Ipocrisia ed incoerenza: un’ “alchimia” tutta da schivare

altaltIl nostro intento è quello di voler azzardare, dando una nostra definizione al termine “ipocrisia”. Ci proveremo da subito dicendo che, essa, si potrebbe identificare con l’attitudine, presente in ognuno di noi, a simulare buoni sentimenti ed intenzioni lodevoli allo scopo, becero, di ingannare qualcuno. Fermamente convinti che, sovente, l’atto d’essere se stessi, non paghi, il tema “ipocrisia ”, nella sua ovvietà e nel suo più tipico concetto, va trattato con ampia lealtà, premettendo che originariamente tale termine veniva ricondotto all’azione di un attore che, una volta appresa l’arte teatrale, portava in giro per il mondo storie inverosimili di sciagure e di sventure, in modo da interessare gli uditori che, all’epoca, com’è noto, non possedevano altri “canali mediatici”. Certamente, oggi, quando si parla di ipocrisia ci si riferisce alla naturale predisposizione dell’uomo ad ingannare. Il mondo occidentale è, come noto, un mondo lezioso, nel quale si fa di tutto per piacere a chi ci circonda; in tal modo non si fa altro che alimentare comportamenti pregni di incoerenze ed ipocrisie.

Sappiamo già che la prima reazione a tale nostra asserzione sarà quella di risultare faziosi e provocatori. Ma, ammettiamo da subito, si tratta proprio di ciò che desideriamo suscitare! Ci si è mai chiesti, ad esempio, se siamo davvero in grado di non cadere mai in contraddizioni tra parole e fatti? Ahinoi, sarà capitato un po’ a tutti di attuare comportamenti contraddittori ed incoerenti. E, solitamente, chi è incoerente è altresì ipocrita. Diciamo pure che, queste due sfaccettature del modo di agire di molti, fondano le loro radici in un feeling “tutto da evitare”; una strana sintonia che li rende l’una dipendente dall’altra. L’ipocrisia, il moralismo, l’incoerenza, rappresentano tutto ciò che, noi, con animo “liberista”, contrastiamo con fermezza in quanto legati ad un modus vivendi che mette in evidenza soltanto l’atto vile di un animo inadeguato a manifestare le proprie idee, il proprio pensiero. Ordunque, cosa si può fare se, però, si fa parte di quella minoranza che non ha nulla a che vedere con la falsità e la scorrettezza? O meglio, come riuscire nell’arduo compito di rimanere indenni da quello che si potrebbe tranquillamente definire come un "circolo vizioso"? Innanzitutto, potremmo cominciare col pensare al modo in cui emergere all’interno di un qualunque contesto senza l’affanno di "dover", al fine di raggiungere il proprio scopo, necessariamente screditare o infangare chi si frappone tra noi e l’obiettivo da raggiungere. E qui ci aspettiamo, da parte vostra, un’esclamazione di tipo corale del tipo “Facile scrivere tali banali ovvietà”, oppure “Vorrei vedere te!”, o ancor'anche “Non si deve generalizzare, perché non siamo tutti uguali”. Esatto. Non siamo tutti uguali ed è proprio questa perifrasi che ci porterà al passo successivo: quello di rimanere sempre in linea con le nostre idee, eludendo dunque l’assillo del dover apparire come “gli altri” vorrebbero che fossimo. Ed ancora, abbiamo mai considerato il fatto che essere commedianti e/o “doppioni”, alla lunga ci possa “affaticare”? Si, perché con tale condotta non si fa altro che ostentare mostrando il contrario di ciò che in realtà si è. Risultato? Stanchezza mentale, stress, esaurimento. Orbene, volendo fare un ragionamento di tipo opportunistico, ci converrebbe forse, cercare di non esagerare con le falsità, sostituendole “al bisogno” ad esempio, con un pizzico di diplomazia. Non a caso quest’ultima virtù, viene spesso utilizzata, come una vera e propria “arte”, da chi della diplomazia (o, fors’anche, demagogia) ne ha fatto un’arma a proprio vantaggio e cioè dai politici. Ciò non significa, che non esitano politici che raccontano mere falsità! Anzi! Volendo fare sull’argomento trattato un’ulteriore analisi “costi-benefici”, ci si può rendere agevolmente conto di come l’utilità che si raggiunge “fregando il prossimo”, sia paragonabile alla curva di Laffer (curva che in economia, per la sua forma, viene denominata anche “a campana”). Ovvero, il beneficio dell’ipocrita cresce fino ad un punto massimo fino a quando, raggiunto quest’ultimo, inizia a decrescere vorticosamente. Allora, senza troppi giri di parole, vi lasciamo con una citazione di John Fitzgerald Kennedy il quale sosteneva che ”Il massimo della stupidità si raggiunge non tanto ingannando gli altri ma sé stessi, sapendolo. Si può ingannare tutti una volta, qualcuno qualche volta, mai tutti per sempre.” Dunque, “svegliamoci”, dando ampio spazio a noi stessi e liberandoci dai fantasmi di chi potrebbe essere migliore di noi e che, forse, migliore di noi non lo è affatto.

Condividi sui social

L’ “Antimafia Day” di “Riferimenti” approda a Verona

Approda a Verona l'Antimafia Day, intere giornate dedicate al tema della lotta alla criminalità organizzata. E' questa un'iniziativa del Coordinamento Nazionale Antimafia "Riferimenti" inserita nel progetto "Gerbera Gialla 2011"che, in collaborazione con il Ministero dell' Istruzione, tende a promuovere su tutto il territorio nazionale la cultura dei diritti e la sensibilizzazione all'impegno antimafia. Recenti indagini ed arresti hanno dimostrato quanto sia radicata al Nord la criminalità organizzata, in special modo 'ndrangheta. Se la mafia ha la sua testa al Sud, è vero anche che predilige concludere  affari nelle regioni del Nord; da questo l'esigenza di produrre informazione e sensibilizzazione in materia su tutto il territorio nazionale.

Venerdì 8 aprile due iniziative vedranno coinvolti al mattino gli studenti veronesi presso il polo universitario "Zanotto" ed al pomeriggio gli adulti nell’aula consiliare del Comune di Verona. Ospiti partecipanti saranno: Michele Prestipino (Procuratore Aggiunto della Repubblica di Reggio Calabria), Renato Cortese (Capo della Squadra Mobile della Questura di Reggio Calabria), Arcangelo Badolati (giornalista e scrittore autore di numerosi saggi sul fenomeno 'ndrangheta), Gaetano Saffioti (testimone di giustizia), Adriana Musella (presidente del coordinamento nazionale antimafia "Riferimenti") ed Andrea Bolla (Presidente dell'Associazione Industriali di Verona). Agli studenti si parlerà di mafia al nord ma si mostrerà anche il video originale della cattura di Bernardo Provenzano (di cui Prestipino e Cortese sono stati gli artefici). Nel pomeriggio, invece, un confronto con la politica e con gli industriali sulle connivenze, infiltrazioni e sui fenomeni del racket e dell'usura in città. L'evento è organizzato in collaborazione con il Comune di Verona.

Condividi sui social

“Riferimenti”: il 4 ed il 5 aprile l’incontro con gli studenti a Cosenza e Rogliano (CS)

Nell'ambito del Protocollo d'Intesa siglato tra il Coordinamento Nazionale Antimafia "Riferimenti" e il Consiglio Regionale della Calabria continua il Progetto “Gerbera Gialla 2011” e le iniziative dell’Antimafia Day nelle scuole della Calabria. Sono queste intere giornate dedicate alle scuole della regione sul  tema della lotta alla mafia, che coinvolgono sia gli studenti che gli adulti. E’ una no-stop in cui si alternano mattina  e pomeriggio nelle scuole  rappresentanti istituzionali e testimoni. L’Antimafia Day fa tappa a Cosenza nei giorni 4 aprile al Liceo Scientifico “E. Fermi” e il 5 aprile all’Istituto d’Istruzione Superiore “A. Guarasci” di Rogliano.

Il programma prevede una due giorni coordinata  dai giornalisti Annamaria Terremoto, Arcangelo Badolati e Attilio Sabato. Lunedì 4 Aprile ore 10:30 presso il Liceo S. ”E. Fermi” incontro con gli studenti al quale interverranno il Generale Adelmo Lusi Comandante Regionale dell’Arma dei Carabinieri, il dott. Vincenzo Luberto, e Adriana Musella presidente di “Riferimenti” Coordinamento Nazionale Antimafia. Nel pomeriggio invece, alle 16:30, il Prefetto di Cosenza dott. Raffaele Cannizzaro e il Questore di Cosenza Dott. Alfredo Anzalone incontreranno le famiglie in un appuntamento riservato agli adulti. Il 5 aprile alle ore 10:30all’Istituto “A. Guarasci” di Rogliano, invece, sarà di scena il magistrato Eugenio Facciolla.

