delle indagini interne della Banca, era di aver sottratto fondi ai clienti per poi girarli ad altri clienti, per ripianare le loro posizioni: una illecita “catena di S. Antonio”, in un quadro in cui i clienti investitori avevano messo a sua disposizione il proprio patrimonio a fini d’investimento finanziario, investimenti effettuati solo in minima parte.

Il promotore finanziario infedele, pertanto, veniva licenziato dall’istituto di credito e, a seguito delle indagini svolte dalla CONSOB, successivamente radiato dal relativo albo di appartenenza; tale provvedimento, tuttavia, non gli impediva di proseguire negli illeciti scopi, con una determinazione degna di un elevato spessore delinquenziale che lo stesso Giudice definisce come “pervicace indole predatoria”.

L’indagato continuava, quindi, a svolgere la stessa attività illecita, provvedendo a riciclare i proventi illecitamente conseguiti, attraverso la costituzione di un sistema di ben quattro società, di cui due completamente “fantasma”, pur non figurando mai in prima persona quale rappresentante legale, ovvero quale titolare di quote delle compagini sociali.

Le Fiamme Gialle orlandine, infatti, sotto la direzione della Procura della Repubblica di Patti, a valle di mirate perquisizioni e di complessi accertamenti documentali e bancari, nonché attività tipiche di polizia giudiziaria, dimostravano come una serie di partecipi dell’associazione, tra cui altri due mediatori creditizi, tra l’altro amici di lunga data, anche per dare una parvenza di legalità al sistema messo in piedi, contribuissero in maniera determinante al raggiungimento delle illecite finalità riciclatorie, acclarando come l’occulto dominus vantasse, presso i locali di ciascuna delle società coinvolte, la disponibilità di un ufficio interamente a lui riservato.

Nel medesimo ambito, venivano rinvenuti e sottoposti a sequestro computer, tablet e chiavette USB, dalla cui analisi emergevano determinanti elementi per rafforzare l’ipotesi di accusa, oggi concretizzatasi nell’emissione della eseguita ordinanza custodiale.

Ancora, prova inconfutabile dell’unico disegno criminoso risultava una chat Whatsapp, chiamata “gruppo Money”, da cui emergeva in maniera plastica il reale ruolo svolto dal principale indagato di rappresentante di fatto e direttore commerciale di tutte le società e di ogni operazione di mediazione; emblematiche determinate affermazioni: “Siamo una squadra e tutti corriamo per lo stesso obiettivo”, “Gladiatori pronti per la battaglia quotidiana e mai soli”, “Forza leoni, uniti e insieme si vince!”.

Oltre alle misure cautelari personale per tutti i 6 membri dell’associazione dedita al riciclaggio di capitali, il G.I.P. del Tribunale di Patti, Dott. Andrea La Spada, con il medesimo provvedimento, ha disposto, altresì, il sequestro preventivo per circa 800 mila euro, sia nei confronti dei patrimoni personali degli indagati, sia rispetto alle società della filiera criminale, tra cui la “Money Solutions” di Brolo e la “Trust Group” di Palermo.

L’operazione descritta testimonia l’impegno della Guardia di Finanza peloritana e dell’Autorità Giudiziaria pattese a tutela della sicurezza economico finanziaria del delicato tessuto economico della provincia di Messina, nonché a tutela dei risparmiatori da forme di esercizio abusivo e fraudolento di attività di intermediazione finanziaria e di raccolta del risparmio, soprattutto in questo periodo di forte crisi, anche e soprattutto economica, determinata dall’emergenza pandemica causata dal COVID-19.

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Lodi (Mi): Guardia di Finanza, operazione “Spartaco”. Impresa della grande distribuzione organizzata evade il fisco, ricicla, sfrutta ed estorce i propri lavoratori. 17 indagati, 5 misure cautelati personali e sequestro beni per oltre 20 milioni

(225) Dalle prime luci dell’alba militari del Comando Provinciale di Lodi stanno eseguendo una complessa misura personale e reale nei confronti di una famiglia di imprenditori lodigiani per associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento dei lavoratori, all’estorsione, all’evasione fiscale ed al riciclaggio dei relativi proventi.

L’attività di indagine condotta dal Gruppo di Lodi, sotto la direzione della locale Procura della Repubblica, ha consentito di disvelare una vera e propria organizzazione criminale avente una solida struttura piramidale, leader nel trasporto conto terzi, avente oltre 150 dipendenti.

