Torino: Guardia di Finanza, sequestrati in un magazzino i farmaci arrivati in aiuto dalla Cina. Due persone denunciate, giro d’affari di 5 milioni

(205) Mascherine illegali: un giro d’affari per oltre 5 milioni di euro. Sequestrati anche i medicinali arrivati in “aiuto” dalla Cina, nascosti in un magazzino di una società Alessandrina. Sequestrate oltre 40 carte di credito utilizzate per le attività illegali. Dovevano servire per aiutare la popolazione italiana durante l’emergenza Coronavirus. Invece, centinaia di Medicinali arrivati dalla Cina erano nascosti nei magazzini di una società piemontese.

È quanto ha scoperto la Guardia di Finanza di Torino al termine di un’operazione che ha portato alla denuncia di due persone e al sequestro di migliaia tra mascherine e medicinali.

Una vera e propria “montagna” di dispositivi medici non conformi tutti importati illecitamente e successivamente commercializzati in tutta Italia.

La base a Torino, nel quartiere di Porta Palazzo, dove aveva sede la società per azioni, amministrata da un cittadino cinese cinquantacinquenne, Z.Y. le sue iniziali residente nel capoluogo piemontese, dominus del sistema truffaldino. La sua società si ramificava su buona parte del territorio nazionale grazie anche alle quattro unità locali di Novi Ligure (AL), Cessalto (TV), Rozzano (MI) e Rignano sull’Arno (FI), tutte da poco perquisite dai Finanzieri.

Due gli imprenditori cinesi denunciati dai Finanzieri del Gruppo Pronto Impiego Torino che hanno condotto le indagini coordinati dalla locale Procura della Repubblica. I due, in concorso tra loro, hanno introdotto illecitamente in Italia containers di mascherine protettive (tipo FFP2 e/o chirurgiche) approfittando della situazione emergenziale connessa alla diffusione dell’epidemia da COVID 19.

Ed è proprio nei magazzini della società di Novi Ligure, nell’Alessandrino, che i Finanzieri hanno scoperto come dietro la rivendita di capi d’abbigliamento di lusso acquistati all’Outlet di Serravalle Scrivia (AL), si celava un deposito, all’interno del quale venivano occultate le mascherine importate illegalmente.

Qua, oltre ai dispositivi medici, 130.000 mascherine, sono state rinvenute una quarantina di carte di credito, “Gold” e “Platinum”, di diversi istituti di credito, carte queste ultime, utilizzate per l’attività illegale.

L’aspetto più grave della vicenda il ritrovamento, sempre presso la società alessandrina, gestita da P.C., trentaduenne residente a Novi Ligure, di centinaia di confezioni di medicinali utili al contrasto della diffusione epidemiologica; tutti i farmaci erano destinati alla popolazione italiana nell’ambito del progetto “Anti-Epidemic Supplies from Zhejiang to Italy”.

Sono ancora in corso le indagini dei Finanzieri per rintracciare l’amministratore dell’azienda torinese che frettolosamente ha fatto perdere le proprie tracce rifugiandosi in Cina ma anche per accertare le cause per le quali il materiale si trovasse nascosto nel magazzino dei “contrabbandieri” e non messo a disposizione dei servizi assistenziali italiani ai quali erano in origine destinati.

I Finanzieri del Gruppo Pronto Impiego di Torino hanno appurato un giro d’affari illegale di oltre 5.000.000 di euro: in tre mesi poche fatture d’acquisto ed un “fiume” di fatture di vendita, questo è il quadro d’insieme che le indagini hanno tristemente cristallizzato e che hanno “foraggiato” sistemi speculativi.

Lo “score” dell’operazione è di rilievo, soprattutto perché, oltre ad evitare che il flusso commerciale finale fosse dirottato su speculatori economici, l’enorme quantitativo di “mascherine”, circa 600.000, sarà destinato, grazie ai provvedimenti di requisizione del delegato dal Commissario per l’Emergenza Covid-19 sul territorio piemontese, agli Enti pubblici e/o assistenziali maggiormente in crisi in questo momento.

Le indagini sono ancora in corso e dal Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Torino si raccomanda di porre la massima attenzione nell’acquisto dei dispositivi di protezione individuale; in questi giorni numerose aziende italiane hanno avviato delle produzioni lecite a prezzi concorrenziali che potranno garantire loro una ripartenza per il post emergenza.

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Palermo: NSPV Guardia di Finanza, operazione “Mani in pasta”. Durissimo colpo a “Cosa Nostra”: 91 arresti, sequestri per circa 15 milioni, recisi i tentacoli dei clan sul tessuto economico palermitano e lombardo (video)

(203) Su delega della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Palermo, nella mattinata odierna, il Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza, con il supporto del Comando Provinciale di Palermo – che ha messo in campo uno straordinario sforzo operativo – nonché di altri Reparti sul territorio nazionale, ha dato esecuzione a numerose ordinanze di custodia cautelare e sequestro preventivo, emesse dal G.I.P. presso il Tribunale di Palermo.

L’operazione ha portato alla disarticolazione dei clan – tra cui la famiglia FONTANA, imparentata con la famiglia GALATOLO – storicamente egemoni nei quartieri palermitani dell’Acquasanta e dell’Arenella, facenti parte del mandamento mafioso di Resuttana. Oltre 100 i soggetti a vario titolo indagati per associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, traffico di sostanze stupefacenti, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggio, reimpiego di capitali illeciti, esercizio abusivo di giochi e scommesse ed altri reati contro la persona e il patrimonio. Di questi, 91 sono stati destinatari di misure cautelare personali.

L’attività di servizio, scaturita dagli sviluppi di pregresse risultanze investigative, derivanti prevalentemente dalle dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia ascoltati dalla D.D.A. di Palermo (e tra questi, in particolare, il noto Vito GALATOLO) si è arricchita di un paziente e scrupoloso lavoro condotto dal Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza attraverso, in particolare, la valorizzazione “ragionata” e “mirata” delle informazioni concernenti gli aspetti patrimoniali e finanziari – vero punto di forza della Componente speciale del Corpo – reso più difficoltoso, in questa indagine, dall’assenza di segnalazioni per operazioni sospette, pur a fronte di numerose operazioni “anomale”.

Altrettanto prezioso, poi, è stato il lavoro di riscontro delle dichiarazioni dei suddetti collaboratori di giustizia, attraverso l’esecuzione di intercettazioni telefoniche, nonché di controllo sistematico del territorio tramite pedinamenti e video-riprese, particolarmente complesse tenuto conto, soprattutto, del contesto territoriale di riferimento.

Le investigazioni hanno consentito di accertare come, nel vuoto di potere venutosi a creare a seguito dei numerosi provvedimenti di custodia cautelare che hanno interessato nel tempo il mandamento mafioso di Resuttana, nei territori palermitani dell’Arenella e dell’Acquasanta, si è verificata l’ascesa – in particolare – della famiglia FONTANA, i cui attuali esponenti si erano stabiliti da anni a Milano, ove erano dediti al reimpiego di una parte importante dei proventi delle attività criminali commesse sul territorio di Palermo.

Determinanti i riscontri investigativi, da cui è emersa l’opprimente presenza del clan sul territorio, attuata mediante la perpetrazione dei più tradizionali delitti di matrice mafiosa, quali l’estorsione, il traffico di sostanze stupefacenti, l’illecita concorrenza con minaccia o violenza. È emerso, altresì, che gli ingenti proventi delle condotte criminali – in parte utilizzati per il 2

mantenimento dei familiari dei detenuti – sono stati riciclati e/o reimpiegati in molteplici settori economici della Sicilia e della Lombardia: ippica, gaming (centri scommessa e slot machine), cooperative attive nel campo della cantieristica, compravendita di preziosi, società attive nella produzione e commercializzazione del caffè, commercio di materie prime alimentari (farina, frutta e verdura) e packaging alimentare.