Condividi sui social

Diversità

altQualche tempo fa ha attirato la mia attenzione un trafiletto di giornale, all’apparenza marginale e “innocuo” come spesso lo sono le notizie a latere, rivelatosi invece, ad una più attenta analisi, tutt’altro che insignificante e scontato. In breve la notizia  evidenziava che a Roma in un negozio di via Borgo Santo Spirito, a due passi da San Pietro, era entrata  una clochard e, fin qui, nulla di strano. Prima però che il personale addetto all’esercizio se ne rendesse conto, si era comodamente messa a dormire in vetrina. La titolare del negozio aveva provato a farla uscire senza ottenere risultati e quindi si era decisa a chiamare la polizia. Solo l’intervento degli agenti era riuscito a sortire l’esito sperato. Come scrisse Torquato Tasso nella “Gerusalemme liberata”: “E’ il sonno, ozio de l’alme, oblìo de’ mali” e come ha detto un grande psicologo americano, S. Asch,: “Noi cerchiamo la compagnia degli altri… perché cerchiamo di metterci in rapporto significativo con il mondo che ci circonda… Il bisogno di comunicare con gli altri, di parlare, di divertirsi con loro e di partecipare le nostre impressioni è reale ed imperioso come la fame e la sete”.

E non consideriamo inoltre le varie leggende metropolitane i cui protagonisti sono quei barboni che  dimorano a lungo nello stesso luogo e, loro malgrado, diventano, prima nei pettegolezzi di qualcuno e poi nell’immaginario collettivo, dei veri e propri nababbi con tanto di case a iosa e di ingenti patrimoni bancari. Il pregiudizio e l’intolleranza, quand’anche non si trasformino in scherno, tendono a stabilire una mortificante gerarchia tra gli uomini. Basterebbe un sorriso, un gesto di comprensione o un’elemosina non gettata in tutta fretta per porre riparo a tanti disagi e alla vera povertà costituita sopratutto dalla solitudine. Parecchi anni fa, un noto giornalista della R.A.I., Paolo Frajese, si travestì da barbone e incominciò a chiedere l’elemosina per potere filmare le reazioni della gente che gli si avvicinava. Nessuno lo riconobbe, molti lo schivarono, alcuni gli diedero qualche spicciolo e forse uno soltanto si fermò a parlare con lui. E gli esempi potrebbero continuare all’ infinito. A tal proposito mi sovviene alla mente un episodio occorso ad una mia amica nella civilissima Milano. Mentre si recava su un mezzo pubblico presso la scuola in cui era insegnante, colta da malore, non è stata soccorsa da alcun passeggero. Tutti probabilmente timorosi di dover toccare una drogata (nonostante l’ineccepibile aspetto della signora), rimasero inchiodati ai loro posti finché un volenteroso non si prese la briga di cercare nella borsa della malcapitata i documenti che, attestanti generalità e professione, tranquillizzarono (chissà poi per quale distorta interpretazione della realtà) i presenti. Solo a quel punto i terrorizzati samaritani l’aiutarono ad alzarsi non tenendo conto per loro magnanimità che la stessa aveva anche l’aggravante di essere di Reggio Calabria. La diversità ci incute paura, non vogliamo avvicinarci agli alcolizzati o ai drogati, ma ipocritamente li vorremmo guariti. Vogliamo solo sottolineare che, al di là del credo religioso e dei propri principi etici, tutti siamo chiamati, prima o poi, a confrontarci con un forestiero o ad esserlo noi stessi. E per forestiero intendiamo, nel senso strettamente etimologico del termine, colui che viene da fuori o è fuori sia dalla cosiddetta normalità sia  da rigidi schemi che imprigionano la società il cui grado di civiltà peraltro si misura anche dalla solidarietà dimostrata a chi è più sfortunato e vive lontano da casa e dagli affetti più cari. In antropologia culturale, che  studia anche l’evoluzione dei vari gruppi umani, si definisce “etnocentrismo” l’atteggiamento di chi giudica gli altri gruppi etnici in base alla propria cultura ed ai valori che da essa derivano. Da ciò, per estensione, nasce la “paura del diverso”, un vero e proprio senso di smarrimento che coglie chi si relaziona con atteggiamenti o culture diverse dai propri. Il discorso si potrebbe senza alcuno sforzo estendere agli emigranti che pullulano nelle nostre città. I più sensibili dovremmo essere proprio noi Calabresi che fino a poco tempo fa emigravamo in massa in Alta Italia per trovare lavoro  e venivamo quasi sempre trattati in malo modo. Aggiungerei a tal proposito che purtroppo la discriminazione si perpetua tutt’oggi perché non è cosa rara che qualificatissimi ragazzi del Sud, già convocati da aziende del Nord proprio per i loro eccellenti curricula, si vedano letteralmente sbattere le porte in faccia allorquando declinano la loro provenienza geografica ( la Benetton ne è stata lampante esempio) Ci pare altresì giusto sottolineare che le suddette aziende dichiarano come loro responsabilità sociale quella di aiutare le popolazioni africane con campagne ad hoc (senza alcun dubbio perché queste hanno un immediato riscontro pubblicitario). “Siamo veramente tutti uguali, lo giuro”, è quanto dichiara Luigi Luca Cavalli-Sforza, genetista di fama mondiale e dal 1992 Professore Emerito di genetica all’Università di Stanford in California, il quale ha dedicato tutta la vita a ricostruire la mappa storico- geografica delle popolazioni per precisare le vie lungo le quali sono avvenute le migrazioni umane. Il risultato è la verità, ormai incontrovertibile, che le razze umane non esistono e che la distinzione era esclusivamente basata sulle caratteristiche estetiche e non su quelle genetiche, le uniche che potrebbero evidenziare delle diversità. I geni dei fenotipi sono quindi variati esclusivamente in risposta all’ambiente e al clima come hanno dimostrato le recenti ricerche sul DNA e sul genoma umano. Quindi, crollato per questi recenti studi il “mito della razza”,  vengono meno le teorie razziali genitrici irrazionali e giustificatrici di tante sanguinose guerre avvenute in realtà solo per l’odio verso il “diverso” e il folle desiderio di alcuni  popoli di imporre l’egemonia sugli altri. E’ più giusto quindi parlare di etnie diverse solo ad evidenziare l’importanza delle diversità culturali sedimentate durante i percorsi storici dei popoli. Nonostante la rivoluzione digitale abbia reso il mondo un “villaggio globale”e abbia quindi contribuito ad avvicinare tutti i popoli, rimane imperante la paura del diverso “Le cose ignote fanno più paura che le conosciute” scrisse Giacomo Leopardi e “la sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa” secondo Franklin Delano Roosevelt. L’incontro con il diverso dovrebbe essere un fattore di arricchimento e non di disprezzo dell’altro, in particolar modo di coloro che si incontrano tutti i giorni. In questa direzione è nata e almeno teoricamente si va affermando una nuova concezione della democrazia in cui la differenza pluriculturale è considerata un valore. La stessa storia infatti ci indica come esempi di società dinamiche quelle in cui si è verificato l’incontro di più culture: l’antica Roma, per esempio, crogiuolo di etnie provenienti da tutte le sue province e oggi, per eccellenza, la società americana dove l’accelerazione del progresso è stata favorita dalla mescolanza di tante genti  sopraggiunte  attraverso le ondate migratorie. Non dovrebbe essere poi tanto difficile mettere in pratica il principio cristiano dell’accoglienza visto che l’intelletto umano è naturalmente pieno di curiosità per tutto ciò che è nuovo e sottolineiamo “diverso”.

Condividi sui social

Egoismo: modalità d’uso

Sin da bambini, ci viene quasi imposto il concetto del “prima il dovere e poi il piacere”. In tal modo, però, non si fa altro che dare maggiore importanza alle rinunce rispetto alle gioie, incanalandoci così a non seguire il nostro istinto ed a reprimere le nostre emozioni. Ed impariamo, sempre in base a ciò che ci è stato inculcato come ci sia “quello che si fa e quello che non si fa” secondo delle regole non scritte ma che si tramandano nel tempo. Purtroppo, tale tipo di moralità che la famiglia, la scuola e la società ci propinano tende solamente ad omologarci facendoci addirittura sopprimere l’unicità e il talento che contraddistingue ogni individuo. Oltretutto, c’è da dire che, per esempio, genitori troppo apprensivi non aiutano i propri figli a crescere, ma al contrario, li caricano di ansie e di paure che, nel tempo, possono sfociare in ansia, attacchi di panico, anoressia, tutti disturbi legati alla necessità di affetto ed a “vuoti” da colmare; e tutto ciò si verifica, probabilmente, per il non aver avuto la forza di agire con la propria testa ma “violentando” la propria indole.