Una vera e propria galassia di società costituite con l’unico scopo di evadere il fisco (oltre 60 i milioni di fatture per operazioni inesistenti emesse) ha permesso di creare fondi neri per oltre 20 milioni di euro i quali riciclati, ed in parte reimpiegati nelle attività aziendali, hanno consentito a questa impresa criminale di accaparrarsi enorme fette di mercato della grande distribuzione organizzata, tanto da farla divenire uno dei gruppi di riferimento nazionale per il trasporto delle merci deperibili.

La sagacia criminale era abbinata, però, anche ad una spregiudicata gestione dei dipendenti attraverso il sistematico ricorso a condotte estorsive e alla violazione della normativa sul lavoro con:

  • la corresponsione di retribuzioni in modo difforme dai contratti collettivi nazionali e territoriali;
  • la decurtazione dello stipendio per ogni giorno di assenza o di ferie fruito;
  • l’imposizione di turni massacranti, anche di 18 ore continue, senza la prescritta fruizione dei riposi;
  • l’imposizione dell’utilizzo di doppi dischi tachigrafi cartacei dei mezzi che venivano distrutti al termine del tragitto;
  • l’obbligo di lavorare in precarie situazioni di sicurezza ed igiene (alloggiamento dei lavoratori in ambienti degradati, mancata effettuazione delle visite mediche previste).

Queste condizioni vessatorie sono state accettate dai dipendenti solo dietro la continua minaccia del licenziamento e facendogli sottoscrivere contratti di lavoro a tempo determinato della durata di pochi mesi (a volte anche 30 giorni), non rinnovati a coloro che non sottostavano a tale modus operandi aziendale.

Il GIP del Tribunale di Lodi ha disposto la misura cautelare degli arresti domiciliari per il dominus dell’organizzazione (P.R. di anni 52), l’obbligo di firma alla p.g. per quattro associati (P.S. di anni 30, P.M. di anni 35, M.P. di anni 58 e P.G.R. di anni 41) nonché il sequestro di oltre 20 milioni di euro pari all’imposta complessivamente evasa; oggetto di sequestro sono stati i beni mobili ed immobili intestati agli indagati.

L’operazione Spartaco sottolinea il ruolo di polizia economico-finanziaria svolto dalla Guardia di Finanza con un’attenta e forte vocazione sociale, soprattutto nel contesto emergenziale attuale, perché completamente protesa verso il cittadino onesto e la tutela dell’impresa regolare.

 

 

 

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Reggio di Calabria: concorso esterno in associazione mafiosa e turbativa d’asta aggravata dall’agevolazione della ‘ndrangheta. Notificato avviso di conclusione delle indagini a 19 persone tra cui noti imprenditori contigui alla cosca “Condello” e funzionari pubblici infedeli

(220) Militari del Comando Provinciale di Reggio Calabria, coordinati dalla locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, Continue reading “Reggio di Calabria: concorso esterno in associazione mafiosa e turbativa d’asta aggravata dall’agevolazione della ‘ndrangheta. Notificato avviso di conclusione delle indagini a 19 persone tra cui noti imprenditori contigui alla cosca “Condello” e funzionari pubblici infedeli”

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Guardia di Finanza, Nucleo Speciale Tutela Privacy e Frodi Tecnologiche: sequestrati 28 siti web ed 8 canali Telegram che pubblicavano illegalmente giornali e riviste (video)

(215) l Nucleo Speciale Tutela Privacy e Frodi Tecnologiche della Guardia di Finanza di Roma ha effettuato una specifica indagine sulla pirateria editoriale, sotto il coordinamento della Procura della Repubblica di Roma – Pool Reati Informatici – ha sequestrato 28 siti web e 8 canali Telegram che consentivano la visualizzazione e il download illegale delle copie digitali di numerosi giornali e riviste nazionali ed internazionali. L’indagine, avviata ad inizio 2020, ha preso le mosse da una attività tecnica di monitoraggio della rete, che nell’ultimo periodo è stata intensificata per contrastare un fenomeno, quello della pirateria editoriale, che ha visto un consistente incremento anche a causa dell’attuale emergenza sanitaria. La permanenza a casa ha indotto infatti molte persone a cercare online contenuti editoriali gratuiti, reperibili su diversi siti web illegali.

I finanzieri del Nucleo, riscontrando la crescita del fenomeno illegale hanno iniziato una approfondita analisi del web, monitorando e verificando migliaia di risorse.
I pirati informatici provvedevano preliminarmente a registrare i siti in località estere (soprattutto a Panama, negli USA e in Russia), sfruttando servizi offerti da provider accreditati per assegnare nomi a dominio di secondo livello, in alcuni casi avvalendosi di servizi di “anonimizzazione” per mascherare la reale titolarità e nazionalità.

