Medicina: l’Italia nelle sue scoperta passate e presenti

altGli antibiotici. Nel 1895 l’italiano Vincenzo Tiberio, ufficiale medico della Regia Marina Italiana,  laureatosi a 22 anni, pubblicò sulla rivista Annali di igiene sperimentale i risultati degli studi eseguiti su alcune muffe del cortile della sua casa di Arzano, alle porte di Napoli. Aveva notato che i parenti, presso i quali viveva, soffrivano di recidive infezioni intestinali nei giorni successivi all’eliminazione delle muffe dai serbatoi dell’acqua a cui attingevano e successivamente tornavano a star bene con il riformarsi delle muffe nei suddetti serbatoi. Intuendo quindi che quelle sostanze preservavano dalle infezioni perché avevano un’azione positiva sulla flora intestinale, allestì tre culture di muffe dai rispettivi estratti acquosi, i cosiddetti “succhi di muffa” e analizzò il potere battericida su batteri di carbonchio, tifo e colera. Concluse che nella sostanza cellulare delle muffe esaminate erano contenuti dei principi non solo forniti di azione battericida ma anche capaci di indurre una leucocitosi, segno di una stimolazione dei poteri di difesa dell’organismo.

Il medico mise in evidenza l’inibizione dello sviluppo batterico dovuta alla competizione tra due specie di microrganismi in cui prevaleva solo una specie, concetto che era stato da poco codificato dal francese Paul Vuillemin preceduto dall’inglese Lister. Anche precedentemente nella medicina empirica avevano trovato impiego alcune muffe fra cui il muschio, la tela di ragno e la polvere accumulata sulle travi di legno. Tiberio andò oltre la semplice intuizione teorica di Vuillemin e di Lister continuando ad iniettare estratti di muffa non purificati in cavie infette e ottenendo dei risultati sorprendenti. Infatti utilizzando gelatina come sostanza organica azotata scoprì l’esistenza di attività antibiotica in una muffa coltivata su una colla di amido. Purtroppo i suoi studi, che gli avevano fatto intuire il potere degli antibiotici già trent’anni prima di Fleming, furono  presto dimenticati. Il capitano medico Tiberio, impegnato in Marina, sospese le ricerche e quando le riprese, nel 1915, morì poco dopo. Nel 1928 Alexander Fleming fece le prime ricerche sul Penicillium notatum una muffa che aveva inquinato una coltura di stafilococco. Nel 1945, quando riceverà il premio Nobel per la scoperta della penicillina, non mancherà onestamente di citare le ingegnose e fruttuose ricerche condotte nell’800 dall’italiano Vincenzo Tiberio. Italia leader nei vaccini per il meningococco. Nonostante la meningite batterica sia in diminuzione, in Italia ogni anno si contano 900 nuovi casi di questa patologia con una mortalità del 14%. La Neisseria meningitidis è classificata in 13 sierogruppi di cui cinque sono patogeni nell’uomo: A, B, C, Y e W135. Il gruppo B, responsabile di un caso su tre negli Usa e del 45-80% dei casi in Europa, è il ceppo più difficile da sconfiggere perchè ha un polisaccaride capsulare identico all’acido polisialico (componente di molte glicoproteine umane), che gli consente un sorta di mimetismo immunitario. Rino Rappuoli, membro della National Academy of Science, la più antica ed autorevole istituzione scientifica degli Stati Uniti, è uno dei fondatori della microbiologia cellulare e fra i pionieri della riverse vaccinology una nuova branca della vaccinologia che con una tecnica innovativa produce vaccini partendo dal genoma. Tra i suoi successi si possono annoverare: il vaccino influenzale adiuvato, quello coniugato contro la meningite di tipo C e quello ricombinante contro la pertosse. Il dottor Rappuoli con i suoi collaboratori ha sequenziato il DNA della Neisseria ottenendo la mappatura del genoma di questo batterio. In esso sono state identificate 1700 strutture antigeniche delle quali solo un centinaio quelle capaci  di provocare nell’organismo una risposta immunitaria, cioè la produzione di