Il dover poi, necessariamente, “marchiare” come presuntuoso e vanitoso chi si piace e sta bene con se stesso, è indice di come la nostra società sia protesa verso modelli di falsa modestia nei quali pensare prima a se stessi viene ritenuto un becero atto di egoismo. Ma quest’ultimo non è certo da associare a coloro che, non preoccupandosi delle aspettative altrui, seguono la propria strada, nonché la propria identità. Si può, invece, utilizzare il termine “egoismo” qualora, cercando un qualsivoglia successo personale, si danneggino spietatamente altre persone. Quante volte negli anni, abbiamo ascoltato frasi del tipo “Non puoi amare gli altri se non ami prima te stesso”. Vero! Tuttavia, che genere di amore possiamo donare se siamo individui che hanno soffocato nel tempo la vera essenza del loro modo di essere? Talvolta, poi, vengono dispensati  dei consigli che, pur essendo espressi “a fin di bene”, rischiano di comportare disorientamento nonché allontanamento dal centro del nostro “io”. Ne consegue che, anche a costo di risultare cinici, dobbiamo liberare il nostro reale modo di essere, manifestando appieno la nostra unicità, facendo ciò che desideriamo fare, ciò che ci fa stare bene e non curandoci troppo delle apparenze. In più, resistere alle nostre reali passioni e ai nostri reali desideri al fine di risultare più gradevoli agli altri, ci crea inevitabilmente sofferenza. Preferendo, infatti, di soddisfare delle aspettative che non sono nostre pur di non dispiacere o per assecondare qualcuno, non facciamo altro che minare il nostro spazio vitale. Ci siamo mai chiesti perché, per ognuno di noi, sia così essenziale ottenere il consenso di chi ci circonda? E perché si cade nei sensi di colpa, qualora non agissimo come qualcuno a noi vicino desidererebbe? A questi quesiti, istintivamente, ci verrà da rispondere con frasi del tipo: “Ma quando mai? Io faccio sempre di testa mia!” In verità, se ci fermassimo un istante a riflettere, ci renderemmo conto di come quanto detto non corrisponda sempre alla realtà. Spesso, difatti, anche chi vanta di possedere una spiccata personalità, agisce per far “piacere” agli altri, mettendo in secondo piano la propria individualità. Ma tutti noi sappiamo bene quanto sia sbagliato ostacolare le nostre passioni o sentirci in colpa quando le esperimentiamo. Uscire dalla “gabbia d’oro” che le istituzioni ci impongono è di vitale importanza per riuscire a realizzare i propri reali desideri ed orientarci verso tutto ciò che per noi stessi sia la strada giusta. Come scrive il grande Oscar Wilde “L'egoismo non consiste nel vivere secondo i propri desideri, ma nel pretendere che gli altri vivano nel modo che noi vogliamo. L'altruismo consiste nel vivere e lasciar vivere”. Ricordandoci che gli altri ci danno dell’egoista nel momento in cui non realizziamo un loro desiderio, possiamo affermare che un pizzico di “sano egoismo” serve a farci capire chi siamo veramente, a misurarci per arrivare in profondità e capire in realtà quanto valiamo. In sostanza, il “sano egoismo” di cui parliamo non è prevaricazione, ma molto più semplicemente un’ “autogratificazione terapeutica” che non nuoce ad alcuno e giova a noi stessi. E voi, cari lettori, cosa ne pensate? Meglio agire con un atteggiamento pregno di perbenismo al fine di salvaguardare la tanto importante apparenza? O, fors’anche, è meglio essere etichettati come “egoisti” assecondando, però, il nostro “trend” naturale?

Condividi sui social

Lamezia Terme (CZ): ieri il meeting della gioventù “Next, epidemia giovanile”

altaltLavoro, imprenditoria giovanile e patrimonio storico culturale. I giovani calabresi sembrano avere le idee chiare verso quale rotta indirizzare la politica regionale. Questo è quanto emerso al Meeting della Gioventù tenutosi sabato mattina a Lamezia Terme in un Centro Agroalimentare gremito da circa diecimila ragazzi, provenienti da tutta la Calabria per confrontarsi col Governatore Giuseppe Scopelliti. Un evento che conferma il successo dell’anno precedente aprendo la seconda edizione con una novità. Migliaia di ragazzi, tra i 15 ed i 35 anni, attraverso una forma di democrazia diretta hanno potuto votare le priorità dell’azione di governo su alcuni progetti che la Regione si impegnerà a finanziare. Una partecipazione attiva che spiega il titolo della manifestazione “Next – Epidemia Giovanile”, il cui significato, come dichiarato dallo stesso Governatore, vuole rappresentare una contaminazione positiva di idee e programmi per il futuro.

Un’apertura dell’evento improntata sull’esibizione di un’orchestra di giovani musicisti diretti dal maestro Roberto Caridi. A seguire le performance del duetto Misefari-Battaglia e del comico Gennaro Calabrese. A condurre il lavori del meeting sul palco il noto conduttore televisivo Francesco Facchinetti affiancato dallo speaker radiofonico Angelo Baiguini. Numerose le scuole che hanno preso parte alla manifestazione. Agli alunni presenti sono stati illustrati da subito gli impegni della Regione in tema di politiche giovanili (lavoro e occupazione, scuola, università e cultura), sui quali i ragazzi con un particolare sistema di voto ha potuto esprimere le loro priorità di intervento sul territorio. Al voto si è registrata una netta prevalenza femminile col 69% rispetto al 31% maschile. In relazione invece all’età dei votanti ha dominato col 62% la fascia di ragazzi compresa tra i 15 e 18 anni. I risultati ottenuti in tempo reale hanno chiaramente confermato in primis l’esigenza giovanile, col 52% dei votanti, di ottenere diversificati sbocchi lavorativi e maggiori opportunità imprenditoriali. Seguito da un 28% di coloro che hanno chiesto maggiori interventi per scuola e università. Il secondo blocco di domande ha messo in luce la necessità per i ragazzi (33%) di un maggiore intervento della politica regionale a sostegno di percorsi formativi e scolastici per accedere rapidamente al mondo del lavoro. Mentre col 26% ed il 22% è stata chiesta rispettivamente una migliore valorizzazione di giovani laureati (borse di studio, dottorati, master, ecc.), e una serie di incentivi a coloro che intendono intraprendere la strada dell’imprenditoria. Il terzo ed ultimo blocco di domande ha evidenziato infine il desiderio tra i giovani (40%) di incentivare la conoscenza del patrimonio storico-culturale della Calabria. Mentre per il 30% dei votanti resta una priorità le misure indirizzate a diffondere sul territorio una cultura della legalità. La mattinata si è poi conclusa con l’intervento del Governatore Giuseppe Scopelliti che ha commentato con soddisfazione la partecipazione dei giovani presenti, dichiarando che “si deve instaurare per tutti i giovani calabresi un nuovo modello culturale, creando un rapporto intenso e costante con loro, poiché essi rappresenteranno la Calabria del futuro ed è giusto che diventino realmente protagonisti nella vita della regione e artefici del proprio futuro”.

Condividi sui social

“Riferimenti”: il 3 maggio la “Maratona Antimafia”

Nell'ambito della giornata della "Gerbera Gialla 2011" organizzata dal Coordinamento Nazionale Antimafia "Riferimenti",istituzionalizzata come Giornata Regionale Antimafia e prevista per il 3 Maggio p.v. a Reggio Calabria con la partecipazione del Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso, si comunica che sono aperte le iscrizioni per la maratona contro la mafia che si correrà dal rione Archi attraversando le vie del Centro di Reggio.

Tutti potranno comunicare la propria adesione a correre contro la mia mafia  tutte le mattine dalle 9:00 alle 13:00 alla sede di "Riferimenti" in Via XXV Luglio 1/A, al numero di telefono 0965-312841 o all'indirizzo e-mail segreteria@riferimenti.org.

Condividi sui social

Stati d’animo

altaltVi sono giorni in cui veniamo completamente travolti da mille stati d’animo, spesso contrastanti, che rimbalzano e si alternano dentro di noi all’impazzata e senza un’apparente motivazione. Riflettendo, ci si può render conto di come quasi tutto ciò che desideriamo, sia strettamente collegato ad un qualcosa che si definisce, appunto, “stato d'animo”. E così che, alternandosi, confusione, depressione, paura, inquietudine, nostalgia, frustrazione ma anche fiducia in se stessi, forza interiore, estasi, ci pervadono condizionando spesso, i nostri comportamenti. Alcuni stati d’animo, come ad esempio la depressione e la paura, potremmo definirli come “paralizzanti”, in quanto difficili da governare. Di sicuro, chi si trova in un simile stato non ha cognizione di come poter affrontare ed allontanare i cosiddetti “cattivi pensieri”. Ne deriva che il nostro modo di fare rispecchia perfettamente il nostro stato d’animo.