Successivamente attivavano appositi spazi web su server esteri, collocati in Olanda, USA, Russia, Ucraina e Belize, in modo da ostacolare la rintracciabilità dei responsabili.
I canali Telegram, alcuni dei quali sono risultati collegati ai citati siti illegali, sono stati individuati a seguito di una attività di open source intelligence condotta sulla nota piattaforma di messaggistica istantanea, che si basa sul cloud e consente la condivisione di files di ogni tipo e dimensione tra un numero potenzialmente illimitato di utenti.

Individuate le risorse illegali online, le stesse sono state segnalate alla Procura di Roma, che ha chiesto al GIP il provvedimento di sequestro preventivo al fine di interromperne l’attività criminosa.

È stato quindi ordinato ai provider nazionali di inibire l’accesso mediante oscuramento di 28 siti web pirata e 8 canali Telegram, contenenti copie illegali del Corriere della Sera, La Repubblica, il Sole 24 Ore, La Stampa, Il Fatto Quotidiano, Il Giornale, Il Manifesto, Il Tempo, Libero, Il Mattino, Il Corriere del Mezzogiorno, il Corriere dello Sport, La Gazzetta dello Sport, nonché degli inglesi The Sun, The Times e National Geographics, dei francesi Le Monde, Le Figaro e Les Échosoltre, dei tedeschi Bild- Zeitung, Süddeutsche Zeitung, Die Welt, Frankfurter Allgemeine Zeitung F.A.Z., degli spagnoli El Pais, El Mundo, oltre a numerose altre testate e riviste periodiche nazionali e internazionali.

Sono in corso le attività investigative, sia di natura tecnica – mediante il tracciamento su rete internet – che in collaborazione con organismi istituzionali esteri, per risalire all’identità dei gestori dei siti web, responsabili delle violazioni di cui all’articolo 171 ter della Legge 633 del 1941, che prevede la reclusione da uno a quattro anni e la multa da euro 2.582 a 15.493 per chiunque diffonde abusivamente copie di opere tutelate dal diritto d’autore e da diritti connessi.

L’indagine si inserisce in un contesto investigativo ampio che vede la Guardia di Finanza impegnata in tale settore, per porre un limite al dilagante fenomeno della pirateria editoriale, che incide in modo significativo sul tessuto economico sano della Nazione provocando distorsioni e favorendo il diffondersi di una cultura di illegalità diffusa, a tutela degli onesti cittadini e dei consumatori.

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Milano: Guardia di Finanza, scoperto a Lissone un laboratorio clandestino per la produzione di droga. Arrestato un responsabile

(214) Dall’approfondimento di alcuni movimenti sospetti, osservati nel corso dei servizi di controllo sul rispetto delle misure di contenimento dell’emergenza epidemiologica in corso, i Baschi Verdi milanesi hanno scoperto un vero e proprio laboratorio chimico clandestino per la produzione di sostanze stupefacenti.

In particolare, dalle successive investigazioni svolte i Finanzieri del Gruppo Pronto Impiego di Milano hanno individuato che i movimenti sospetti portavano a un immobile sito nel comune di Lissone, sul quale, tra l’altro, risultava un elevato consumo di energia elettrica e di livello anomalo rispetto a una normale fornitura ad uso domestico.

Accedendo nell’abitazione, appartenente a un italiano incensurato e privo di redditi, le Fiamme Gialle hanno subito percepito le inconfondibili esalazioni tipiche della marijuana e a seguito di perquisizione hanno scoperto che il proprietario aveva organizzato all’interno un’apposita struttura per la lavorazione chimica e la produzione di droga avente come principio attivo la Dimetiltriptammina (DMT), che è una potente sostanza allucinogena ed il Tetraidrocannabinolo (THC). Nello specifico, la strumentazione, consistente in apparecchiature e reagenti tipici di un laboratorio chimico, veniva utilizzata per l’estrazione dei suddetti principi attivi da varie tipologie di piante originarie del Sud America.

Oltre al laboratorio, un’apposita stanza era dedicata al cosiddetto “grow-box”, ossia una struttura in tela allestita per la coltivazione della cannabis mediante lampade a LED, ventilatori ed estrattori d’aria.

Sono stati sottoposti a sequestro 2,2 Kg. di varie sostanze stupefacenti contenenti DMT, 323 grammi di marijuana, 6 piante di cannabis in coltivazione, materiale per tale coltivazione e per l’estrazione del DMT e del THC (soda caustica, limone, bicarbonato, acetone, ampolle, separatori di liquidi), estrattori d’aria, ventilatori e lampade per coltivazione indoor della marijuana, 1 francobollo intriso di sostanza stupefacente del tipo “mescalina”, 2 siringhe contenenti spore per la coltivazione di un fungo allucinogeno contenente “psilocibina”, 3 bilancini elettronici ed euro 310,00 in banconote oltre al telefono cellulare e al computer del soggetto, nonché 1 cartuccia cal. 7,62×39 classificata come munizionamento da guerra.