Disposto il sequestro del patrimonio e del complesso aziendale di 22 attività economiche, tra cui centri scommesse, società attive nei settori della cantieristica navale, della produzione, commercializzazione e somministrazione di bevande e alimenti. Disposto, inoltre, il sequestro preventivo di n. 13 cavalli da corsa, n. 8 immobili, vari mezzi di trasporto, nonché i saldi attivi di rapporti finanziari per un valore complessivo stimabile, allo stato, non inferiore ai 15 milioni di euro.

Per l’esecuzione dei numerosi provvedimenti la Guardia di Finanza ha complessivamente messo in campo circa 500 militari – tra cui baschi verdi e unità cinofile per la ricerca di armi ed esplosivi, sostanze stupefacenti e valuta – con il supporto di mezzi aerei.

Le operazioni sono in corso in Sicilia, Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Marche e Campania.

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Roma: Guardia di Finanza, intercettati 143 kg di marijuana al porto di Civitavecchia. Arrestato narcotrafficante greco (video)

(202) Oltre 143 chilogrammi di marijuana, trasportati su un autoarticolato proveniente da Barcellona e sbarcato al porto di Civitavecchia, sono stati scoperti dai Finanzieri del Comando Provinciale di Roma, con la collaborazione del personale dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli.

Le Fiamme Gialle della Compagnia di Civitavecchia e i Funzionari doganali si sono insospettiti alla vista di un carico di merci alla rinfusa e relativa alla documentazione di accompagnamento, recante indicazioni sommarie, chiedendo l’intervento dell’unità cinofila antidroga di stanza al porto.

Con il suo infallibile fiuto, il cane “Denim” non ha impiegato molto tempo per individuare la droga, suddivisa in 133 buste di cellophane stoccate all’interno di alcuni bancali.

La partita di stupefacente intercettata, se avesse raggiunto le piazze di spaccio, avrebbe fruttato oltre 1,5 milioni di euro.

L’autista dell’autoarticolato, un quarantenne di nazionalità greca, è stato arrestato e tradotto presso il carcere “Borgata Aurelia” su disposizione della Procura della Repubblica di Civitavecchia.

L’attività si inserisce nel più ampio dispositivo di contrasto ai traffici illeciti predisposto dal Comando Provinciale di Roma negli scali portuali e aeroportuali.

 

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Cuneo: Guardia di Finanza, operazione “Titanio 2”. Frode milionaria ai danni dell’Azienda Ospedaliera Universitaria “Città della Scienza e della Salute” di Torino. Sequestro beni per oltre 2 milioni (video)

(201) Prosegue senza sosta l’azione del Comando Provinciale di Cuneo nella prevenzione e repressione di tutti gli illeciti economico-finanziari.

Questa volta, i militari del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Cuneo hanno dato esecuzione ad un decreto di sequestro preventivo per oltre 2 milioni di euro, nei confronti di due persone – B.P. (55 anni, residente a Scalenghe (TO), M.L. (72 anni, residente a Vinovo (TO), oltre ad un dipendente pubblico, S.C. (60 anni, residente a Torino), dipendente dell’Azienda Ospedaliera Universitaria “Città della Scienza e della Salute” di Torino.

Le attività, coordinate prima dalla Procuratore della Repubblica di Cuneo – Dott. Onelio Dodero – e, successivamente, dall’Ufficio giudiziario del capoluogo regionale – Dott.ssa Monica Abbatecola – giungono a conclusione dell’Operazione Titanio che, nel settembre scorso, aveva portato all’arresto di un imprenditore torinese, il già citato M.L., e di un pubblico dipendente dell’Azienda Ospedaliera di Cuneo, I.A. (58 anni, residente a Mondovì (CN), nonché all’emissione nei loro confronti di un decreto di sequestro per un milione di euro.

Il fulcro del meccanismo fraudolento ora scoperto era la caposala del blocco operatorio dell’ospedale Sant’Anna di Torino, cui era demandato l’incarico di effettuare gli ordini del materiale chirurgico.

All’arrivo del materiale, la stessa procedeva a sottrarre circa la metà dei dispositivi chirurgici consegnati che, successivamente, restituiva fraudolentemente alla società fornitrice.

Parallelamente, la dipendente infedele sottraeva, occultandolo poi all’interno del nosocomio, un ulteriore quantitativo di merce, facendo così figurare vi fossero solo esigue quantità rimaste nelle scorte, tali da sovrastimare il reale fabbisogno e generare la (falsa) necessità di ulteriori ordini di materiale chirurgico.

L’attività svolta dalle Fiamme Gialle cuneesi, nell’ambito delle operazioni “Titanio” e “Titanio 2”, ha quindi permesso di segnalare, complessivamente, alla competente Corte dei Conti, un danno all’erario, patito dalle due Aziende ospedaliere di Cuneo e Torino, per circa 3 milioni di euro.

Il servizio in corso dà prova della costante attenzione che l’Autorità Giudiziaria e la Guardia di Finanza rivolgono al delicato settore della spesa pubblica e si inserisce in un più ampio contesto che vede le Fiamme Gialle sempre più coinvolte in approfondite indagini per la tutela ed il controllo, in particolare, della spesa sanitaria, in ossequio agli indirizzi dell’Autorità di Governo ed alle direttive impartite dal Comando Generale del Corpo.

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Crotone: Guardia di Finanza, operazione “Genesi”. Corruzione in atti giudiziari, eseguito sequestro preventivo per l’equivalente di 61.500 €

(191) In data odierna il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria della Guardia di Finanza di Crotone e lo S.C.I.C.O hanno dato esecuzione al decreto di sequestro preventivo per equivalente, finalizzato alla confisca, disposto dal Gip del Tribunale di Salerno su richiesta della Procura Repubblica – D.D.A – del medesimo capoluogo, nei confronti di PETRINI Marco, SANTORO Emilio detto Mario, TURSI PRATO Giuseppe detto Pino, SARACO Francesco e ARCURI Vincenzo.

Nel corso dell’indagine, nota come Operazione GENESI, diretta dalla Procura Distrettuale di Salerno e condotte dalla Guardia di Finanza di Crotone unitamente allo S.C.I.C.O., vennero individuati svariati episodi corruttivi in atti giudiziari commessi da professionisti, imprenditori ed avvocati.

In relazione a tali episodi è stato chiesto dal Pubblico Ministero, ed emesso dal GIP, il decreto che dispone il giudizio immediato per l’udienza del 9 giugno nei confronti dei suddetti imputati dinanzi al Tribunale Collegiale di Salerno.

Il 15 gennaio scorso veniva quindi data esecuzione alle ordinanze di custodia cautelare nei confronti del Giudice Marco PETRINI, Presidente di una Sezione della Corte di Appello di Catanzaro (e Presidente della Commissione Provinciale Tributaria di Catanzaro) e di altre persone fra cui avvocati e liberi professionisti.

Il provvedimento di sequestro che i finanzieri di Crotone hanno eseguito è frutto delle ulteriori indagini svolte per quantificare le somme di denaro corrisposte a titolo di corruzione al Giudice Petrini. In particolare sono stati posti in sequestro € 10.988,37 a PETRINI Marco, € 39.011,63 a SANTORO Emilio, € 10.000 a SARACO Francesco ed € 1.500,00 ad ARCURI Vincenzo, per un totale di 61.500 Euro.

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Taranto: Guardia di Finanza, operazione “T-Rex”. Sequestrati beni e disponibilità finanziarie per 28,3 milioni (video)

(190) Militari del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Taranto, in applicazione delle norme sulla responsabilità amministrativa delle società e degli enti, hanno eseguito nella mattinata odierna un decreto di sequestro preventivo su quote sociali, beni mobili, immobili e disponibilità finanziarie per un ammontare complessivo di 28 milioni e 300 mila euro.