Difatti, a qualunque emozione, di qualsiasi natura essa sia, reagiamo osservando ed affrontando la vita in maniera più o meno ottimistica. Gli stati d’animo sono, come molti studiosi sostengono, tutto ciò di cui prendiamo coscienza quando usciamo dai nostri automatismi quotidiani e ci lasciamo andare all’osservazione di quanto accade dentro di noi. Si, perché, guardarsi dentro è per molti un’impresa ardua. Ma l’interrogativo è: gli stati d’animo descrivono ciò che abbiamo vissuto o ciò che vorremmo vivere? Cari lettori, è difficile dare una risposta indiscutibile a questa domanda. E’ indubbio, però, che spesso il cosiddetto “magone” irrompe in noi nel momento in cui non si riesce a raggiungere un sogno o, comunque, quando un obiettivo cui si ambisce ci scivola tra le dita per una causa qualunque. E poi, chi potrebbe dire di non essere mai stato attraversato da quella strana forma di malinconia di cui non se ne conosce, e di cui probabilmente mai se ne conoscerà, la vera origine? Ecco perché è fondamentale riconoscere, gestire ed affrontare gli stati d’animo negativi, proprio allo scopo di poterli mutare. In realtà, c’è da dire che spesso colleghiamo e confondiamo i sogni con i bisogni materiali (ad es. avere una bella casa, la moto, l’iPhone o altro ancora). In tal modo non facciamo altro che alimentare, nel caso in cui non dovessimo riuscire ad ottenere ciò che desideriamo, inquietudine e tristezza per il mancato raggiungimento dell’obiettivo prefissatoci. Forse, tutto andrebbe collegato a questo mondo “di plastica”, dove tutto sembra confezionato alla perfezione, dove in ogni campo c’è un iter preconfezionato o predeterminato da seguire e perseguire. Ed ancora, all’aver smesso di sognare l’accessibile, al voler ad ogni costo inseguire ciò che per gli altri è giusto, alle inutili apparenze. Facciamo, infatti, spesso e volentieri confusione  tra ciò che servirebbe a saziare la nostra anima e tutto ciò che, invece, ha a che vedere con i bisogni materiali. Quanto detto, non vuole atteggiarsi, ne essere scambiata con “la ricetta” del giusto modo di porsi gli obiettivi da perseguire, ma piuttosto un modo per rammentare ad ognuno di noi, che forse gli stati d’animo nonché l’umore, dipendono dal nostro modo di affrontare gli eventi, positivi e negativi, della vita. Lasciare spazio alla libera immaginazione, alla magia, alla profondità dell’anima, invece di barricarci nelle granitiche leggi del raziocinio, ecco ciò che servirebbe ad innescare quegli stati d’animo che noi tutti vorremmo provare. Quel “batticuore” per una gioia improvvisa, il godere di una sorpresa inaspettata, l’emozione nel guardare dentro gli occhi di chi si ama, il rendersi conto di valere tanto e di non voler sprecare neppure un istante della propria vita dietro inutili utopie. Quest’ultima, per inciso, regola fondamentale. Come scriveva Ludovico Geymonat “L’amore e la morte hanno (…) in comune quello stato d’animo di ebrezza per cui l’individuo rinuncia totalmente a voler apparire ciò che non è e, quindi, comprende l’inutilità di persistere nella finzione e nella vanità di ogni giudizio che non sia fondato sulla pura realtà”. In altre parole, riuscire nell’impresa di rimanere se stessi è sempre la strada migliore da percorrere al fine di alimentare deliziosi stati d’animo nei quali tuffarci, magari stanchi dopo una giornata di lavoro intenso, e dai quali farci piacevolmente coccolare.

Condividi sui social

Tradire

altaltalt“Tradire”. Questo sembra essere diventato il nostro hobby preferito: tradire il partner, tradire gli amici, tradire i propri affetti e, perché no, tradire persino anche noi stessi! Solitamente, quando si affronta l’argomento siamo, o tendiamo ad apparire agli altri, tutti come “Santi discesi dal Paradiso”, si tende, cioè, a nascondere ed, a volte soffocare, la nostra potenziale indole al “tradimento”. Ma chi di noi potrebbe sostenere di non aver mai, nell’arco della propria vita, “messo in piedi” anche solo un piccolo tradimento o, comunque, qualcosa di pressoché simile? Orbene, in questa sede, non ci occuperemo dei “traditi” com’è quasi usuale consuetudine, ma dei “traditori” e, più precisamente, di come si possa sentire chi tradisce un amore, un amico, chiunque altro. Diciamo pure che spesso i “traditori” vengono definiti come i “senza cuore” della situazione, ma in realtà crediamo che alla base di un tradimento in generale ci sia quasi sempre un’insaziabile necessità di conferme nonché, al contrario di ciò che naturalmente si è portati a pensare di un traditore, tanta fragilità.

Il termine “tradimento” deriva dal latino “tradere”, che significa “dare, affidare, consegnare”. In generale, indica il venir meno alla fiducia che qualcuno ha riposto in noi, in altre parole è un venir meno alle aspettative di qualcuno nei nostri confronti. Esistono varie forme di “tradimento” che, eventualmente, possono anche coesistere: è tradimento il venir meno ad una promessa, il deludere la fiducia di un amico, l’infrangere un accordo preso, il mancare di rispetto al proprio compagno di vita. In ogni caso, il tradimento è sempre un comportamento che muta l’andamento di un rapporto deludendo le aspettative di chi si tradisce ed infrangendone la regolare continuità. Per ciò che concerne le relazioni di coppia, ad esempio, moltissimi psicologi sostengono la tesi che il concetto di “tradimento” sia completamente differente se lo si rapporta all’uomo o alla donna. Più precisamente, secondo questi ultimi, la donna tradisce nel momento in cui si sente trascurata o, comunque, quando la relazione è in parabola discendente al contrario dell’’uomo che tradirebbe, pur amando la propria partner, anche per il semplice gusto della conquista o fors’anche per il suo naturale bisogno di sentirsi virile. Riteniamo però sia riduttivo ed oltremodo comodo pensare che l’uomo traditore, rispetto alla donna, goda di alcune “attenuanti” concesse e perpetuate nel tempo da tradizioni, permettetecelo, probabilmente anche un tantino maschiliste. Partendo, infatti, dal presupposto che un sentimento sia vero e provenga da tutte “le arterie del cuore”, allora perché “tradire”? Questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che, quando si ama con i requisiti ut supra, sia assolutamente impensabile essere infedele soltanto per sesso o qualsivoglia debolezza legata ad un momento od occasione. E’ noto come, quando si è di fronte ad un amore totalizzante gli/le altri/e, aldilà della loro avvenenza, diventino come “invisibili” ragion per cui, in presenza di tali condizioni, è quasi impossibile dover decidere di infliggere una sofferenza alla persona amata semplicemente perché ciò equivarrebbe a tradire, anche, una parte di se stessi. Sarebbe tempo forse di credere ed accettare che, quando un individuo, uomo o donna che sia, si lascia andare ad un tradimento, lo faccia con la consapevolezza che non si tratti soltanto di una trasgressione dovuta alla eccessiva routine o quant’altro, ma il motivo andrebbe ricercato, piuttosto, nel mutamento del nostro sentimento. Anche se  a molti piace convincersi che “può capitare”, nello stesso istante in cui si decide di essere infedeli si spezza quel filo indissolubile che ci lega alla persona amata. Ciò avviene, senza andare a cercare troppe ragioni, poiché, probabilmente, “crediamo” di amare il nostro partner ma in realtà è proprio l’approssimarsi di quel “momento” in cui si ha la consapevolezza che si sta per tradirlo il momento opportuno in cui dovremmo meditare sulla fondatezza o meno del nostro sentimento verso il “tradito”. Dunque, con giustezza, possiamo addurre come il tradimento in amore serva solo a creare distanze e non di certo, come molti sostengono, a fonderlo o a renderlo più solido. Distaccandoci per un attimo dal concetto classico di “tradimento”, potremmo anche credere che il traditore non sia di regola un “falso” privo di coscienza. Difatti, spesso egli, assalito dai sensi di colpa, si redime. Spetterà poi a chi ha subito il torto la decisione di voler concedere o meno una seconda possibilità. Senza per questo voler essere classificati come “pro-tradimento”, siamo dell’opinione che si diventi infedeli nel momento in cui la persona che si ha accanto non ci basta più, non ci completa più, non ci da più quelle emozioni di cui abbiamo bisogno per proseguire un cammino insieme. Ma, adesso procediamo argomentando il “tradimento per eccellenza” e cioè quello dell’amicizia, giustamente considerato da tutti come la forma di infedeltà più ingiusta e cattiva. Prima di spiegare perché il tradimento dell'amicizia sia l'atto moralmente più grave fra quanti caratterizzano la vita quotidiana, è necessario accennare a cosa realmente sia “l'amicizia”. Anche se tutti amano “riempirsi la bocca” usando ed abusando questo termine, autodefinendosi “amici” di qualcuno, pochi ne conoscono la sua vera essenza e meno ancora sono quelli che la vivono in maniera autentica e fedele. Innanzitutto, si può dire che l’amicizia non è un sentimento, ma una vera e propria “relazione”. “Sed hoc primum sentio nisi in bonis amicitiam esse non posse” (scrive Cicerone): “In primo luogo penso che l'amicizia non possa sussistere se non tra buoni”. Collegandoci a quest'ultima concezione, l’amicizia è da considerare come un rapporto di stima reciproca, affetto e, perché no, amore. Così intesa, però, essa è una cosa davvero assai rara. Volendo fare un paragone tra amore ed amicizia quest’ultima è la relazione più pura e disinteressata. Infrangere la fiducia di un amico corrisponde, dunque, a compiere un atto profondamente scorretto che provocherebbe un dolore imperdonabile. Quando si ha la fortuna di vivere un’amicizia vera, infatti, il rapporto tra “amici” diviene con il tempo così simbiotico da giungere al punto tale da farci “abbassare la guardia” ancor più che in amore. In pratica, colui che sceglie di ingannare e ferire un amico è da “etichettare” come “Il” traditore per antonomasia. Tirando le fila del discorso, possiamo dire che essere vittima di un tradimento in generale è devastante sino al punto da poter innescare un circolo vizioso con i “traditi”, cioè, che a loro volta tradiscono per vendetta innescando e scatenando così una sorta di “reazione a catena”. Ordunque, se è vero com’è vero che “chi trova un amico trova un tesoro” è anche vero che tradire un amico equivale a dissipare nella maniera più subdola “quel” tesoro che poche volte nella vita si ha la fortuna di possedere.