Il responsabile è stato tratto in arresto e messo a disposizione dell’Autorità Giudiziaria associato presso la Casa Circondariale di Monza.

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Siracusa: Guardia di Finanza, operazione “Cavadonna”. Introduzione clandestina di telefoni cellulari e sostanze stupefacenti all’interno del carcere. Arrestato un avvocato e trasferiti 5 detenuti del reparto Alta Sicurezza (video)

(213) I finanzieri del Comando provinciale di Siracusa e la Polizia penitenziaria del Nucleo Investigativo Centrale stanno eseguendo in queste ore due misure cautelari personali, disposte dal G.I.P. su richiesta della Procura della Repubblica, nei confronti di un avvocato del foro del capoluogo aretuseo e di una donna residente in città.

Le due persone, in concorso tra loro, hanno consentito a un detenuto, ristretto presso il Reparto Alta Sicurezza del carcere “Cavadonna”, di approvvigionarsi, a più riprese, di sostanza stupefacente del tipo hashish.

Agli arresti domiciliari un avvocato di Avola di 67 anni mentre, nei confronti della donna, una trentenne compagna del detenuto, viene applicata la misura cautelare dell’obbligo di soggiorno.

Le investigazioni, condotte dal Nucleo di Polizia Economico – Finanziaria di Siracusa e dal Nucleo Investigativo Regionale Polizia Penitenziaria di Palermo, coordinato dal Nucleo Investigativo Centrale Polizia Penitenziaria di Roma e sotto la direzione della locale Procura della Repubblica, hanno portato alla luce un generale contesto illecito, nell’ambito del quale sono state accertate reiterate consegne di sostanze stupefacenti al detenuto. A questi, nel corso dei colloqui intercorsi in carcere, il proprio legale ha consegnato, per sua mano, diversi quantitativi di sostanza stupefacente, che veniva poi “condivisa” con altri “soggiornanti” sempre presso il Reparto Alta Sicurezza del carcere.

Le attività di polizia giudiziaria hanno disvelato anche i dettagli dell’approvvigionamento clandestino di droga. I congiunti del detenuto, la ex moglie e le figlie di primo letto, procuravano il “fumo” e lo consegnavano all’attuale compagna del recluso. Costei, una volta “confezionato” l’hashish, occultandolo in vasetti di crema per uso cosmetico, lo affidava al legale per il successivo recapito al suo assistito.

Dalle indagini è emerso poi che il detenuto, pur ristretto in carcere, ha illegalmente avuto in uso telefoni cellulari attraverso i quali periodicamente spiccava ai propri congiunti gli ordinativi di stupefacenti. Le attività di intercettazione delle utenze telefoniche in uso a queste persone, coniugate a ulteriori riscontri investigativi acquisiti sul campo, hanno consentito di ricostruire, nel periodo intercorrente tra la fine di novembre dello scorso anno e i primi giorni di febbraio del corrente anno, sei distinte consegne di sostanze psicotrope, eseguite dall’avvocato “in barba ai controlli” e in atteggiamento di complicità e di illecita intesa con tutti i soggetti coinvolti, con i quali egli avrebbe invece dovuto intrattenere rapporti esclusivamente professionali.

Durante il periodo d’indagine, a carico del detenuto sono stati eseguiti all’interno dell’istituto penitenziario due sequestri di stupefacenti: un primo sequestro, nel mese di dicembre, nel corso di un’attività di controllo d’istituto a carattere generale; un secondo sequestro, nello scorso mese di febbraio, a seguito di una perquisizione personale operata nei suoi confronti al termine di un colloquio con il difensore. Quest’ultima operazione era stata opportunamente finalizzata a riscontrare gli elementi probatori via via emergenti dalle complessive investigazioni condotte.

Altre penetranti attività di perquisizione, con l’ausilio di unità cinofile, sono tuttora in corso in città e in tutte le camere di pernottamento del Reparto “Alta Sicurezza” della Casa circondariale, nell’ottica di requisire le eventuali sostanze stupefacenti ancora ivi detenute e soprattutto di sequestrare i cellulari illecitamente introdotti, arrestando così qualsiasi possibilità di ulteriore illecito contatto telefonico con l’esterno.