anticorpi. Questa ricerca ha permesso di realizzare un vaccino contro il menigococco di tipo B che potrebbe passare alla storia come il primo vaccino realizzato con questa nuova tecnica. La riverse vaccinology potrebbe inoltre mettere a punto nuovi vaccini contro batteri incapsulati, quali lo pneumococco, lo stafilococco e lo streptococco A. Nell’Africa sub-sahariana, nella cosiddetta“cintura della meningite”dal Senegal all’Etiopia, solo nel 1996 un’epidemia ha fatto registrare 250mila casi e 25mila morti. Ogni anno nel mondo si registrano 1,2 milioni di infezioni e di queste tremila negli USA e settemila in Europa. E la meningite non è purtroppo così lontana da noi. Ecco un inquietante episodio di cui sono stata testimone nel dicembre 2008: ricoveratasi  mia madre  nel policlinico della Madonna della Consolazione di Reggio, per tutta la notte udimmo un sostenuto trambusto proveniente dalla stanza accanto alla nostra. Il giorno dopo i medici, il personale paramedico e tutti coloro che erano venuti in contatto con quella stanza furono sottoposti ad una massiccia terapia profilattica in un bisbiglìo generale o meglio dire oblìo. Dopo parecchie ore  e strane domande rivolteci dai medici  si venne a conoscenza che dal pronto soccorso avevano ricoverato in reparto, seppur per poco tempo, un paziente con meningite fulminante purtroppo dall’esito infausto. Quel che ancora oggi appare allarmante è che una malattia infettiva di tale aggressività e non tempestivamente identificata e diagnosticata, non fu circoscritta diventando una mina vagante per altri reparti. La bestrofina. Uno studio condotto dalla Scuola Internazionale Superiore di Studi avanzati (Sissa) in collaborazione con l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova(IIT)ha portato alla scoperta della bestrofina, la proteina che amplifica gli stimoli odorosi. La ricerca italiana potrebbe avere degli sviluppi tecnologici interessanti come la costruzione di un “naso artificiale”, cioè un meccanismo in grado di rilevare anche basse concentrazioni di sostanze odorose. Infatti il meccanismo fisiologico che permette all’uomo di rilevare e distinguere 10000 molecole odorose diverse è sempre rimasto ed è tuttora enigmatico da decifrare. In particolare la bestrofina, il cui malfunzionamento è causa nell’occhio di una malattia neurodegenerativa della retina, è anche la responsabile dell’amplificazione del segnale elettrico trasmesso in direzione del bulbo olfattivo e delle altre regioni del cervello dove l’informazione odorosa viene elaborata.  Chemorecettori a distanza riescono a percepire un oggetto senza entrare in contatto fisico con esso perché infinitesime particelle volatili in contatto con le cellule olfattive scatenano la reazione nervosa olfattiva. Infatti  lo stimolo chimico legandosi con i recettori si trasforma in segnale elettrico e viene trasmesso al cervello dove 40 milioni di neuroni bipolari sono responsabili di queste interazioni con le molecole odorose. Già si conoscevano molte proteine interagenti fra cui una che in presenza degli ioni calcio agevolava il passaggio degli ioni cloro amplificando così il segnale elettrico. In questo settore di ricerca, quindi, l’ulteriore scoperta della bestrofina potrà avere molteplici e urgentissime applicazioni tenendo conto che l’olfatto è indispensabile in persone con handicap visivo soprattutto  in situazioni di emergenza, come incendi o fughe di sostanze nocive. Proprio per questo peculiare ruolo le cellule del gusto e dell’olfatto sono le uniche del sistema nervoso che quando invecchiano o si danneggiano vengono sostituite: i neuroni olfattivi delle cavità nasali si autorigenerano ogni due mesi. L’olfatto inoltre è direttamente legato agli stati subconsci della psiche e della memoria: basta infatti solo un odore a rievocare un’intera scena del passato, farcene rivedere dettagli che credevamo perduti e addirittura rivivere le emozioni.