Il provvedimento, emesso dal G.I.P. del Tribunale di Taranto, Dr.ssa Vilma Gilli, su proposta del Procuratore Aggiunto della Procura della Repubblica Dr. Maurizio Carbone e del Sostituto Procuratore Dr. Enrico Bruschi, rappresenta l’ulteriore sviluppo dell’operazione denominata “T-REX” che aveva già portato all’esecuzione di ordinanze cautelari nei confronti di sette persone, tra imprenditori e pubblici ufficiali, a vario titolo coinvolti in reati di corruzione e turbata libertà degli incanti ravvisati nelle procedure amministrative per la concessione dell’autorizzazione all’ampliamento della discarica sita in contrada Torre Caprarica del Comune di Grottaglie, gestita da una società bresciana.

Le indagini avevano fatto emergere che un imprenditore locale, attivo nel settore dei rifiuti, aveva stipulato con la società lombarda contratti risultati poi gonfiati allo scopo di costituire fondi neri in parte da destinare ai pubblici ufficiali corrotti.

In tal modo la società proprietaria della discarica aveva ottenuto l’autorizzazione all’ampliamento che aveva fruttato ricavi per poco meno di tre milioni al mese, per un ammontare complessivo pari a circa 26 milioni di euro in nove mesi.

La società tarantina, invece, aveva incamerato illeciti profitti derivanti dai contratti parzialmente inesistenti per un ammontare complessivo di circa due milioni di euro in poco più di anno.

I beni sequestrati costituiscono, dunque, l’illecito profitto derivante dai reati commessi dai legali rappresentanti pro- tempore e dagli altri indagati nell’interesse e a vantaggio delle due società che sono state iscritte nel Registro degli indagati.

Le operazioni di sequestro sono state eseguite, oltre che nel territorio jonico, anche nelle province di Milano e Brescia con la collaborazione dei rispettivi Nuclei di Polizia Economico Finanziaria.

Gli sviluppi investigativi odierni testimoniano la tenace volontà della Guardia di Finanza, con il coordinamento dell’Autorità Giudiziaria, di aggredire gli illeciti profitti facendo leva anche sulla responsabilità amministrativa delle società e degli enti nell’ambito delle proprie prerogative di polizia economico-finanziaria a tutela dell’economia legale.

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Reggio di Calabria: Guardia di Finanza, operazione “Tesoretto di famiglia”. Sequestrati a Calanna (RC) fucili, pistole, munizioni e polvere da sparo. Arresto un pluripregiudicato

(189) Continuano, incessanti, le attività di controllo economico-finanziario del territorio disposte dal Comando Provinciale della Guardia di Continue reading “Reggio di Calabria: Guardia di Finanza, operazione “Tesoretto di famiglia”. Sequestrati a Calanna (RC) fucili, pistole, munizioni e polvere da sparo. Arresto un pluripregiudicato”

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Roma: Guardia di Finanza, sequestrato il patrimonio milionario accumulato da 3 persone dedite ad usura, estorsione e truffa (video)

(186) Militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma stanno eseguendo il sequestro di beni del valore di oltre 5 milioni di euro, disposto dal locale Tribunale – Sezione Specializzata Misure di Prevenzione su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia capitolina.

I destinatari della misura sono LICENZIATO Mario (classe 1947), il figlio Mauro (classe 1981) e HUDOROVICH Elvis (classe 1977), tutti residenti a San Cesareo (RM), arrestati dai Finanzieri del Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Roma nel luglio 2018 per fatti di usura, estorsione, esercizio abusivo dell’attività finanziaria, truffa aggravata ai danni dello Stato e intestazione fittizia di beni.

L’indagine, denominata “Terza età”, aveva consentito di ricostruire una serie di prestiti a tassi usurari – tra il 90% e il 180% annuo, con punte del 570% – erogati, per lo più, a imprenditori in gravi difficoltà economiche. L’attività veniva svolta in modo continuativo e professionale: “compà voi dovete capire una cosa io, cioè io, cioè chi fa per me, che con i soldi ci lavoriamo”, affermava in una telefonata intercettata Mauro LICENZIATO.

Quando le vittime non effettuavano i pagamenti alle scadenze imposte scattavano le minacce. Mario LICENZIATO così diceva a una persona incaricata della riscossione: “chiama subito … gli devi dire «la cambiale non è stata pagata» … dici «che aspetti che viene Mario lì sopra e ti rompe la testa a te e a tuo figlio» … se no devo chiamare a … e lo devo mandare là, lo devo mandare a rompergli la testa”.

I proventi venivano poi reinvestiti in imprese operanti nei settori alberghiero, della ristorazione e del commercio di autoveicoli, intestate a familiari o compiacenti “prestanome”.

Una società, in particolare, era stata costituita per gestire una casa di riposo per anziani ad Artena (RM). Il business si era rivelato talmente redditizio che Mario LICENZIATO si stava organizzando per aprire un’altra analoga struttura a San Cesareo.

Partendo dalle risultanze dell’operazione “Terza età”, gli specialisti del G.I.C.O. hanno eseguito meticolosi accertamenti economico-patrimoniali, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia, con l’obiettivo di aggredire, attraverso gli strumenti della normativa antimafia, le ricchezze illecitamente accumulate dal gruppo criminale.

In una conversazione con Pasquale ZAZA, nipote del boss di camorra Michele ZAZA inteso “Michele o’ pazz”, Mario LICENZIATO, che non risulta aver mai svolto alcuna attività lavorativa, dichiarava: “io e te guadagniamo da un miliardo a un miliardo e mezzo l’anno”. Mauro LICENZIATO e Elvis HUDOROVIC, con redditi dichiarati modesti o addirittura nulli, mantenevano un tenore di vita particolarmente agiato, fatto di ville di pregio, auto di lusso, frequenti vacanze e beni voluttuari di particolare valore economico.

Sussistendo i presupposti soggettivi – pericolosità sociale dei 3 proposti – e oggettivi – disponibilità di beni in misura sproporzionata rispetto ai redditi dichiarati – il Tribunale di Roma ha emesso il decreto di sequestro in corso di esecuzione, che ha ad oggetto il patrimonio milionario accumulato in pochi anni, così composto:

  • –  quote societarie di maggioranza di un’impresa che gestisce una casa di riposo per anziani ad Artena, ora affidata ad un amministratore giudiziario;
  • –  19 immobili ubicati nei comuni di San Cesareo, Palestrina e Anzio;
  • –  4 automezzi, tra cui una Porsche;
  • –  11 rapporti finanziari per circa 180.000 euro e denaro contante per quasi 230.000 euro;
  • –  5 polizze assicurative vita per circa 150.000 euro;
  • –  11 orologi di pregio, tra cui numerosi Rolex, nonché un lingotto d’oro e preziosi del valore complessivo di oltre 170.000 euro.

L’odierna operazione testimonia il costante impegno della Procura della Repubblica, del Tribunale e della Guardia di Finanza di Roma volto a individuare le ricchezze illecitamente accumulate dalla criminalità, al fine di restituirle alla collettività.

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Reggio di Calabria: la Guardia di Finanza sottopone a sequestro il patrimonio ( circa 1,5 milioni) di un imprenditore indiziato di appartenenza alla ‘ndrangheta (video)

(184) Militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria e del Servizio Centrale ICO, con il coordinamento della locale Procura della Repubblica – Direzione Distrettuale Antimafia, diretta dal Procuratore Giovanni Bombardieri, hanno eseguito un provvedimento emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria – presieduta dalla Dott.ssa Ornella Pastore – su richiesta del Procuratore Aggiunto Calogero Gaetano Paci e del Sostituto Procuratore Giulia Pantano, che dispone l’applicazione della misura di prevenzione patrimoniale del sequestro su beni immobili e rapporti finanziari, per un valore complessivo stimato in 1,5 milioni di euro, nei confronti di SPOSATO Giuseppe cl. ‘65 imprenditore edile indiziato di intraneità al gruppo mafioso “Sposato-Tallarida”, operante in Taurianova (RC) e zone limitrofe.