Condividi sui social

“Riferimenti”: la “Giornata Regionale Antimafia della Gerbera Gialla” il 3 maggio di ogni anno

Siglato oggi presso l'Assessorato Regionale alla Cultura un Protocollo d'Intesa tra il Coordinamento Nazionale Antimafia "Riferimenti" (nella foto la presidente Adriana Musella) e la Regione Calabria. Il Protocollo approvato con delibera n. 28 della Giunta Regionale il 24 Gennaio 2011 si affianca a quello già stipulato con il Consiglio Regionale della Calabria il 30 Novembre 2010, ed è finalizzato alla diffusione dei principi di legalità democratica e convivenza civile nelle scuole calabresi, soprattutto nelle zone ad alto rischio criminalità della regione, in un'opera di sensibilizzazione e sollecitazione sul tema della lotta alla mafia.

ll Protocollo s'inserisce nell'azione di contrasto alla criminalità, prevenzione e recupero di fenomeni di devianza che la Regione Calabria promuove attraverso politiche finalizzate al miglioramento delle condizioni di sicurezza dei cittadini e che, in particolare, l'Assessorato alla Cutura sta portando avanti in una specifica ed innovativa azione di educazione alla legalità nelle scuole calabresi, d'intesa con varie istituzioni. Il Protocollo della Giunta Regionale, come quello del Consiglio, riconosce la Giornata Regionale Antimafia della Gerbera Gialla, tradizione della nostra regione, il 3 Maggio di ogni anno.

Condividi sui social

Reggio Calabria: l’ “Antimafia Day” sbarca alla “Vittorino da Feltre”

Giovedì 3 Marzo p.v. l'”Antimafia Day” del Coordinamento Nazionale Antimafia "Riferimenti" approda alla Scuola Media "Vittorino Da Feltre" di Reggio Calabria. Ospiti della giornata il testimone di Giustizia G. Saffioti, il Procuratore della Repubblica Aggiunto di Reggio Calabria Michele Prestipino, Simona Dalla Chiesa ed il Comandante Provinciale dei Carabinieri Col. Angelosanto (nella foto).

Nel pomeriggio alle 16:30 si aggiungeranno a colloquio con i genitori la Dott.ssa Maria Paola Rosace – Dirigente dell'Ufficio Minori della Questura di Reggio Calabria – e il Maggiore Cavallaro del Comando Provinciale della Guardia di Finanza.

Condividi sui social

Tra vizi & virtù

altaltaltaltaltaltaltEsiste una linea sottile tra vizi e virtù. Invero, chi si dichiara virtuoso sovente lo fa per acquisire una sorta di prestigio che prima o poi sconfinerà, suo malgrado, ineccepibilmente nel vizio. Si può quindi asserire che, il più delle volte, le virtù servono a mascherare i vizi che sono, inevitabilmente, radicati in ognuno di noi. In altre parole, se è vero che le virtù si potrebbero definire come la capacità di eccellere in qualcosa, un modo perfetto di essere, è altrettanto vero che i vizi ci divertono, ci rendono meno noiosi e sicuramente più interessanti agli occhi di chi ci osserva. Orbene, dal momento che noi de Il Reggino facciamo parte di coloro i quali ritengono di possedere in dote quantomeno un briciolo di coraggio – tra l’altro, permettetecelo, rarissima virtù (e scusate s’è poco!) – ci soffermeremo sui vizi quale argomento indubbiamente più stuzzicante. E, più precisamente, tratteremo brevemente di: superbia, accidia, lussuria, ira, gola, invidia, avarizia universalmente riconosciuti come “i sette vizi capitali”. Ma procediamo con ordine anticipando, per i più “attenti”, che, come sempre, non si tratta di un esposto sulla concezione tradizionale di vizio e/o peccato.

La Superbia. Per superbia si intende la ipervalutazione della propria persona e delle proprie capacità, correlata ad un atteggiamento "di superiorità" verso gli altri considerati inferiori. Il superbo, quindi, è una persona saccente, innamorata di se stessa che si pone sempre un gradino più in alto rispetto a tutto il resto del mondo. A tal proposito verrebbe naturale chiedersi se dietro questa vera o presunta superiorità non si nasconda, invece, una grande insicurezza tipica di chi ha necessità di continui riconoscimenti. Che tristezza però! Fanno certamente parte di questa categoria coloro i quali amano circondarsi soltanto di persone che li adulino, ovverosia di rapporti poco autentici ed, a nostro modesto parere, anche molto monotoni perché fondati quasi esclusivamente sulla convenienza sia degli uni che degli altri. Non tollerando il contraddittorio, dunque, “superbo” è sinonimo di noioso, infelice e, perché no, anche un pò antipatico. E’ “regola” pressoché matematica (ampiamente dimostrabile anche senza enunciati e/o teoremi), inoltre, che chi soffre di tale “patologia” (secondo noi la superbia altro non è che una “patologia” vera e propria), ovviamente, ama circondarsi di persone e personaggi per svariati motivi che lui in qualche modo ritiene essergli “inferiori” per un unico e semplice motivo: come potrebbe mai dimostrare la “grandiosità del proprio ego” se tra le sue frequentazioni ci fosse qualcuno oggettivamente più capace, più intelligente, più scaltro o, peggio ancora, più colto?. L’ Accidia, invece, si manifesta con l’indifferenza, la predisposizione “congenita” all’ozio e con l’autoconvincimento che tale atteggiamento non comporti conseguenze gravi. L’accidioso si identifica con una persona che detesta tutto ciò che ha, che vive nella più profonda svogliatezza, vedendo tutti gli accadimenti della propria vita come un compito insormontabile. Chi è “affetto” da tale vizio è instabile nei rapporti interpersonali e prova, ad esempio, a fuggire dal proprio lavoro, a cambiare dimora, ad evadere, insomma, verso situazioni da egli ritenute ideali. Cerca, ancora, invano, di colmare gli “spazi vuoti” come se riempirli fosse la cura a quella esistenza così priva di senso. Il rimedio? Sarebbe, forse, quello di ritrovare il gusto per la propria vita. Ed eccoci al vizio modaiolo per eccellenza, la Lussuria, che denota il lasciarsi dominare completamente dall’istinto e dal piacere sensuale spesso accostato a quello sessuale. Quale tema è più attuale, soprattutto alla luce di ciò che sta accadendo negli ultimi mesi in Italia? Il lussurioso è colui che si lascia letteralmente rapire dalle fantasie sensuali/sessuali al punto da influenzare il normale svolgimento della propria vita. Si tratta, assurdamente, di un vizio che quasi “fa tendenza”, un vizio non considerato come tale e tipico di coloro che, per “essere avanti” – come si suol dire – sono sempre alla continua ricerca di emozioni nuove che li facciano sentire sempre "vivi". Indubbiamente, si tratta una ricerca irrequieta che, prima o dopo, porta a sentire il vuoto dietro le cose, quasi come se la vita non trovasse un suo compimento. E così, per i lussuriosi il corpo diviene oggetto e la persona spersonalizzata. Ad una avventura erotica ne segue un'altra, un'altra e un'altra ancora. L'ansia che porta molti a ricercare nuove gratificazioni in un sesso “malato”, si dissolve nel momento in cui s’incomincia a riconoscere ed apprezzare il vero senso della vita: cerchiamo sempre qualcosa di eccitante e travolgente senza però renderci conto che per ottenere tutto ciò nella nostra la vita basta viverla. L’ Ira. L’iracondo è colui che per delle inezie scatena istantaneamente una furia selvaggia. Non si può dire che anche questo vizietto non faccia parte dello stile di vita moderna.  Ma come si fa a reprimere la rabbia? E’ impensabile poiché essa è, come tutte le passioni (da passionalità, n.d.r.), incontrollabile ed, anche se non la si può giustificare, in talune situazioni la si può comprendere. A questo punto spontaneamente viene da chiedersi: “la calma” resta sempre “la virtù dei forti” o, invece, degli asettici? Procediamo adesso argomentando sul peccato di Gola o golosità che dir si voglia. Si tratta di un desiderio irrefrenabile, di un'incapacità di moderarsi nell'assunzione di cibo. E’ noto come un tale rapporto col cibo possa rappresentare un problema serio, che investe certamente anche degli aspetti legati all'esistenza in quanto va alla radice dell'accettazione o del rifiuto di sé stessi. Allora ci sentiamo di dire: mangiare con gusto si, strafogarsi no. Tema non di meno attuale rispetto gli altri è l’ Invidia. L’invidioso soffre per i successi altrui e non fa altro che attribuirli alla fortuna o fors’anche alle ingiustizie. Quasi nessuno ammette di essere invidioso, perché svelare questo sentimento è come rivelare la parte più meschina e vulnerabile di sé stessi. Spesso l'invidia rappresenta un sentimento lacerante, che si prova nel vedere qualcun altro avere successo nel campo in cui noi non riusciamo ad averne. A volte essa corrisponde ad una forma di emulazione: si cerca di somigliare puntualmente al modello vincente snaturalizzando la propria essenza per apparire come ci piacerebbe essere ma non siamo. O, peggio ancora, come vorrebbero gli altri che fossimo ma, ancora, non siamo. La nostra opinione è che l’invidioso provi gusto nel vivere all’ombra di qualcun altro, ma non sarebbe più stimolante essere fieri protagonisti della propria di vita? Concludiamo il nostro “viaggio” attraverso i vizi con l’ Avarizia, detta anche cupidigia o, ancora, “brama smoderata dell’avere”. Come il superbo è “posseduto” da se stesso, l’avaro lo è dai suoi averi. Esso accumula ma non investe, conserva ma non consuma, possiede ma non condivide: condividere per lui equivarrebbe ad un inutile spreco. L’avaro non ammetterà mai di esserlo, egli si descrive piuttosto come prudente e oculato. Ma quando mai? Sarà capitato un pò a tutti di entrare al bar e notare che un amico o un conoscente faccia fatica ad offrirci un caffè adducendo delle scuse del tipo “Non ho monete” o, peggio ancora, facendo finta di non vederci ed allontanandosi dalla cassa. Ed a chi, a quel punto, non è balenato il sospetto che sia soltanto un pò spilorcio? Ordunque, essendo protagonisti di un’era in cui si fa della promiscuità in genere uno stile di vita, risulta pressoché impossibile anche solo pensare di poter tirare una linea di demarcazione tra ciò che è vizio e ciò che è virtù. E’ un po’ come barcamenarsi tra due stati d’animo opposti, tra bianco e nero, tra coraggio e timore, tra istinto e raziocinio, tra bene e male. Inesatto è, però, credere che le virtù siano legate al bene ed i vizi  al male perché sarebbe troppo semplicistico e scontato, diremmo banale. Forse, con un pizzico di spudoratezza, possiamo affermare come quest’ultima non sia una concezione speculare alla realtà attuale. Viziosi o virtuosi poco importa. Forse ciò che più conta, anche se apparrà come l’ennesimo “luogo comune”, è riuscire nell’impresa di rimanere sempre se stessi per non farsi schiacciare e/o contaminare dai “modelli” che ci vengono incessantemente propinati e, per certi versi, anche imposti. In fondo, come recitava una frase estrapolata dal film L’ultimo Bacio di Gabriele Muccino “E’ la normalità la vera rivoluzione”.