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Ragazzi senza destino

Ragazzi senza destino, di cui nessuno sembra più preoccuparsene, in un continuo rimpallo di responsabilità e di competenze. E’ la storia di 6 minori, sbarcati lo scorso 28 giugno sul litorale di Ferruzzano. Sono i cosiddetti “non accompagnati”, perché senza genitori. Anzi, senza nessuno che si occupi di loro. Una “emergenza” di cui si sono presi carico i volontari dell’Associazione onlus  “Nuova Evangelizzazione”  di Moschetta di Locri, dove è parroco don Giuseppe Giovinazzo. Una associazione costituitasi con Statuto nel 1998, ma già operativa da prima.  Obiettivo: aiutare gli ultimi, impostando il sostegno e l’aiuto materiale con un cammino di fede.   “Insomma – spiega l’avv. Enza Corasaniti, volontaria che cura l’assistenza sociale per i bisognosi che si rivolgono all’associazione – il nostro non è un volontariato fine a se stesso, ma fondato su basi cristiane”. P

er l’attività dell’Associazione don Giuseppe Giovinazzo ha messo a disposizione la sua casa. Non è una grande struttura: appena tre stanze; lo spazio minimo per accoglier ex detenuti, famiglie in difficoltà, giovani soli. Un luogo che è diventato nel tempo meta di un continuo via vai di bisognosi e derelitti. “Oggi assistiamo con alimenti e vestiario, un centinaio di famiglie della locride – spiega l’avv. Corasaniti – Ci aiuta il Banco alimentare. Siamo continuamente impegnati – spiega – a reperire risorse di qualsiasi genere. Conosciamo una per una le famiglie che assistiamo: quanti figli hanno, se ci sono anziani, ammalati, le loro condizioni economiche. Non è curiosità, la nostra, ma una precisa esigenza, perché  dettata  non sono mancati coloro che hanno tentato di speculare; quella di chiedere aiuto senza averne bisogno. Siamo 15 volontari che si alternano ogni giorno per assicurare l’assistenza che serve. Ci sono anche gli esterni: medici, assistenti sociali.  Da qualche giorno ci troviamo di fronte ad una emergenza più grande di noi. Lo scorso 28 giugno un barcone pieno di immigrati è sbarcato a Ferruzzano. Immediatamente è scattata la gara di solidarietà per accogliere e dare assistenza ai profughi. Tra loro, come detto, c’erano sei minori, di origine afgana,  “non accompagnati”, che la Protezione Civile ha affidato a noi per qualche giorno. Noi non siamo attrezzati per questo tipo di attività,   ma non abbiamo mai detto di no. Ci avevano detto che sarebbe stata una ospitalità provvisoria. Dovevamo accoglierli per soli 4 giorni. A distanza di due settimane, quei ragazzi, di età compresa tra i 6 ed i 18 anni, sono ancora con noi. Ed aumentano le difficoltà per gestirli e riuscire a trattenerli. I problemi sono iniziati quasi subito. Considerano la loro permanenza a “Moschetta” come una detenzione. Come Associazione ci siamo attivati presso il  Comitato minori stranieri, ho anche investito del problema  i Sindaci di Ferruzzano e Locri.  Il Comitato va semplicemente informato del fatto che i minori si trovano da noi e che c’è la necessità di trasferirli con urgenza in strutture più idonee. Spetta comunque al Comitato decidere cosa fare. Ora – spiega l’avv. Enza Corasaniti – la situazione sta diventando pesante.  I problemi sono grossi. Bisogna ospitarli, dargli da mangiare, vestirli, lavarli. Sei persone in più in una piccola comunità pesano, e tanto. Ogni tanto riceviamo qualche contributo straordinario, ma è sempre insufficiente a coprire le spese. Ora i ragazzi hanno iniziato a protestare. Qualcuno ha anche tentato la fuga e  dalla Questura ci hanno detto che non c’è nessuna restrizione nei loro confronti.  Hanno anche iniziato uno sciopero della fame, ma li abbiamo convinti a farli smettere. Ma alcuni di loro sono stati male, con febbre alta. Ci hanno preoccupato per le cose strane che dicevano, come se avessero delle “visioni”.  Li abbiamo portati in ospedale. E lì è stata un’altra delusione. Li hanno accantonati costringendoli ad una lunghissima attesa: dalle tre e mezzo del pomeriggio fin oltre le sette. Le nostre insistenze per farli visitare sono state causa di “incomprensioni” tra i nostri volontari ed i medici. Un dottore  si è persino rifiutato di far entrare nell’ambulatorio l’interprete. Non sappiamo come abbia potuto fare la visita. In un primo momento hanno deciso di ricoverarli, poi ci hanno intimato a  firmare l’accettazione delle dimissioni. E solo quando questi ragazzi sono stati di nuovo male  si è deciso di ricoverarli.  Sui referti abbiamo notato che alcuni cognomi erano stati riportati con un punto interrogativo; il chiaro segnale di una conduzione “molto superficiale” della vicenda”. “Sono ragazzi senza destino,  sul futuro dei quali neanche il Tribunale dei Minori di Reggio si è fatto sentire. Questi ragazzi – conclude l’avv. Enza Corasaniti che da quattro anni fornisce assistenza legale agli assistiti – hanno diritto alla nomina di un curatore speciale. Non riusciamo più ad ospitarli – è l’amaro sfogo della volontaria – ma non possiamo neanche abbandonarli”.