La figura di SPOSATO Giuseppe era emersa nell’ambito dell’operazione “Terramara Closed” condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Reggio Calabria, dal Reparto Operativo dell’Arma dei Carabinieri e dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Guardia di Finanza di Reggio Calabria – coordinati dalla citata Direzione Distrettuale Antimafia – conclusa, nel mese di dicembre 2017, con l’esecuzione di provvedimenti:

– restrittivi personali nei confronti di 47 soggetti – tra cui il predetto SPOSATO Giuseppe, per i reati – tra l’altro – di associazione per delinquere di tipo mafioso, intestazione fittizia di beni ed estorsione, aggravati dal metodo mafioso, poiché ritenuti intranei alla cosca di ‘ndrangheta “Avignone – Zagari – Fazzalari – Viola” attiva nel mandamento tirrenico della provincia reggina;

– cautelari reali su un patrimonio costituito dai compendi aziendali di imprese/società, beni mobili, immobili e disponibilità finanziarie per un valore stimato complessivamente in euro 25 milioni.

In particolare, allo SPOSATO è stato contestato di aver fatto parte dell’associazione mafiosa denominata ‘ndrangheta e, in particolare, dell’articolazione degli Avignone- Zagari-Fazzalari-Viola, alla quale appartiene il gruppo mafioso Sposato-Tallarida operante in Tarianuova (RC) e zone limitrofe, al cui interno il medesimo ha assunto “compiti di decisione, pianificazione delle associazioni criminali da compiere e degli obiettivi da perseguire con riferimento all’intera organizzazione criminale, nel settore delle estorsioni, delle intestazioni fittizie di beni, nonché per l’aggiudicazione degli appalti pubblici e privati’.

L’egemonia imprenditoriale “mafiosa” degli SPOSATO si era espressa nel progetto di gestione del cimitero di “Iatrinoli”, affidato ai predetti dall’amministrazione comunale pro tempore – in assenza di gara ad evidenza pubblica – poi revocato dalla nuova Giunta, nonché dal “controllo del territorio” esplicato attraverso l’imposizione delle imprese riconducibili alla famiglia – con intimidazioni, assoggettamento e omertà – quali uniche fornitrici di materiale per lavori edili nell’ambito territoriale di competenza.

Alla luce di tali risultanze, la locale DDA, delegava ai citati Reparti, apposita indagine, a carattere economico/patrimoniale, volta all’individuazione dei beni mobili ed immobili riconducibili al predetto SPOSATO Giuseppe ed al suo nucleo familiare, finalizzata all’applicazione di una misura di prevenzione personale e patrimoniale.

In tale contesto, il G.I.C.O. – valorizzando le funzioni proprie della Guardia di Finanza nella prevenzione e contrasto ad ogni forma di infiltrazione della criminalità nel tessuto economico del Paese e di aggressione ai patrimoni illecitamente accumulati – ha ricostruito, attraverso articolati approfondimenti sulle transazioni economico finanziarie e patrimoniali effettuate negli ultimi 20 anni, il patrimonio complessivamente accumulato dal nucleo familiare di SPOSATO Giuseppe.

Gli accertamenti eseguiti hanno evidenziato una significativa, ingiustificata differenza tra il reddito dichiarato ai fini delle imposte sui redditi e il patrimonio posseduto, anche per interposta persona, ma soprattutto, la natura mafiosa dell’attività d’impresa svolta – nel tempo – dal proposto, quale imprenditore espressione della cosca di riferimento.

L’affermazione e la crescita degli illeciti progetti imprenditoriali di SPOSATO Giuseppe, sono risultati essere stati sostenuti dal legame del predetto con la ‘ndrangheta e dal supporto “qualificato” del di lui fratello SPOSATO Carmelo cl. ‘74 quest’ultimo parimenti raggiunto da ordinanza cautelare nel procedimento “Terramara Closed” , nonché destinatario di misura di prevenzione patrimoniale, disposta – a seguito di specifici accertamenti svolti dal predetto G.I.C.O. – dal Tribunale di Reggio Calabria – Sezione Misure di Prevenzione – ed eseguita nel 2019 su un patrimonio – costituito da imprese, fabbricati, terreni e disponibilità finanziarie – stimato in circa 14 milioni di euro.

Alla luce di tali risultanze, la citata Sezione Misure di Prevenzione – su richiesta della locale DDA – ha disposto, con il provvedimento in esecuzione, l’applicazione della misura di prevenzione patrimoniale del sequestro dell’intero patrimonio riconducibile a SPOSATO Giuseppe e al suo nucleo familiare, costituito da fabbricati ubicati in Terranova Sappo Minulio (RC), Taurianova (RC) e nella provincia di Pesaro, nonché disponibilità finanziarie per un valore stimato in circa 1.500.000,00 euro.

 

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Firenze: Guardia di Finanza, vendita abusiva di farmaci anti-Covid-19 e di sanificanti. Denunce e sequestri di sti web e prodotti

(183) I militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Firenze svolgono quotidianamente un’attività di controllo finalizzata a prevenire pratiche commerciali illecite con particolare riferimento all’attuale situazione emergenziale correlata alla diffusione del Coronavirus –Covid19.

Nelle ultime settimane, numerose sono state le irregolarità rilevate in tale ambito dalle Fiamme Gialle del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Firenze, la cui azione ha portato a plurime denunce, a vario titolo, per esercizio abusivo della professione di farmacista, somministrazione di medicinali in modo pericoloso per la salute pubblica e frode in commercio.

In parallelo, salgono a quattro i siti web oggetto di sequestro e oscurati a seguito di provvedimento della Procura della Repubblica di Firenze, ove, come già accertato in un precedente servizio sempre delle Fiamme Gialle fiorentine, veniva venduto illecitamente un farmaco presentato quale rimedio al Coronavirus, a un prezzo fino a 600 euro, a seconda della confezione.

Sempre a seguito di provvedimento della Procura della Repubblica del capoluogo toscano è stato parzialmente oscurato un ulteriore sito che pubblicizzava e commercializzava test presentati come idonei a diagnosticare il Covid-19.

Infine, un sito web è stato oscurato in parte, in quanto vendeva gel igienizzanti indicati come sanitizzanti e disinfettanti, in assenza di apposita certificazione. Le indagini sinora condotte hanno consentito di sequestrare, con la collaborazione anche della Guardia di Finanza di Mantova, oltre 3.000 litri di gel stoccati in un deposito. Gli accertamenti esperiti hanno inoltre permesso di ricostruire la filiera distributiva del prodotto, relativa a decine di soggetti economici presenti su tutto il territorio, che hanno acquistato alcune decine di migliaia di litri di gel, in relazione ai quali sono state avviate le segnalazioni ai competenti Reparti territoriali della Guardia di Finanza.

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Varese: Guardia di Finanza, operazione “La stangata continua”. Accumulo di patrimoni illeciti, sequestrati 2,4 milioni a 4 pregiudicati (video)

(182) 3 ville e 2 cascinali, 9 appartamenti, 2 terreni e 5 box, ma anche 1 dipinto e 2 orologi di pregio: sono questi i beni che la Guardia di Finanza di Busto Arsizio su disposizione dell’Autorità Giudiziaria ha sequestrato – nonostante il periodo di pandemia – a 4 cittadini serbi residenti o domiciliati in Italia abitualmente dediti alla commissione di reati contro il patrimonio (furti, truffe, ecc.), in alcuni casi collegati ad operazioni fraudolente di cambio valuta, realizzate in più Stati attraverso la consegna agli ignari clienti/vittime di banconote contraffatte (recanti la dicitura fac-simile).

A vedersi spogliati di tutti i propri beni, acquistati e accumulati con i proventi di anni di attività delittuose, sono stati un 48enne domiciliato a Busto Arsizio (VA), una 45enne domiciliata a Castellanza (VA), un 37enne di Melzo (MI) e un 33enne residente a Pieve Fissiraga (LO), imparentati tra loro e da tempo stabilitisi in Italia.