Inoltre, alla luce del grave “sistema” scoperto all’interno del carcere di “Cavadonna”, è in corso il trasferimento presso altri istituti penitenziari di cinque soggetti detenuti presso il Reparto Alta Sicurezza.

Oltre all’avvocato arrestato e alla donna sottoposta all’obbligo di dimora, sono altresì indagati nell’ambito dell’illecito contesto altri 6 soggetti che si sono adoperati per l’approvvigionamento della droga. Con questi ultimi taluni carcerati hanno intrattenuto di nascosto conversazioni telefoniche attraverso i cellulari illecitamente introdotti nella struttura penitenziaria e nella loro costante disponibilità.

Agli indagati, a vario titolo ed in concorso, vengono contestati i reati di illecita detenzione e cessione di sostanze stupefacenti, ai sensi dell’art. 73 del D.P.R. 309/1990 – Testo Unico sugli stupefacenti.

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Livorno: Guardia di Finanza, operazione “Soap&Drugs”. Commerciante di saponi “capocordata” di traffici di cocaina all’Isola d’Elba, in 8 ai domiciliari (video)

(212) Malgrado l’emergenza sanitaria nazionale, la Procura della Repubblica e la Guardia di Finanza di Livorno sono intervenute oggi per stroncare un ingente traffico – con spaccio e consumo di droga sull’intero territorio dell’Isola d’Elba – che era stato organizzato da un commerciante di saponi. Affiancando cioè alla sua attività economica, autorizzata alla vendita nel periodo di restrizioni anti-Covid, un redditizio traffico di cocaina destinato ai consumatori elbani. Così aveva ritenuto illecitamente di incrementare i suoi profitti durante l’attuale crisi che ha colpito l’economia, anche quella isolana.

Nella mattinata odierna a operare sono state 27 Fiamme Gialle della Compagnia di Portoferraio (LI), coadiuvate da 4 cani anti-droga. Hanno dato esecuzione all’ordine impartito dalla Procura della Repubblica di Livorno a seguito dell’ordinanza di applicazione della misura cautelare personale degli arresti domiciliari scattata a carico di otto persone ed emessa dal G.I.P. del Tribunale labronico (operazione “Soap & Drugs). Investigazioni lunghe e complesse, iniziate nel gennaio 2019 e portate avanti con intercettazioni telefoniche e ambientali nonché con una serie di blitz effettuati sempre dalla GdF di Portoferraio, tra i quali l’arresto di un tassista elbano che era stato trovato in possesso, in una delle prime fasi delle indagini, di oltre 80 grammi di cocaina.

In base a quanto ricostruito, il “quartier generale” dei traffici illeciti, finalizzati allo spaccio e al consumo della droga, era proprio stabilito a Portoferraio, nell’ufficio direzionale dell’impresario (uno stanzino della saponeria) il quale, nonostante il suo impegno nel settore del commercio di detersivi, non si faceva scrupoli a frequentare pluripregiudicati.

Tra le persone arrestate spicca inoltre la figura di un componente di un’altra famiglia imprenditoriale elbana, amministratrice di uno degli hotel più prestigiosi del capoluogo.

Le ordinanze di custodia cautelare hanno colpito non soltanto il titolare, a Portoferraio, dell’attività di prodotti per la casa e per l’igiene, ma anche i suoi sette complici, sia sul territorio elbano, sia, un ottavo, il fornitore della droga, a Roma.

Nel corso delle indagini è stato appurato il traffico finalizzato allo spaccio e al consumo di più di 2 chilogrammi di cocaina per un valore di mercato pari a circa 200 mila euro e sono state identificate ulteriori 27 persone, 3 segnalate all’Autorità giudiziaria e allo stato indagate, e 24 a quella prefettizia per violazioni alla normativa antidroga.

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Roma: Guardia di Finanza, estorsione ed usura. Arrestato pregiudicato di Ostia (video)

(211) I Finanzieri del Comando Provinciale di Roma stanno eseguendo, dalle prime luci della alba, un’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari emessa dal Giudice delle Indagini Preliminari del Tribunale capitolino nei confronti di un pregiudicato di Ostia, indagato per i reati di estorsione, usura, esercizio abusivo dell’attività finanziaria e detenzione illegale di armi e munizioni.

Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Roma – Gruppo di lavoro reati gravi contro il patrimonio e stupefacenti, sono state avviate dalle Fiamme Gialle di Ostia a seguito di una denuncia presentata nell’aprile 2019 da due soggetti che, “soffocati” da ingenti debiti di gioco cui non riuscivano più a far fronte, erano rimasti vittime di un vero e proprio usuraio.