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“Mancini si, sinistri no”!

altDa sempre additati come “maldestri” e discriminati solo perchè  possiedono una innata tendenza ad utilizzare la parte sinistra del corpo, i mancini ed il consistente “popolo” da loro costituito sono, invece, secondo gli scienziati, il più potente tra i “popoli” e quello che, statisticamente, guadagna di più. Il 13 agosto è la giornata dedicata al mancinismo e, più  precisamente, alle difficoltà che questi uomini e donne incontrano quotidianamente in un mondo costruito attorno ai destrimani (evidenziandone però anche i vantaggi). Si pensi che il 10% della popolazione nasce mancina e che di continuo vengono elaborate teorie, a volte anche un po' bizzarre sull'argomento.

Secondo alcune di queste, infatti, i “mancini” maschi guadagnerebbero il 5% in più all'anno rispetto a coloro che sono destrimani. Dunque, se è vero che inizialmente, in età scolare, essere mancino potrebbe rappresentare un disagio, da grandi si ha maggiore creatività e, comunque, una marcia in più. Esempi di “mancini” celebri e che hanno lasciato un'impronta nella storia sono: Napoleone, Giulio Cesare, Leonardo da Vinci, Marilyn Monroe (indubbiamente tutte personalità di grande spessore). Ne consegue che è assolutamente sconsigliato, ed oltretutto considerata dai “più” una “inutile barbaria”, correggere coloro che scrivono con la mano sinistra poiché in tal modo non si fa altro che alimentare insicurezze, inibizioni e frustrazioni insite nei non destrimani. Volendo fare poi una disamina divertente delle frasi “tipiche” che ripetiamo giornalmente e che rimarcano come la parte destra sia la buona e la sinistra la “cattiva”, ci si può rendere conto di quanto il mancinismo sia “preso di mira”. Ad esempio, per salutare si da la mano destra, si giura ponendo la mano destra sulla Bibbia, un uomo sospetto lo si chiama “sinistro”, quando ci si sveglia di malumore si suol dire “Ti sei alzato col piede sinistro?”. Ma ci siamo mai chiesti veramente che origini  hanno queste frasi? Partiamo dal presupposto che un individuo “mancino” non è un “posseduto” e neppure uno stolto ovvero  ancora un monco. E' soltanto una persona che utilizza per ereditarietà l'emisfero destro del cervello e, dunque, ha la tendenza ad usare per muoversi o per compiere gesti volontari ed involontari la parte sinistra del corpo. Ma andiamo a scoprire  le difficoltà pratiche di coloro che utilizzano la mano sinistra. Ad esempio l'uso delle forbici, degli apriscatole, dei coltelli a lama asimmetrica, il mouse del PC (anche se fortunatamente è possibile invertirne i tasti). Tutto ciò per farci riflettere su quanto possa essere “scomodo” essere mancini! Ma vi sono anche teorie incoraggianti sui vantaggi dell'esserlo. Ad esempio costoro dovrebbero avere una maggiore padronanza del linguaggio e del corpo, sarebbero più creativi e portati per le attività artistiche. Volendo ironizzare un pò diremo “mancini si, sinistri no”!