Condividi sui social

Il Progetto Z.E.P. di Riferimenti conclude a Vibo Valantia ed a Locri (RC)

Si conclude sabato 26 Febbraio il Progetto Z.E.P. (Zone Educazione Prioritaria) promosso dal Coordinamento Nazionale Antimafia "Riferimenti" e dalla Regione Calabria nelle zone a rischio. Le manifestazioni di chiusura si terranno a Vibo Valentia e a Locri dove gli studenti hanno seguito degli specifici seminari sul tema della lotta alla 'ndrangheta; seminari di: educazione all'immagine, fotografia e regia. Saranno realizzate mostre con l'esposizione degli elaborati prodotti presso l'Istituto Magistrale "V.Capialbi" di Vibo e la Scuola Media "Sorace-Maresca" di Locri.

Nel corso delle manifestazioni conclusive del 26 saranno anche proiettati e presentati alla stampa i tre spot prodotti dagli studenti contro la mafia. Le scuole partecipanti al progetto Z.E.P. (Zone Educazione Prioritaria) saranno premiate con apposite targhe dalla Regione Calabria nella persona dell'Assessore Regionale alla Cultura On. Mario Caligiuri. Le iniziative in programma si svolgeranno sabato 26 a Vibo Valentia alle ore 10:00 presso l'Istituto Magistrale "V.Capialbi" alla presenza di tutte le autorità civili,militari e religiose della provincia. A Locri alle ore 16:00 presso la Scuola Media "Sorace-Maresca" con la partecipazione dell'Assessore Mario Caligiuri.

Condividi sui social

Amare è rischiare!

altaltAlla luce della trascorsa festa di San Valentino, viene naturale interrogarsi sui Sentimenti (quelli con la S maiuscola, intendiamo). Esistono ancora? E’ vero che si trasformano col tempo? Ma soprattutto, siamo ancora disposti ad amare qualcun altro oltre noi stessi? Quante volte abbiamo sentito parlare di amore “d’altri tempi” , ovvero di quel sentimento genuino, puro, donato senza pretenderne necessariamente reciprocità e senza alcun interesse. Orbene, tutte le volte che sentiamo sfiorare l’argomento da qualcuno che abbia qualche anno in più di noi, non facciamo altro che dire “Per carità l’amore eterno non esiste!”.  O, ancora, chi di noi, dopo aver avuto una delusione amorosa, non ha mai pronunciato la frase “Io con gli uomini (con le donne) ho chiuso”?. 

Un sì tale atteggiamento, questo porsi dinnanzi all’argomento, è tipico della società odierna. Ormai esiste solo e soltanto un mix di emozioni fugaci che all’inizio di una relazione ci appaiono come dei sentimenti profondi ma che, dettati dalla passione, in breve si sciolgono come neve al sole lasciando posto ad una insanabile sensazione di vuoto. E poi non c’è tempo per dar sfogo ai sentimenti, abbiamo troppo altro da fare! E per di più è necessario razionalizzare sempre, non  è concesso lasciarsi andare, potrebbe essere molto “pericoloso”! Non sarà che in tutta questa ansia di vivere “free” stiamo perdendo la voglia di rischiare ed investire nei sentimenti? Diventiamo ogni giorno più aridi, giustificando il nostro deserto interiore con la paura di amare rimanendone, poi, feriti. Ma lo stato di frustrazione in cui si precipita alla fine di una relazione dovrebbe servirci a comprendere come quel “vuoto” dentro l’anima si colmerà unicamente quando incontreremo la “persona giusta”, quella che appena si incontra ci fa venire le cosiddette “farfalle allo stomaco”; quella che ci manda subito in confusione; quella che sentiamo dentro e che senza volerlo ci manda in uno strano “tilt”; quella che inevitabilmente pensiamo ogni istante della nostra giornata; quella che, se e quando finirà, ci avrà graffiato l’anima lasciandoci ferite profonde; quella che,  anche se lo volessimo, non potremo mai dimenticare. Ma esiste un’età giusta per amare? Siamo sicuri di essere tutti concordi nell’affermare che l’innamoramento non abbia scadenza e che, indubbiamente, esistono diversi modi di accostarsi ai sentimenti in base alla maturità di ognuno di noi, ma l’intensità con la quale essi si vivono non viene assolutamente sminuita o influenzata dal fattore anagrafico. Esistono, però, diverse forme di amore e diversi modi di renderlo manifesto: è amore quello che si prova per un genitore, per un figlio, per un amico, ma certamente quello con la “A” maiuscola si fa riconoscere con i suoi segnali inconfutabili e destabilizzanti. Esso è incontaminato da tutto ciò che è raziocinio e, quindi, privo di limiti. E’ necessario, però, giusto per non cadere in trappola, saper distinguere sin dai “primi sintomi” l’infatuazione dall’amore vero. In una fase iniziale si potrebbe, infatti, prendere un clamoroso abbaglio. Notoriamente durante la fase “acuta” dell’innamoramento  tutti i difetti della persona amata svaniscono come per incanto: si potrebbe dire che essa in quel momento rappresenti l’ideale della nostra vita. Nessuno è più desiderabile ed attraente dell’oggetto del nostro amore sino al punto da lasciarci come smarriti. L’idea che nel tempo questo stato d’animo possa evolversi, lasciando una grande delusione o un grande vuoto o più semplicemente tanta indifferenza, sembra inaccettabile a chi è veramente innamorato. Ma la vita insegna che nessun grande amore si mantiene costante nel tempo anzi, forse, si potrebbe dire che più si è trattato di un grande sentimento e più facilmente ne avverrà il crollo.  Ordunque, anche se non c’è più concesso di credere alle favole, a noi, inguaribili romantici, piace pensare che i sentimenti, quelli viscerali, esistano ancora e che il non voler dimostrare ciò che si prova in realtà sia sinonimo di superficialità e fragilità. Ciò accade sicuramente perché ognuno di noi ha al proprio attivo delle delusioni amorose ma, altresì, a causa della nostra distrazione da tutto ciò che potrebbe minare il nostro ego. Riusciamo a gestire perfino la nostra sfera affettiva quasi come fossimo dotati di interruttore on/off al punto di credere il poter essere in grado di stabilire ex ante di non volersi più innamorare. Ma perché precludersi di vivere due, tre o infiniti amori? Ed allora abbandoniamoci ai sentimenti, lasciamoci emozionare da uno sguardo, da un sorriso, da tutto ciò che circonda, accogliendo così il nostro destino.