Per alcuni di essi, nel mese di settembre 2017 erano già scattate le ordinanze di custodia cautelare emesse dal GIP del Tribunale di Busto Arsizio nell’ambito dell’operazione “LA STANGATA” condotta sempre dalle Fiamme Gialle bustocche nei confronti di una nutrita associazione a delinquere, composta da soggetti di etnia serba, sistematicamente dedita alla commissione di furti seriali, secondo la modalità definita “rip-deal”, perpetrati attraverso fraudolenti cambi di valuta realizzati utilizzando il sistema di intermediazione creditizia denominato “hawala” (in arabo “trasferimento”). Già all’epoca i finanzieri, contestualmente agli arresti, sequestrarono beni e denaro per 725.000 euro, costituenti il profitto dei reati contestati.

A conclusione delle indagini penali, grazie alla meticolosa ricostruzione della biografia criminale di ciascun indagato, ha preso corpo l’operazione “LA STANGATA CONTINUA”, nell’ambito della quale i finanzieri della Compagnia Busto Arsizio, per oltre due anni hanno proseguito con approfondite indagini patrimoniali sul conto degli indagati e delle persone loro collegate, applicando il Codice Antimafia (Decreto Legislativo n. 159/2011) nella parte relativa alle misure di prevenzione patrimoniale riservate alle persone ritenute socialmente pericolose, connotate da un’evidente sproporzione tra i beni posseduti (anche se intestati a incensurati prestanome) ed i redditi dichiarati dal nucleo familiare.

Individuando anche i prestanome a cui i beni erano stati formalmente intestati per eludere la confisca, è stato così possibile avanzare alle competenti Autorità Giudiziarie (Procure della Repubblica di Busto Arsizio, Milano e Lodi) le richieste di applicazione di misure di prevenzione patrimoniali che sono state accolte dalla Sezione Autonoma Misure di Prevenzione del Tribunale di Milano.

L’intero patrimonio sequestrato, dislocato tra i comuni di Busto Arsizio, Castellanza, Lonate Pozzolo, Monza (MB), Corno Giovine (LO), Pieve Fissiraga (PV) e Champorcher (AO), è passato ora nella gestione degli amministratori giudiziari nominati dal Tribunale di Milano in attesa della definitiva confisca e, dunque, del passaggio all’Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata, la quale, allorquando le sentenze di confisca, in alcuni casi già pronunciate, ma oggetto di impugnazione, diverranno definitive, ne curerà la destinazione ad un effettivo riutilizzo sociale.

L’aggressione dei patrimoni illeciti, infatti, consente allo Stato di colpire le organizzazioni criminali e, più in generale, le persone che vivono in tutto o in parte con i proventi di attività delittuose, nel cuore dei propri interessi economici, patrimoniali e imprenditoriali e di restituire alla collettività, per finalità sociali, i beni illegalmente accumulati.

 

 

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Torino: Guardia di Finanza, nel torinese la fabbrica dell’illegalità. Denunciato imprenditore (video)

(181) Oltre 1.500 metri quadri di illegalità: dalla contraffazione ai reati ambientali, dal lavoro nero ad un’intera area adibita a officina abusiva.

È il bilancio di un’operazione della Guardia di Finanza di Torino a San Gillio, comune del torinese, che ha portato alla denuncia di due persone e al sequestro di 15.000 pezzi di ricambio per auto contraffatti riportanti il marchio di una prestigiosa casa automobilistica.

I Finanzieri della Compagnia di Susa, che hanno condotto l’intervento coordinati dalla Procura della Repubblica Torinese, hanno individuato il capannone nelle campagne di San Gillio, su un’area estesa circa 1.500 metri quadri. Nello stabile, apparentemente abbandonato, si poteva accedere solamente da un ingresso defilato situato nel retro del capannone e difficilmente visibile.

All’interno una vera e propria industria del falso ma non solo. L’imprenditore, un cinquantenne di La Cassa (TO), si era creato la sua attività illegale dove produceva migliaia di pezzi di ricambio per auto e accessori tutti riportanti il marchio della nota casa automobilistica, ovviamente ignara e parte lesa nella vicenda. Macchinari, attrezzature, tutto era allestito e organizzato per soddisfare le centinaia di ordini che quotidianamente l’imprenditore riceveva dai clienti.

L’uomo si era anche creato una sua nicchia di clienti tra gli appassionati di auto d’epoca; tra i pezzi di ricambio sequestrati dai Finanzieri, infatti, numerosi erano gli articoli dedicati alle autovetture oramai vintage ma con un importante platea di intenditori visto anche il considerevole numero di commesse che l’azienda riceveva, non solo dal Piemonte, ma da tutta Italia; dalla Lombardia alla Sicilia, dalla Liguria al Friuli Venezia Giulia.

Nel corso dell’intervento sono state anche riscontrate gravi anomalie per quanto riguarda lo smaltimento dei rifiuti e dei residui della lavorazione: una porzione dello stabile, infatti, era stata destinata allo stoccaggio dei rifiuti pericolosi rinvenuti ammassati all’interno del capannone che, tra l’altro, aveva la sua copertura in amianto. All’interno dello stabile anche un’area destinata ad officina per le riparazioni delle autovetture, ovviamente abusiva così cosi come “in nero” era impiegato il personale trovato al lavoro. Oltre 1.000 pezzi di motori e 24 tra macchinari attrezzature per la riparazione delle auto sono stati sequestrati. Insomma, un’attività illegale sotto tutti i profili.

Ora tutta l’area è stata sequestrata mentre sono circa 15.000 i ricambi falsi cautelati dai Finanzieri, unitamente ai macchinari e alle attrezzature utilizzate per l’attività illecita.

Particolare che va ad aggravare la posizione dell’indagato, è rappresentato dal fatto che mentre la maggior parte delle aziende oneste sono chiuse nel pieno rispetto dei provvedimenti a contrasto del COOVID 19, l’uomo continuava a svolgere, la sua “attività” in maniera incessante non curante delle restrizioni in vigore. Ed è per questo che a suo carico, oltre alle varie denunce accumulate, si sono aggiunte le sanzioni per la “mobilità non giustificata”, che hanno coinvolto anche il personale trovato all’interno dell’azienda.

L’imprenditore, già noto alle forze dell’ordine per altre passate vicende, è stato denunciato alla Procura della Repubblica di Torino per una lunga serie di reati che vanno dalla contraffazione alla frode in commercio dai reati ambientali sino alla ricettazione.

 

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Bologna: Guardia di Finanza, sequestrate disponibilità finanziarie ed immobili per 3,4 milioni a coniugi indagati per riciclaggio (video)

(180) I militari della Guardia di Finanza di Bologna hanno eseguito, su disposizione del GIP del locale Tribunale, Dott. Sandro Pecorella, un decreto di sequestro preventivo per equivalente fino all’ammontare di € 3.419.211 nei confronti di M.M., classe ’65, e R.L., classe ’75, coniugi entrambi residenti a Bologna, in quanto ritenuti responsabili, in concorso, del reato di riciclaggio.

Le indagini, condotte dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria sotto la direzione del Procura della Repubblica di Bologna, nella persona del Dott. Domenico Ambrosino, sono state originate dall’analisi di alcune segnalazioni di operazioni sospette nelle quali venivano evidenziate una serie di movimentazioni finanziarie anomale, coinvolgenti soggetti francesi e libanesi, che avevano visto transitare ingenti somme – tra l’altro – sui conti correnti degli indagati, lui italiano già residente in Francia e lei di nazionalità francese.

In particolare era emerso come gli indagati avessero ricevuto sui propri rapporti un totale di € 3.419.211,00 da un broker libanese e da una società a questi riconducibile, sempre localizzata nel “paese dei cedri”.

Le successive attività di approfondimento svolte dalle fiamme gialle su tali operazioni, che da subito erano apparse come incongrue e non giustificate rispetto al profilo e alla condizione economica dei beneficiari, hanno permesso di rilevare come il broker insieme ad un ex dirigente di un istituto di credito li aveva ritenuti colpevoli di abuso di informazioni privilegiate in relazione a due distinte Offerte Pubbliche di Acquisto, lanciate sul mercato finanziario transalpino, che avevano loro fruttato un illecito guadagno di oltre 6,5 milioni di euro.