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La Medicina contemporanea

altIl diritto alla salute. L’O.M.S. definisce la salute “uno stato di benessere fisico, mentale e sociale e rappresenta uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano” e la nostra Costituzione la garantisce, considerandola come un interesse della collettività. Quindi, a ragione, molteplici sono le critiche che vengono urlate contro il nostro Servizio Sanitario Nazionale: disfunzioni, inadempienze, carenze di personale e di attrezzature, casi di corruzione,“malasanità” che rivelano un palese ritardo della Nostra rispetto alle altre nazioni europee. Lo Stato, infatti, si fa garante, fra tutti diritti sociali, proprio del diritto alla salute. E’ pertanto inconcepibile affidare la competenza sanitaria alle singole regioni provocando  disparità di trattamenti fra i cittadini delle regioni più ricche e quelli delle più povere, tutto ciò contro il principio di uguaglianza sancito dalla nostra Costituzione.

Il rapporto tra salute e ambiente, inoltre, ha fatto nascere sempre più impellente un nuovo diritto, quello di vivere in un ambiente il più possibile sano con un minimo di inquinamento ( per inorridire basta pensare allo stress del traffico cittadino che altera l’equilibrio psico-fisico dell’individuo). Soprattutto, perché no, dovrebbe essere introdotta in primis fra le materie universitarie la “condotta terapeutica nell’approccio con il paziente” che, facendo forza sulla nuova tendenza di considerare il paziente come monade di anima e corpo, insegnerebbe pochi e indispensabili principi a cui i medici si dovrebbero attenere scrupolosamente come se fossero farmaci salvavita. Non allontanare il parente che assiste il congiunto (spesso egli è fonte indispensabile di notizie specie in caso di incomunicabilità diretta con il degente) ed eliminare il frasario tecnico ( impedisce al malato l’appropriazione totale della malattia e quindi la sua relativa gestione) sono solo alcune delle migliorie o meglio dei diritti inalienabili di cui non si dovrebbe defraudare il paziente. Servirebbe a poco operare a distanza tramite robots guidati da sofisticati computers o far viaggiare le informazioni mediche in tempo reale, se si tralasciasse l’aspetto umano delle fondamentali relazioni interpersonali. Ribadiamo il concetto, troppo spesso trascurato, che il compito dei medici e paramedici è delicatissimo e non paragonabile nemmeno lontanamente ad altri impegni perché si svolge a contatto con le persone più vulnerabili della società. Entrati nel vortice dei problemi a noi vicini non possiamo però dimenticare dove il diritto alla salute è addirittura negato. Nei Paesi del Terzo Mondo infatti aumentano le epidemie per miseria, arretratezza tecnologica, condizioni igienico-sanitarie e anche conflitti interetnici. Un divario con i Paesi industrializzati che cresce sempre più violando l’uguaglianza e la giustizia, venendo sottaciuto dai mass-media e di cui quindi ci accorgiamo solo  allertati da situazioni estreme o dalle pandemie che ci minacciano. Una definizione storica: l’atto medico. La U.E.M.S. (Union Europèenne des mèdicins Spècialistes) ha formulato la definizione europea di atto medico: “l’Atto Medico è la totalità degli atti professionali, ovvero attività scientifiche, d’insegnamento, formative, educative, cliniche, medico-tecniche compiuti al fine di promuovere la salute, prevenire le malattie, fornire diagnosi, cure riabilitative e terapeutiche a pazienti, gruppi o comunità nell’ambito del rispetto dei valori etici e deontologici. Tutto ciò rientra nei doveri del medico iscritto o deve avvenire sotto la sua diretta supervisione e/o prescrizione.” Nella formulazione e stesura di questa definizione non è stato affatto facile trovare una soluzione condivisa da tutti i sistemi sanitari europei. I Paesi anglosassoni e nord-europei hanno infatti manifestato e insistito su una concezione della medicina più strettamente connessa alle caratteristiche tecnicoscientifiche, mentre l’Italia, che si è da sempre richiamata anche ai naturali principi etici e