Condividi sui social

Reggio Calabria e Cosenza: l’Antimafia Day di “Riferimenti” prosegue il progetto “Gerbera Gialla 2011”

Nell'ambito del percorso "Gerbera Gialla 2011" del Coordinamento Nazionale Antimafia "Riferimenti" (nella foto la presidente Adriana Musella), continua l'Antimafia Day nelle scuole della Calabria. Giovedì 24 p.v. è la volta dell'Istituto Comprensivo "De Amicis-Spanò Bolani" di Reggio Calabria, cui seguirà il 31 Marzo il Liceo "E. Fermi" di Cosenza. Il 24 a Reggio Calabria la mattina sarà dedicata agli studenti con gli interventi del Prefetto di Reggio Calabria e del Capo della Squadra Mobile di Reggio Calabria Dott. Renato Cortese.

Nel corso della mattinata alle ore 10:30 nel cortile della scuola, i giovani alunni assisteranno all'esibizione dei cani poliziotto della Questura di Reggio Calabria. Il pomeriggio invece, alle ore 16:00 sarà dedicato ai genitori che incontreranno il Procuratore Aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria, dott. Ottavio Sferlazza, il Comandante Provinciale della Guardia di Finanza di Reggio Calabria Col. Alberto Reda e il comandante della Polizia Provinciale di Reggio Calabria Dott. Domenico Crupi.

Condividi sui social

Il pettegolezzo, “un’arte” o un becero “passatempo”?

altaltInizia tutto con un semplice “Hai saputo che?”  o, ancora, con “Ma non lo sai cos’è successo a Tizio?”, e potremmo continuare così. All’infinito. Un pò come un “virus” di cui tutti siamo portatori sani, il pettegolezzo è una voce infondata che si divulga velocemente all'interno di una qualsivoglia società. Non si distingue per religione, razza o ceto sociale. Molto spesso le “dicerie” sono leggende (quelle che qualcuno definisce “leggende metropolitane”), cose bizzarre che accadono quasi sempre ad “amici degli amici” ed, anche se buona parte di esse possono manifestarsi come infondate e calunniose, bisogna riconoscere che spesso possono contenere una parte di verità.

A tal proposito, potremmo provare a stilare un vasto elenco sulle diverse tipologie di “dicerie”. Abbiamo, infatti, quei pettegolezzi aventi uno stile a dir poco “fiabesco”, oppure pettegolezzi che nascono da verità “romanzate” ed arricchite dal cosiddetto “passaparola” o, dulcis in fundo, i tanto deprecabili pettegolezzi “malsani”. Ordunque, nel primo stile di diceria, quello “fiabesco”, possiamo posizionare le frasi che si dicono per un conversare futile e distensivo, al bar o dal parrucchiere. Esse non dovrebbero avere alcuna finalità se non quella di farci trascorrere qualche ora in spensieratezza con amici,  “sparlando” dei non presenti (ovviamente). Il secondo, da noi denominato quale vero e proprio “romanzo”, è da catalogare come una maldicenza nata da una base di verità che, però, durante il “passaggio” da una persona ad un’altra, perde completamente fondamento divenendo filtrata, modificata e deformata. Infine, l’ultima categoria è quella del pettegolezzo “malsano”. Esso è fortemente calunnioso ed infamante al punto da divenire addirittura davvero pericoloso per l’ equilibrio psicologico di chi lo subisce e che, presto o tardi, ne verrà a conoscenza (un “anello” della catena, prima o poi, incontrerà il protagonista e, magari candidamente, dirà “Sai cosa dicono (loro, gli altri) di te?” e, poi, che il turpiloquio abbia inizio. A chi non è mai capitato, di essere vittima di un pettegolezzo che, quantomeno inizialmente, ci ha fatto tribolare? E chissà quante volte, invece, siamo stati  noi i “carnefici” più o meno volontariamente?Fin qui abbiamo giocato a collocare i vari tipi di chiacchiere, dando loro un ordine differenziato in base all’intenzione con cui lo si racconta. Ma se è vero che le dicerie nella maggior parte dei casi sono innocue, vi sono situazioni in cui possono diventare davvero deleterie in quanto, trovando la loro genesi nell’invidia, sono in grado di arrivare ad intaccare le relazioni sociali di una persona sino a portarla addirittura all’emarginazione. In casi del genere possiamo menzionare, ad esempio, i cantanti Marco Masini e Mia Martini. Quest’ultima, in particolare, esiliata dallo show business addirittura si è suicidata perché qualcuno aveva messo in giro la voce che portasse sfortuna. Dati gli strepitosi effetti della diceria e del pettegolezzo sulla credulità popolare, non è escluso che molte persone o gruppi sociali interessati, possano mettere in giro delle dicerie “ad arte” al fine, ad esempio, di screditare un avversario politico ovvero di ottenere crescita di consenso rispetto ad una determinata idea. La chiacchiera sociale è, perciò, da considerare come una “verità” non verificabile, la cui infondatezza esercita addirittura un fascino per la possibilità che offre di immaginare. Sergio Benvenuto, psicologo presso il Cnr di Roma e autore di un saggio intitolato “Dicerie e pettegolezzi”, spiega come essi siano “espressione di paure e desideri inconsci. E più che da intenzioni malevole, spesso i pettegoli sono spinti dal desiderio di sentirsi e mostrarsi vicini alla persona oggetto della curiosità”. Possiamo, dunque, affermare che il pettegolezzo da bar, pertanto non nocivo, può rappresentare un modo per soddisfare una momentanea smania di protagonismo, un modo per  “occuparsi di” senza “preoccuparsi degli effetti” sicuramente non in modo amorevole e benevolo della gente di cui si “sparla”. Addentrarsi nel labirinto del pettegolezzo, è “un’arte” (seppur nell’accezione negativa del termine) o, assai peggio, un “passatempo” irrinunciabile e, finanche, come abbiamo visto, pericoloso? Chi di questo spasso ne fa quasi un modus vivendi,  è ossessionato dallo spessore del soggetto che, magari, con la sua ombra lo copre oppure, per esempio, quest’ultimo è, “semplicemente”, ciò che il primo vorrebbe essere? Dice bene chi afferma che “Se parlano di me in questi termini, la verità è che la mia vita è assai più interessante della loro”. O no?

Condividi sui social

La ricerca della Felicità

altalt"La felicità è già qui e ora. Qualunque cosa ti sia accaduta la felicità prescinde da te, tu sei come una goccia del mare che si guarda intorno in cerca dell’oceano, ti senti separato da esso perché la mente ha un enorme potere su di te. Il giorno in cui tu, goccia, capirai di essere oceano, ti sveglierai dal sonno e dalle illusioni in cui sei immerso e proverai la vera felicità". (Osho – nella foto –, 11 dic 1931-19 gen 1990). “Felicità”. Siamo dinanzi ad un tema trattato e ritrattato infinite volte da scrittori, filosofi, poeti  e psicologi ragion per cui  il nostro lungi dall’essere un ulteriore trattato bensì è solo un voler affrontare l’argomento cercando di dare ad esso la giusta valenza senza per questo scadere in concetti scontati.