Le indagini, svolte anche attraverso l’esecuzione di rogatorie internazionali in Libano e Francia, consentivano altresì di accertare come i due coniugi, dopo aver ricevuto le somme derivanti dalle citate illecite operazioni finanziarie, abbiano posto in essere una serie di vorticose operazioni intermedie di investimento/disinvestimento in titoli, beni mobili e immobili, anche servendosi di imprese create ad hoc, al solo fine di ostacolare l’individuazione della provenienza delle stesse e con l’intento finale di farle rientrare definitivamente in Francia nella disponibilità dell’ex dirigente bancario.

A riprova della gravità del quadro indiziario così delineato, il GIP ha evidenziato come “la serie quasi inestricabile di trasferimenti di questo denaro hanno reso davvero difficile identificare la loro provenienza delittuosa dai due delitti di insider trading”, integrando appieno la previsione dell’art. 648 bis del codice penale.

L’operazione odierna s’inquadra nel più ampio dispositivo di polizia economico-finanziaria predisposto dalla Guardia di Finanza a tutela dell’economia legale e a contrasto delle forme di riciclaggio che alterano le condizioni di concorrenza.

 

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Como: Guardia di Finanza, operazione “Panni sporchi”. 2 arresti, denunciate 19 persone per riciclaggio internazionale, sequestrati 36 kg d’oro e denaro contante per 660.000 € (video)

(178) La Guardia di finanza di Como, nell’ambito di un procedimento penale pendente presso la Procura della Repubblica di Como, ha svolto complesse indagini che hanno permesso di portare alla luce un sodalizio criminale dedito al riciclaggio dei proventi dei delitti tributari e del commercio abusivo di oro, mediante il trasferimento fraudolento di valuta in contanti nonché di oro da investimento coniato in monete, da e per la Svizzera.

I risultati raggiunti dai militari del Nucleo di Polizia Economico Finanziaria di Como si riassumono in queste cifre: arresto di due persone in flagranza di reato e denuncia a piede libero di complessive 19 persone nonché il sequestro di kg. 36 di oro (in forma di lingotti o di sterline da investimento), di denaro contante per circa 660.000 euro e 5 autovetture.

L’indagine ha riguardato il settore del riciclaggio transnazionale di valuta, fenomeno che caratterizza la provincia comasca che non solo è situata sul confine con la Svizzera, ma si colloca anche a metà strada del crocevia finanziario che collega Lugano a Milano. Non più pesanti bricolle trasportate da contrabbandieri lungo gli impervi sentieri nei boschi di confine, dunque, ma comode auto cariche di oro e valuta, nascosti in ben occultati doppifondi, guidate da moderni spalloni che corrono lungo la tratta autostradale che unisce i due capoluoghi.

In realtà, i flussi finanziari che passano da Como si diramano poi per l’intera Italia. Come nell’episodio che ha portato all’arresto, in flagranza, di due degli indagati quando questi vennero sorpresi dai militari presso l’uscita del casello autostradale di Brescia nell’atto di scambiarsi un pacco di banconote: 138.500 € consegnati da un imprenditore lombardo ad uno spallone perché li trasferisse in Svizzera.

Ed è proprio sui patrimoni di rientro dalla Svizzera che si sono concentrate le indagini delle Fiamme Gialle lariane che non solo hanno effettuato denunce e sequestri a carico di chi è rientrato in Italia senza effettuare le previste dichiarazioni in Dogana, ma che hanno anche approfondito le modalità con le quali i destinatari finali di queste provviste finanziarie hanno costituito il loro tesoretto all’estero non dichiarandolo al Fisco. Per questa ragione sono state segnalate, per gli opportuni approfondimenti fiscali, ai Reparti delle province di

Parma, Napoli, Genova e Trento, le posizioni di coloro che detenevano illecitamente denaro in Svizzera.

I vertici del sodalizio, in concreto, gestiscono oltreconfine intermediari finanziari – nella forma per lo più di società fiduciarie o di cambiavalute – curando, su esplicita richiesta del cliente finale, il flusso finanziario, infatti, dalla Svizzera all’Italia, provvedono dapprima alla monetizzazione dei flussi finanziari esteri e, successivamente, al trasferimento dei fondi mediante spalloni dall’Italia alla Svizzera, provvedendo al ritiro del contante in Italia, al trasferimento oltreconfine e quindi al versamento in appositi conti correnti, accesi presso specifiche Banche elvetiche, oppure al deposito in cassette di sicurezza “anonime” dislocate non solo all’interno di Istituti di credito ma anche presso uffici cambio.

 

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Catania: Guardia di Finanza, operazione “Shoes”. Associazioni armate dedite al traffico di stupefacenti ed all’agevolazione del clan Santapaola-Ercolano. 25 arresti (video)

(177) I Finanzieri del Comando Provinciale di Catania hanno dato esecuzione a un’ordinanza di misure cautelari emessa dal G.I.P. del Tribunale etneo nei confronti di 25 persone (21 ristrette in carcere e 4 agli arresti domiciliari) indagate, a vario titolo, per associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti (cocaina, marijuana, hashish e “crack”) aggravata dalla finalità di agevolare il clan mafioso “Santapaola-Ercolano” e dalla detenzione di armi. Contestualmente, è stato eseguito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per sproporzione (art.240 bis C.P.) di una ditta individuale per un complessivo valore di 200 mila euro.

L’investigazione condotta dal Nucleo di Polizia Economico- Finanziaria e coordinata da questa Procura Distrettuale, è convenzionalmente denominata operazione “SHOES” per l’utilizzo, tra le tante, quali parole convenzionali, di noti brand di scarpe per comunicare i quantitativi di droga da movimentare.

La meticolosa indagine dei Finanzieri del G.I.C.O. di Catania (Gruppo Operativo Antidroga, G.O.A.), consentiva di pervenire, tra gennaio 2017 e novembre 2018, a ripetuti riscontri dell’operatività di molteplici gruppi criminali organizzati (catanesi riforniti da formazioni criminali campane, albanesi, calabresi e laziali) attraverso l’arresto in flagranza per traffico di stupefacenti di 6 soggetti (artt. 73 e 80, D.P.R. 309/90) e al contestuale sequestro, in più frangenti, di oltre kg. 4 di cocaina, kg. 52 di marijuana e kg.25 circa di hashish. Gli stupefacenti sequestrati, destinati al mercato della Sicilia orientale, avrebbero fruttato alle strutturate compagini criminali etnee proventi per 2,5 milioni di euro.

Nel dettaglio, l’indagine dei Finanzieri del G.I.C.O. di Catania trae la sua origine dallo sviluppo diretto delle evidenze emerse in un distinto procedimento penale (Operazione “STOP AND GO”, Guardia di Finanza Catania) che portò, nel maggio 2019, all’esecuzione di un’ordinanza di misure cautelari in carcere emessa dal G.I.P. del Tribunale etneo nei confronti di 16 persone espressione di due distinte compagini associative, aventi la loro base operativa a Catania con ramificazioni attive in Italia (Torino, Siena e Reggio Calabria) e all’estero (Spagna e Sud America).

L’odierna operazione “SHOES” ha permesso di tracciare con dovizia i traffici criminali condotti da due associazioni armate finalizzate al traffico di stupefacenti, una delle quali operativa anche allo scopo di agevolare Cosa Nostra etnea (gruppo criminale “ottantapalmi” poi assorbito dai “Nizza”) mediante la destinazione di parte dei proventi illeciti alle famiglie dei detenuti.