Non essendo riusciti ad ottenere prestiti da parenti e amici, i denuncianti erano stati costretti ad accettare le condizioni capestro imposte dall’indagato, che, facendo anche leva sul rapporto di amicizia che vantava di avere con la maggior parte di coloro che si rivolgevano a lui, si era proposto di concedere direttamente il denaro richiesto ma con l’applicazione di tassi di interesse mensili oscillanti tra il 20% e il 25%, corrispondenti a circa il 300% annuo.

Gli approfondimenti eseguiti dal 7° Nucleo Operativo Metropolitano hanno portato alla luce un sistema illecito perpetrato ai danni di diverse persone, le quali, versando in precarie condizioni economiche che non consentivano loro di accedere al credito legale, erano cadute nella “trappola” dell’usura ordita dall’indagato il quale si proponeva quale loro “ancora di salvezza”.

Le intercettazioni telefoniche e ambientali hanno fatto emergere la “professionalità” dell’usuraio, il quale agiva sempre con estrema prudenza, limitando al minimo le interlocuzioni telefoniche, dai toni per lo più pacati ed amicali, finalizzate ad organizzare gli incontri con i debitori, toni che poi diventavano decisamente più “pesanti”, fino a minacciare ritorsioni fisiche (“hai tempo fino alle ore 19,00, rivediamoci per quell’ora e ti avviso che se non hai i soldi ti sparo su una gamba”) allorquando le vittime erano impossibilitare a rispettare le scadenze dei pagamenti di capitali e interessi, tanto che una di esse, disperata, è improvvisamente fuggita all’estero.

Nel corso di una perquisizione effettuata nei confronti dell’indagato, i Finanzieri hanno rinvenuto e sequestrato un vero e proprio “libro mastro” in cui venivano annotate, con certosina precisione contabile, le somme prestate e le relative restituzioni, comprensive degli esosi interessi applicati, nonché somme di denaro per un importo pari a circa 140.000 euro, oggetti di valore, una pistola un fucile con rispettivi munizionamenti.

Il destinatario della misura è Giovanni GALLINARO (classe 1969), nei cui confronti il G.I.P. ha disposto anche il sequestro preventivo del denaro e di quanto rinvenuto in sede di perquisizione.

La Procura della Repubblica e la Guardia di Finanza di Roma sono sempre in prima linea nella lotta all’estorsione e all’usura, odiose pratiche criminali finalizzate a ottenere ingenti guadagni sfruttando lo stato di bisogno di persone e imprese in gravi difficoltà economiche.

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Reggio di Calabria: eseguito sequestro preventivo dei beni per oltre 1 milione. Indagati per dichiarazione infedele ed indebita compensazione un imprenditore ed un noto commercialista operanti tra Condofuri e Melito di Porto Salvo

(210) Militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria hanno dato esecuzione a un decreto di sequestro Continue reading “Reggio di Calabria: eseguito sequestro preventivo dei beni per oltre 1 milione. Indagati per dichiarazione infedele ed indebita compensazione un imprenditore ed un noto commercialista operanti tra Condofuri e Melito di Porto Salvo”

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Isernia: Guardia di Finanza, maxi sequestro di mascherine

(209) La Guardia di Finanza del Comando Provinciale Isernia, nell’ambito di distinte operazioni volte al contrasto delle condotte fraudolente e delle pratiche commerciali sleali connesse all’emergenza epidemiologica COVID-19, ha individuato e sequestrato oltre 100 mila mascherine irregolari, di diverso tipo, pronte per essere commercializzate nella provincia e sul territorio nazionale.

La prima operazione, portata a termine dai militari del Gruppo di Isernia, ha avuto inizio in piena notte, allorquando, in località Venafro (IS), è stato intercettato un furgone con due soggetti, alla cui guida vi era il titolare di una società con sede in questa provincia. Nel corso del controllo, gli operanti hanno rinvenuto a bordo 31.000 mascherine, del tipo FFP2 modello “KN95”, fabbricate in Cina. Da un preliminare esame della documentazione, la merce é risultata importata e commercializzata senza possedere i prescritti requisiti di sicurezza, in quanto sprovvista della marcatura “CE”, ovvero delle certificazioni dell’Istituto Superiore di Sanità o dell’INAIL. Si è proceduto, pertanto, nell’immediatezza, alla perquisizione presso la sede della società, che ha permesso di rinvenire ulteriori 2.500 mascherine, diverse dalle precedenti, ma riportanti anch’esse le medesime difformità. I successivi approfondimenti investigativi hanno consentito di individuare in provincia di Perugia il luogo di stoccaggio delle mascherine FFP2 appartenenti al medesimo lotto rinvenuto sull’automezzo fermato e sottoposto a controllo. Pertanto, pattuglie dipendenti si sono recate nel capoluogo umbro, presso la sede di una società, dove hanno rinvenuto ulteriori 43.000 mascherine identiche. L’intera attività si è conclusa con il sequestro di nr. 76.500 mascherine e la denuncia a piede libero alla Procura della Repubblica di Isernia degli amministratori delle due aziende per i reati di contraffazione e frode nell’esercizio del commercio.