La società odierna, soprattutto quella del mondo occidentale, basata quindi su uno stile di vita molto frenetico e consumistico, lega la “felicità” ad uno stato di benessere, o appagamento, dettato dal raggiungimento di qualsivoglia obiettivo. La sua intensità varia, pertanto, in base al numero ed all’intensità di emozioni che ciascuno di noi esperimenta. Molti fattori emersi da studi mettono in evidenza come la felicità non dipenda tanto da variabili  come l’età, il sesso, la bellezza o la cultura, quanto da fattori connessi all’indole di ogni individuo quali, ad esempio, la fiducia in se stessi o l’estroversione. Ma cos’è la “felicità”? Come si riconoscono le persone “felici”? E, soprattutto, quante volte ci saremo posti queste domande? Ad esse potremmo rispondere in mille modi diversi, basandoci sulle nostre emozioni, sulle nostre ambizioni e sui nostri obiettivi. Ma, indubbiamente, essa è strettamente collegata al nostro modus vivendi, dunque ognuno di noi possiede un tipico modello di “felicità” che, quindi, varia da soggetto in soggetto. Quest’ultima si cerca spasmodicamente e, una volta raggiunta, ci appaga. Ma attenzione! E’ proprio qui che si nasconde la trappola in cui spesso cadiamo e cioè il fatto di dover ciclicamente ricominciare la ricerca innescando in tal modo una pericolosa spirale dalla quale non se ne esce incolumi. Ed è così che lo stato di gioia profonda si trasforma in infelicità. Si, perché la società odierna quasi ci impone di essere sempre “in tiro”, sorridenti, efficienti sul lavoro, buoni genitori, ottimi amanti e tutti questi fattori, messi insieme, fanno si che tale smaniosa ricerca dell’immagine “felice” ci porti ad essere invece estremamente malinconici ed a racchiuderci in una gabbia caratterizzata dallo stato d’animo opposto a quello verso cui eravamo proiettati e verso il quale il nostro impegno, la nostra rincorsa, il nostro vivere, era profuso: l’infelicità. I mass media tendono a proporre un’idea di “felicità” preconfezionata, ovvero quella “pseudo-felicità” che spesso finisce per forzare l’idea di “felicità” personale facendola apparire, ai più attenti, assolutamente effimera.  Essere “felici” diviene, quindi, quasi un “obbligo”. Si diventa capaci di rincorrere delle vere e proprie utopie e ciò non può che comportare angoscia e depressione. Serve, allora, comprendere quale possa essere il modo per essere soddisfatti di ciò. Magari, prima di tutto, accettare se stessi ed abbozzare un sentimento di condivisione con gli altri in maniera tale da ovviare a quel senso di individualità che ci porta a soddisfare soltanto i nostri capricci. A questo punto ci rendiamo conto di come sia inutile porsi continui obiettivi da raggiungere allo scopo di riempirci la vita e, soprattutto, del  come poter godere delle emozioni che viviamo ogni giorno tanto che, questo, possa rappresentare la chiave di lettura giusta per rilassare la mente e non far si che un’eccitazione passeggera si possa confondere con la conquista della “felicità”. "Legare la felicità ad una meta esterna vuol dire essere schiavi degli accadimenti e dunque della mente che li interpreta come positivi o negativi. Ciò che conta non è tanto la meta, ma il viaggio." (Osho).

Condividi sui social

“Riferimenti”: “Gerbera Gialla 2010-2011” a Lamezia Terme

Nell'ambito del progetto "Gerbera Gialla 2010-2011 – Memoria e Futuro", che è alla base del Protocollo d'Intesa con il Consiglio Regionale della Calabria, venerdì 28 Gennaio p.v. alle ore 10:30 presso il Teatro Grandinetti di Lamezia Terme, si terrà un incontro con gli studenti del comprensorio Lametino dedicato alla memoria. Nel corso dell'iniziativa verrà ricordata, con la testimonianza dei figli Walter e Giulia, la figura del Commissario Salvatore Aversa, ucciso a Lamezia Terme con la moglie il 4 Gennaio 1992.

Interverranno: il Presidente del Consiglio Regionale della Calabria  F. Talarico che aprirà i lavori unitamente alla Presidente di "Riferimenti" Adriana Musella (nella foto assieme ad Aldo Grasso) e al Sindaco di Lamezia Terme Gianni Speranza, il Direttore dell'Ufficio Scolastico Provinciale Dottor F. Mercurio, il Questore di Catanzaro Dottor Vincenzo Roca,il Procuratore della Repubblica di Lamezia Terme Dottor S. Vitello, il Procuratore della Repubblica di Catanzaro Dottor A. Lombardo.

Condividi sui social

Tutti “pazzi” per (o con?) la virtualità

altaltaltSiamo nell’era del web, un’ era in cui tutto è a portata di click. Sempre più sovente capita di non aver voglia di uscire da casa, di annoiarsi, di non voler interagire con il mondo ”reale” quasi come si avesse una strana forma di repulsione verso i rapporti interpersonali. Allora che si fa? Ci si connette a “Facebook”, così, tanto per ammazzare il tempo. E, magari, si fa a gara a chi ha più amici, come se il numero di questi ultimi possa in qualche modo esser legato alla popolarità di ciascuno di noi. E si passa sempre più tempo “on line” a controllare se sono arrivati messaggi fino al punto di rimanerne quasi intrappolati.

Si, perché attraverso i famigerati social network alla cui famiglia “Facebook” appartiene a pieno titolo, milioni di persone, e non solo giovani, pubblicano i loro profili, le loro foto, organizzano eventi, creano gruppi e restano sempre collegati all’account di posta spesso distratti ognuno dalle proprie attività principali rendendoli, così, “schiavi” di inviti o messaggi di presunti “amici” (ahinoi, spesso non si conosce veramente neppure il 10% delle persone presenti nel proprio profilo). Per non parlare poi della privacy che assume uno status inversamente proporzionale all’aumentare degli “amici” accettati (per nostra o altrui iniziativa). Questa, però, altra non è che una scelta ben precisa che ognuno di noi ha fatto, più o meno coscientemente dipende, al momento dell’iscrizione ed a cui, comunque, “Facebook” consente di ovviare in corsa attraverso vari restrizioni e limitazioni in sede di “impostazioni”. Il vero rischio, comunque, è la dipendenza che ne può derivare se di questo straordinario “mezzo” (e non “fine”) si abusa o, peggio ancora, non lo si impara ad utilizzare per il vero scopo per cui è nato: socializzare con persone che, probabilmente, assai difficilmente si sarebbero potute incontrare nella vita di ogni giorno e con le quali si sarebbe potuto stringere rapporti anche se di sola semplice conoscenza. Il social network più diffuso al mondo, è stato creato nel 2004 dallo studente Mark Zuckerberg ed ha superato in pochissimo tempo il precursore “MySpace” o il successivo “Twitter” adorato dai Vip del jet-set a stelle e striscie. Ad oggi, il “faccia-libro” più famoso al mondo, vanta versioni in più di 20 lingue ed il considerevole numero di 125 milioni di iscritti. In Italia è un fenomeno esploso nell’autunno 2008 con oltre 16 milioni di iscritti (all’epoca), pari quasi al 25% dell’intera popolazione nazionale. In tal modo non si rischia di inficiare i tradizionali ed ormai quasi ritenuti superati rapporti umani? Gli amici non s’incontrano quasi più, un po’ perché si è divenuti sempre più pigri ed un po’ perché pare non ci sia più tempo assoggettati ad una vita che va sempre più di corsa. Ad onor del vero, bisogna però ammettere che questo “fenomeno” ha i suoi lati positivi.  Stiamo, infatti, assistendo ad una trasformazione epocale, un mutamento prezioso del modo di farsi conoscere, di trovare perfino lavoro e, magari, assistenza e contatti utili. Ed anche se tale fenomeno non sarà gradito ai nostalgici ed ai tradizionalisti, legati sicuramente ad altre forme di comunicazione, crediamo che lo stesso sia da far rientrare nell’ottica di una  forma di libertà di espressione in tutti i settori. La soluzione sarebbe semplice: mondo reale supportato (e non surrogato) da quello virtuale.

Condividi sui social

Reggio Calabria: “Riferimenti” inizia da qui “Gerbera Gialla 2010-2011” con l’ “Antimafia Day”

E' l' “Antimafia Day” la novità del progetto "Gerbera Gialla 2010-2011" del Coordinamento Nazionale Antimafia "Riferimenti". E' questo il titolo che caratterizza intere giornate dedicate al tema della lotta alla mafia nelle varie scuole della regione che aderiscono al progetto. L'iniziativa prevede un susseguirsi di incontri istituzionali e testimonianze che coinvolgeranno la mattina gli alunni  e a seguire le famiglie. A dare il via all' Antimafia Day” sarà la città di Reggio Calabria, martedì 25 gennaio p.v., con l'Istituto "Galileo Galilei", capofila dell'intero percorso.

L'”Antimafia Day” inizierà alle ore 10:00 per terminare alle ore 19:00. I lavori saranno aperti dal Prefetto di Reggio Calabria Dottor Luigi Varratta e dalla Presidente di "Riferimenti" Adriana Musella (nella foto); si proseguirà con il Comandante Provinciale dell'Arma dei Carabinieri Dottor Pasquale Angelosanto (nella foto). Nel pomeriggio si alterneranno: il Questore Dottor Carmelo Casabona (nella foto), il Comandante Provinciale della Guardia di Finanza Colonnello Alberto Reda, il Procuratore Aggiunto Michele Prestipino che chiuderà l'iniziativa. Il progetto 2011 della Gerbera Gialla infatti,che  ha come sottotitolo "Memoria e Futuro", è destinato agli studenti dell'intera regione e agli adulti nelle persone dei genitori, e coinvolgerà sia le scuole che le parrocchie dell'intero territorio. Lo stesso percorso progettuale rientra nel Protocollo d'Intesa che il Coordinamento ha siglato con il Consiglio Regionale.

Condividi sui social