Il primo sodalizio era capeggiato da un pregiudicato catanese soprannominato “Bakù” dai fornitori partenopei in onore di una nota piazza di spaccio di Scampia (chalet Bakù), già noto alle cronache giudiziarie per essere stato tratto in arresto, nel quartiere etneo di Zia Lisa, con 1,3 kg di cocaina celata tra salumi nonché per la detenzione illegale di un’arma clandestina e munizioni. Tra i suoi sodali figurava anche un cantante neomelodico catanese noto per i suoi pezzi in napoletano. Il clan catanese si approvvigionava stabilmente, mediante collaudati sistemi di comunicazione tesi a eludere anche eventuali intercettazioni telefoniche in atto, da un sodalizio operante a Castellammare di Stabia (NA) nonché da un gruppo criminale italo albanese avente la sua base logistica nel Lazio. La detenzione di armi veniva riscontrata, nel settembre del 2017, quando, i Finanzieri del G.I.C.O. di Catania, nel quartiere di San Berillo Nuovo (Corso Indipendenza, Catania), traevano in arresto 2 soggetti in possesso di un arsenale costituito da un fucile mitragliatore ak 47 kalashnikov, 3 revolver, 1 pistola semiautomatica e circa 500 cartucce di vario calibro, alcuni passamontagna e oltre un chilo di marijuana.

Il secondo focus investigativo dell’operazione “SHOES” era rappresentato dall’associazione armata capeggiata da un affiliato di cosa nostra etnea, promotore e coordinatore di un’attività di spaccio di stupefacenti nel territorio di Catania, il quale si procurava cocaina e “crack” da fornitori catanesi e calabresi e gestiva la lucrosa attività unitamente alla moglie, incaricata della contabilità dei crediti vantati nei confronti degli acquirenti e della suddivisione in dosi. I proventi del traffico di stupefacenti, oltre che essere ripartiti tra gli affiliati in relazione alle mansioni svolte, erano destinati dal promotore anche alle famiglie di alcuni affiliati in carcere del clan “Santapaola – gruppo Nizza”. Numerose le conversazioni intercettate nelle quali il reggente dell’associazione, contrariato dalla gestione non adeguatamente redditizia di una piazza di spaccio, palesava la necessità di affidare la stessa a soggetti in grado di garantire introiti superiori anche per sostenere adeguatamente le famiglie dei detenuti i quali, all’atto della loro carcerazione, avevano in lui riposto la fiducia affidandogli il controllo delle loro piazze.

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Busto Arsizio (Va): Guardia di Finanza, sequestrate 330.000 mascherine con marchio CE falso

(176) La Guardia di Finanza di Busto Arsizio ha individuato e sequestrato, presso tre società con sede nei comuni di Busto Arsizio, Samarate e Olgiate Olona, oltre 330.000 mascherine pronte per essere vendute come dispositivi medici (mascherine chirurgiche) o dispositivi di protezione individuale con marchio “CE„ falso e in assenza delle previste certificazioni.

I prodotti sequestrati, tra cui 9.000 mascherine FFP2, tutti fabbricati in Cina, risultavano infatti importati e commercializzati con una impropria marcatura “CE„ o addirittura erano privi della predetta marcatura nonché di altra documentazione idonea a certificare correttamente il prodotto come dispositivo medico (DM) o dispositivo di protezione individuale (DPI) e, comunque, senza che fossero stati formalmente interessati l’Istituto Superiore di Sanità ovvero l’INAIL, per avvalersi della deroga alla commercializzazione prevista dall’art. 15 del Decreto Legge n. 18/2020 (cd. decreto “Cura Italia”).

I finanzieri di Busto Arsizio hanno accertato che le imprese controllate, talune delle quali pubblicizzavano la vendita delle mascherine anche sul web, si avvalevano di certificazioni “CE„ rilasciate da enti cinesi non rientranti tra gli organismi autorizzati ad espletare le procedure di certificazione con ciò non garantendo la presenza dei requisiti di sicurezza essenziali per l’utilizzatore delle mascherine.

Gli amministratori delle tre aziende varesine sono stati denunciati a piede libero alla Procura della Repubblica di Busto Arsizio per il reato di frode in commercio, al quale si sono aggiunte le relative contestazioni di natura amministrativa in tema di conformità dei prodotti. Anche le tre società in questione sono state segnalate all’Autorità Giudiziaria in ordine alla responsabilità amministrativa degli enti, derivante dalla mancata adozione di modelli organizzativi e di gestione idonei a prevenire il suddetto delitto commesso dai suoi legali rappresentanti nell’interesse o a vantaggio dell’azienda (artt. 5 e 25.bis.1 del Decreto Legislativo n. 231/2001).

 

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Napoli: Guardia di Finanza, sequestrate 24.000 mascherine non a norma e 5.000 confezioni di farmaci spacciati per prodotti anti-Covid. Denunciato un responsabile (video)

(175) Il Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Napoli ha sequestrato nel quartiere Ponticelli oltre 24.000 mascherine sulle quali era impresso il falso marchio “CE” e 5.000 confezioni di farmaci provenienti dalla Cina, “spacciati” come anti-coronavirus e privi di qualsiasi autorizzazione al commercio.

L’operazione dei Baschi Verdi ha preso le mosse da un controllo su strada ed è proseguita con una perquisizione presso l’abitazione di un 39enne di origine cinese; infatti, i Baschi Verdi si erano insospettiti per le dichiarazioni contradditorie rese dal soggetto nel corso di uno dei controlli sugli spostamenti.

I presidi medici sono stati sequestrati e il responsabile è stato denunciato all’Autorità Giudiziaria per commercializzazione abusiva di medicinali, vendita di prodotti con segni mendaci e ricettazione, oltre ad essere stato sanzionato e segnalato al Prefetto che per lo spostamento senza valida giustificazione.

Nessun farmaco può essere commercializzato in Italia in assenza dell’autorizzazione dell’AIFA, Agenzia Italiana del Farmaco, che esegue su ciascuno di essi delle valutazioni chimico – farmaceutiche, tossicologiche e biologiche, al fine di testarne l’efficacia e la non pericolosità.

Nel complesso, i finanzieri del Comando Provinciale di Napoli, impegnati a vigilare sull’osservanza delle misure previste per contenere la diffusione del Covid-2019, hanno sequestrato dall’inizio dell’emergenza oltre 730.000 tra mascherine e altri dispositivi di protezione sanzionando 41 responsabili, di cui 27 denunciati all’Autorità Giudiziaria.

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Roma: Guardia di Finanza, sventata immissione sul mercato di oltre 520.000 tra prodotti igienizzanti, mascherine e termometri ottici non sicuri. Sequestrate anche 354.000 calzature contraffatte (video)

(174) Proseguono senza interruzione i controlli dei Finanzieri del Comando Provinciale di Roma nell’ambito del piano predisposto per contrastare i comportamenti fraudolenti che sfruttano la pandemia da “Covid-19” per trarne profitto.

Oltre 420 mila confezioni di prodotti igienizzanti nella cui etichetta erano riportate proprietà disinfettanti – sebbene mancasse la prescritta autorizzazione del Ministero della Salute – sono state sequestrate dalle Fiamme Gialle del 3° Nucleo Operativo Metropolitano nel corso delle ispezioni eseguite presso rivendite della capitale e in un opificio situato in provincia.

Inoltre, più di 100 mila – tra mascherine protettive e termometri ottici con rilevamento a distanza non conformi alla normativa comunitaria e nazionale – sono state scovate in vari esercizi commerciali disseminati nel quartiere Prenestino. I dispositivi di protezione individuale, in particolare, recavano indebitamente il marchio CE, mentre, in altri casi, erano posti in commercio in difetto della prescritta autodichiarazione inviata all’Istituto Superiore di Sanita e all’I.N.A.I.L. per l’attestazione delle caratteristiche tecniche e il rispetto dei requisiti di sicurezza, deroga consentita in via eccezionale dal Governo proprio per fronteggiare l’emergenza sanitaria in atto.

Nel magazzino di una società riconducibile a un cittadino cinese i militari hanno anche rinvenuto oltre 354.000 calzature riproducenti i modelli e i marchi contraffatti di note case di alta moda nazionali e straniere.

Otto persone sono state denunciate alla Procura della Repubblica di Roma per i reati di frode in commercio, ricettazione e vendita di prodotti contraffatti.