Nel corso di un’altra operazione, condotta dai finanzieri della Tenenza di Venafro, e che ha avuto origine da un controllo presso la sede di una società operante in questa provincia, sono state rinvenute all’interno dei locali aziendali oltre 11.000 “dispositivi in tessuto ad uso civile”, pronte per essere commercializzate come “mascherine chirurgiche”. Dall’esame della documentazione esibita e dagli approfondimenti sulla contabilità aziendale si è risaliti al fornitore e produttore della merce, una società ubicata nella provincia di Benevento. La successiva attività di perquisizione, eseguita dai militari operanti che si sono portati nel “beneventano”, ha portato al rinvenimento di circa 4.000 analoghi dispositivi di protezione irregolari. L’operazione si è conclusa con il sequestro di nr. 15.000 mascherine e la denuncia a piede libero all’Autorità Giudiziaria competente dei rappresentanti legali delle due aziende per il reato di frode nell’esercizio del commercio.

Qualche giorno prima, sempre le Fiamme Gialle di Venafro, in località Sesto Campano (IS), hanno eseguito il fermo di un autoveicolo proveniente dalla vicina Campania, con a bordo il titolare di una ditta individuale con sede nella provincia di Napoli. Nel corso del controllo dell’automezzo sono state rinvenute al suo interno “mascherine in tessuto”, risultate non in regola con le disposizioni del Codice del Consumo. Il Decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, meglio noto come Codice del Consumo, sancisce il diritto per ogni consumatore di veder garantiti i propri diritti (tra i quali il diritto alla tutela della salute, alla sicurezza ed alla qualità dei prodotti acquistati). Ciò è possibile attraverso una adeguata, corretta e trasparente informazione. Per tali ragioni, tutti i prodotti destinati al consumatore e commercializzati sul territorio nazionale devono riportare, in lingua italiana, chiaramente visibili e leggibili, oltre alla denominazione merceologica, i dati del produttore o importatore, il Paese di origine se situato fuori dell’Unione europea e, cosa non meno importante, l’eventuale presenza di materiali o sostanze che possono arrecare danno all’uomo, alle cose o all’ambiente, nonché i materiali impiegati ed i metodi di lavorazione ove questi siano determinanti per la qualità o le caratteristiche merceologiche del prodotto. Laddove necessario devono essere anche chiaramente indicate le eventuali precauzioni e destinazione d’uso per una corretta e sicura fruizione del prodotto stesso. La violazione di tali obblighi comporta l’irrogazione di sanzioni amministrative che vanno da un minimo di 516 euro fino ad un massimo di 25.823 euro. Dai successivi accertamenti, è emerso che i dispositivi sarebbero stati destinati ad una società tessile operante nella provincia di Isernia, che ne aveva commissionato la produzione per porli in commercio. L’attività si è conclusa con il sequestro amministrativo di nr. 3.200 dispositivi di protezione e con la segnalazione della persona fermata per strada e del rappresentante legale della società molisana alle Camere di Commercio Industria, Artigianato e Agricoltura di Napoli e Campobasso, che si occuperanno di comminare le sanzioni amministrative.

Un’altra operazione è stata eseguita da personale del Nucleo Polizia Economico-Finanziaria di Isernia, nel corso di un dispositivo di controllo sulla SS85 Venafrana. Dopo aver fermato diversi automezzi, l’attenzione degli operanti si è soffermata su un furgone, con alla guida un soggetto risultato titolare di un esercizio commerciale ubicato nella provincia di Chieti, proveniente da Napoli. Nel corso del controllo dell’automezzo sono stati rinvenuti dei colli di cartone contenenti mascherine di tipo chirurgico, risultate non regolari in quanto prive dei prescritti requisiti di sicurezza, ovvero delle certificazioni dell’Istituto Superiore di Sanità o dell’INAIL e recanti un falso marchio “CE”. L’attività ha consentito di sequestrare nr. 5.550 mascherine e di denunciare a piede libero il responsabile alla Procura della Repubblica di Isernia per il reato di contraffazione e frode nell’esercizio del commercio.