L’attività rientra nel più ampio dispositivo messo in atto dal Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Roma per la tutela della salute dei consumatori e la salvaguardia degli operatori economici rispettosi delle regole.

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Modena: sequestrate 157.000 mascherine non conformi per un valore di 800.000 euro (video)

(173) Le Fiamme Gialle del Comando Provinciale di Modena, nell’ambito di due distinte operazioni volte al contrasto delle condotte fraudolente e delle pratiche commerciali sleali connesse all’emergenza epidemiologica COVID-19, hanno individuato mascherine di tipo “FFP2” e “CHIRURGICHE TRISTRATO” carenti dei prescritti requisiti di sicurezza, commercializzate in provincia e sull’intero territorio nazionale.

La prima operazione, portata a termine dai militari del Nucleo di Polizia Economico- Finanziaria di Modena, ha consentito di individuare e sequestrare, presso un’azienda con sede a Sassuolo, 132.800 mascherine non conformi ai prescritti requisiti di sicurezza in quanto sprovviste della marcatura CE ovvero delle certificazioni dell’Istituto Superiore di Sanità o dell’INAIL. La merce sequestrata, proveniente da un fornitore cinese, era infatti accompagnata unicamente da un “Certificate of Compliance”, documento non sufficiente ad attestarne la sicurezza.

Nel secondo caso, invece, i finanzieri della Compagnia di Modena hanno riscontrato presso un’altra azienda con sede a Modena, invece, che i presidi sanitari, sempre di provenienza cinese, recavano la marcatura “CE” derivante dalla presentazione di un “certificato di conformità” rilasciato da una società non autorizzata a garantirne la genuinità, avente un nome molto simile a quello di un noto organismo certificatore, conosciuto a livello internazionale. Nella circostanza, le Fiamme Gialle, rilevando la frode nell’esercizio del commercio, hanno immediatamente sottoposto a sequestro 10.470 esemplari delle mascherine detenute presso il magazzino di una società modenese e presso una farmacia nonché, su delega della locale A.G., hanno provveduto al sequestro di ulteriori 13.884 pezzi presso gli acquirenti della merce, dislocati nelle provincie di Milano, Como, Trento, Reggio Emilia e Perugia.

Gli ingenti sequestri operati hanno consentito, complessivamente, di bloccare la diffusione di mascherine, asseritamente filtranti (mod. FFP2) e chirurgiche tristrato, aventi un valore commerciale stimato di oltre € 800.000, prive dei prescritti requisiti di sicurezza, che avrebbero esposto al rischio la salute degli ignari acquirenti.

I titolari delle aziende coinvolte nelle due operazioni, responsabili dell’illecita commercializzazione dei presidi sanitari, sono stati deferiti alla locale Procura della Repubblica, a piede libero, per le ipotesi di reato di frode in commercio e nelle pubbliche forniture.

Le attività svolte costituiscono, ancora una volta, concreta testimonianza della quotidiana azione realizzata dalla Guardia di Finanza, unico organo di polizia giudiziaria ed economico- finanziaria a tutela dei consumatori e degli operatori onesti, nel perseguimento dell’obiettivo di contrasto ai comportamenti illegali e fraudolenti che sfruttano l’attuale emergenza sanitaria per conseguire indebiti profitti.

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Bergamo: lotta all’evasione fiscale. Scoperti 8 milioni non dichiarati al Fisco da una società di Telgate. Eseguiti 2 arresti, 2 misure interdittive e sequestrati beni e conti correnti per 2,3 milioni (video)

(172) I militari del Comando Provinciale di Bergamo hanno dato esecuzione ad un’ordinanza emessa dal G.I.P. del Tribunale di Bergamo, Dott.ssa Federica Gaudino, che dispone la custodia cautelare di tre persone (due in carcere e una agli arresti domiciliari) accusate di aver realizzato un’ingente evasione fiscale e il sequestro di beni e disponibilità finanziarie per oltre 2,3 milioni di euro.

Le indagini, condotte dai Finanzieri della Tenenza di Sarnico e coordinate dal Pubblico Ministero Dott. Nicola Preteroti, si sono concentrate su una società, con sede dichiarata a Telgate (BG), attiva nel settore edile. Un’azienda che ha operato con oltre 270 dipendenti in diversi cantieri tra la Lombardia, il Veneto, il Trentino Alto Adige, la Liguria e l’Emilia Romagna. Un’impresa che, nonostante un fatturato di oltre 8 milioni di euro, non ha presentato le dichiarazioni fiscali e non ha versato le imposte dirette, l’IVA e i contributi dovuti, tenuta in vita due anni per poi essere messa in liquidazione. Fatture, libri e registri contabili distrutti, amministrazione della società sulla carta affidata a teste di legno, tutti espedienti messi in atto per evadere e sfuggire al Fisco.

Un’ingente frode fiscale che i militari della Guardia di Finanza hanno potuto meticolosamente ricostruire attraverso l’utilizzo delle banche dati in uso, grazie alle quali è stato possibile risalire ai numerosi fornitori e clienti dell’azienda e acquisire oltre 899 fatture emesse e ricevute, ma anche attraverso tabulati telefonici, accertamenti bancari e procedendo ad interrogare numerose persone, tra le quali ex dipendenti.

L’attività investigativa ha permesso, inoltre, di identificare i reali amministratori della società, un sessantaseienne di origini bresciane e un quarantanovenne albanese, entrambi residenti in provincia di Brescia, gravati da diversi precedenti anche per reati fiscali e già in passato arrestati. Uno di loro è stato nuovamente condotto in carcere a Bergamo dai Finanzieri, il complice risulta allo stato irrintracciabile. Dovrà invece scontare gli arresti domiciliari il liquidatore della società, un sessantunenne sempre bresciano. Anche i prestanome, succedutisi nel tempo nella formale amministrazione dell’azienda, sono stati indagati in concorso con i principali artefici della frode fiscale. Si tratta di tre uomini, uno originario della provincia di Brescia, uno della provincia di Napoli ed uno di quella di Como, tutti con precedenti. Per loro il Giudice ha emesso una misura cautelare interdittiva che non gli consentirà di assumere, per la durata di un anno, cariche direttive societarie. Tra loro un consulente aziendale, iscritto all’AIRE, che vive in Svizzera coinvolto, in passato, anche in indagini per riciclaggio.

A fronte del volume d’affari realizzato e non dichiarato negli anni 2017 e 2018, la società avrebbe dovuto versare all’Erario 2,3 milioni di euro tra IVA e imposte dirette ed ulteriori 1,6 milioni di euro a titolo di ritenute fiscali, contributi previdenziali ed assistenziali a favore dei propri dipendenti. Ma nulla è stato versato nella casse dello Stato, attraverso indebite compensazioni per crediti inesistenti, finte erogazioni del cd. “bonus Renzi” ovvero inesistenti crediti d’imposta riconducibili all’incremento della base occupazionale. Gli illeciti risparmi fiscali realizzati hanno anche consentito agli indagati di operare sul mercato offrendo prestazioni a prezzi nettamente inferiori rispetto alla concorrenza, in danno degli imprenditori onesti.

Sulla scorta dei gravi indizi di colpevolezza accertati, il G.I.P. di Bergamo ha disposto nei confronti degli indagati anche il sequestro preventivo finalizzato alla confisca, di beni e valori fino alla concorrenza di 2,3 milioni di euro. Nel corso delle perquisizioni presso le abitazioni degli indagati i militari hanno sottoposto a sequestro 11 immobili, tra cui una casa con piscina, conti correnti, denaro contante, quote societarie per un valore di 200mila euro, tre automobili, due moto, 20 orologi di pregio e hanno acquisito documentazione che verrà vagliata nei prossimi giorni.

La lotta alle frodi fiscali che sottraggono risorse finanziarie alle casse dello Stato, oggi ancor di più indispensabili per poter realizzare politiche di sostegno per cittadini e imprese, rappresenta una priorità operativa per la Guardia di Finanza.

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