I sequestri operati hanno consentito, complessivamente, di bloccare la diffusione di mascherine non regolari – aventi un valore commerciale stimato in oltre 600 mila euro – che avrebbero esposto al rischio la salute degli ignari acquirenti.

Le attività svolte testimoniano, ancora una volta, il quotidiano impegno della Guardia di Finanza a tutela della salute dei cittadini e dell’economia nazionale nel particolare momento che sta vivendo il Paese. In tale contesto inedito, il Corpo è schierato in prima linea nel concorrere al mantenimento dell’ordine e della sicurezza pubblica, rafforzando ulteriormente, in ossequio alle sue specificità di polizia economico-finanziaria, le attività operative a contrasto delle frodi e delle pratiche commerciali disoneste e ponendosi quale sicuro punto di riferimento per la collettività.

 

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Napoli: Guardia di Finanza, sequestrata azienda bufalina del valore di 2 milioni nelle mani di Carmine ed Antonio Zagaria, fratelli del boss Michele (video)

(207) Il Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Napoli ha eseguito in località Grazzanise (CE) un provvedimento di sequestro preventivo emesso dal GIP del Tribunale di Napoli su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia ed avente ad oggetto un’azienda operante nel settore dell’allevamento di bufali e della produzione di latte crudo, in quanto ritenuta nella diretta disponibilità dei fratelli del “boss” Michele ZAGARIA, Antonio (cl. 62) e Carmine (cl. 68) e da essi utilizzata per favorire gli interessi economici del clan.

Secondo quanto emerso dalle indagini, svolte dal G.I.C.O. (Gruppo Investigazione Criminalità Organizzata) di Napoli sotto la direzione della Procura Distrettuale, l’azienda oggetto di sequestro sarebbe stata impiegata dai fratelli ZAGARIA quale “schermo” per consentire alla loro famiglia di “reimpossessarsi”, in maniera occulta e fraudolenta, dell’azienda bufalina di proprietà della madre FONTANA Raffaela, da tempo affidata alla gestione di un amministratore giudiziario in quanto già colpita da diverse misure giudiziarie.

Alla realizzazione del disegno illecito avrebbero partecipato anche gli altri due fratelli, Antonio e Fernando ZAGARIA (solo omonimi in quanto non legati da vincoli di parentela al clan camorristico) i quali hanno messo a disposizione le loro aziende (dapprima Antonio e, successivamente, Fernando avendo il primo deciso nel frattempo di collaborare con la giustizia) per consentire al clan di proseguire nella gestione di un’attività economica particolarmente remunerativa e diffusa su quel territorio, nonostante lo spossessamento della storica azienda di famiglia.

In particolare, dopo aver sostanzialmente esautorato dalle proprie funzioni l’amministratore giudiziario della ditta “FONTANA RAFFAELA”, a partire dal 2006 i fratelli Carmine e Antonio ZAGARIA hanno, di fatto, operato una vera e propria co- gestione tra le citate aziende e quella intestata alla madre attraverso:

la coincidenza della sede legale e operativa e il conseguente utilizzo promiscuo di gran parte dei locali, degli impianti e degli animali già presenti all’interno dell’azienda sottoposta ad amministrazione giudiziaria;

la commistione, anche sotto il profilo contabile, dei rapporti commerciali con l’unico fornitore (una società operante nel settore dei mangimi) e l’unico cliente (una società di produzione casearia) che risultavano comuni alle aziende contemporaneamente presenti nello stesso luogo di esercizio dell’attività;

l’ampio ricorso all’interno di tali rapporti ad operazioni di sovra e sotto fatturazione in acquisto e/o in vendita, così da consentire la creazione di liquidità occulta che veniva sistematicamente sottratta dalle casse aziendali per essere messa a disposizione della famiglia ZAGARIA e, quindi, dell’omonimo clan.

Il piano predisposto dal boss ZAGARIA, quindi, ha consentito di neutralizzare per anni gli effetti delle misure cautelari reali e ablative gravanti sulla ditta Fontana Raffaela per poi, addirittura, rientrare nella piena disponibilità della quasi totalità dei beni aziendali confiscati alla ditta stessa, mediante un acquisto all’asta a prezzo stracciato (solo 100.000 euro) per subentrare nell’attività.

L’azienda sottoposta a sequestro, composta da diversi immobili e manufatti (abitazione adibita a appartamento per il custode, stalle, locali per la mungitura, depositi per i mangimi, ecc.), attrezzature agricole e per la mungitura nonché circa 350 capi di bestiame, ha un valore stimato intorno ai 2 milioni di euro.

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