deontologici, ha veicolato con incisività l’idea di un’arte medica più umana. La tesi finale ha alfine inserito le richieste italiane decretando il successo della nostra delegazione. Principi basilari sono stati introdotti anche nell’art. 38 del nuovo Codice deontologico: “Il medico deve attenersi, nell’ambito dell’autonomia e indipendenza che caratterizza la sua professione, alla volontà liberamente espressa della persona di curarsi e deve agire nel rispetto della dignità, della libertà e autonomia della stessa. Il medico,compatibilmente con l’età, con la capacità di comprensione e con la maturità del soggetto, ha l’obbligo di dare adeguate informazioni al minore e di tenere conto della sua volontà.” Per quanto riguarda le prestazioni professionali dei medici dell’U. E. negli ospedali italiani, questi possono effettuare servizi occasionali senza la necessità di iscriversi nell’Albo dei medici, purché siano autorizzati dal ministero della Salute e  nei casi urgenti l’autorizzazione può essere richiesta anche dopo la prestazione. Rimane imprescindibile  il fatto che la malattia, sempre strettamente individuale e privata, non può essere classificata in schemi collettivi perché la guarigione, che conosce molteplici vie, si baserà sempre e naturalmente sull’impulso antico e insopprimibile dell’uomo che risponde al richiamo di aiuto di un altro uomo. Significativa è la testimonianza di un personaggio anonimo della seconda guerra mondiale che come prigioniero in Siberia descrisse su una cartolina la sua esperienza: “Cercai Dio e mi sfuggì. Cercai la mia anima, ma invano. Cercai mio fratello e trovai tutti e tre”. La disumanizzazione della medicina contemporanea. Progressi tecnico-scientifici  con applicazioni in medicina hanno migliorato il panorama curativo mondiale ma  contemporaneamente si è verificata una disumanizzazione del rapporto tra medico e paziente che è invece indispensabile per curare. Secondo la rivista scientifica The Lancet  la principale causa del declino della medicina contemporanea è l’allontanamento del medico dal letto del malato, intendendo con allontanamento non tanto quello fisico quanto quello psicologico. E ciò, come effetto collaterale, porta al verificarsi di un esodo di cui pochi si rendono conto e nessuno ne parla: più aumenta nei nostri ospedali la cosiddetta medicina “ fredda” e più aumenta il numero dei medici missionari che partono per il Terzo Mondo o di coloro che non vogliono solo stare a guardare, ma cercano di dare una risposta in prima persona inserendosi sulla scia dei loro predecessori. Come avvenne nel lontano1973 quando infatti alcuni medici, constatata nell’Appennino Centrale l’esistenza di gravi malattie causate da deficit di iodio, ottennero di condurre, anche con l’aiuto di tutte le realtà sociali presenti nel territorio e in particolare con l’Unicef,  una capillare prevenzione. Il loro lavoro, oltre i vantaggi pratici che produsse, fu pubblicato su riviste mediche e dibattuto in congressi nazionali ed internazionali avvalorando quanto ha detto Giovanni Paolo II “Bisogna avere  il coraggio di camminare in una direzione nella quale  nessuno ha camminato finora”. Allo stesso tempo la medicina  si trova sempre più di fronte a nuove sfide non tanto di natura scientifica quanto etica. Dopo l’invenzione della macchina “cuore-polmoni” ad opera del medico Gibbon, poi perfezionata da Lillehei nel 1954, apparve l’invenzione del polmone d’acciaio per evitare l’insufficienza respiratoria nei pazienti affetti da poliomielite: questa poteva indurre paralisi transitoria dei muscoli respiratori e, quando venivano aggrediti i nervi delle deglutizione, i liquidi andavano nella trachea con conseguente morte per broncopolmonite. Nel 1952 Ibsen introdusse una sonda nella trachea con un  palloncino dopo tracheotomia portando ossigeno ed aspirando i liquidi; da cui nacque il binomio “intubare e ventilare”. Quale il confine fra accanimento terapeutico ed eutanasia? Dove finisce l’uno e incomincia l’altra? Patologia da compassione. Chi di noi non si è lamentato dello scarso rapporto umano con i medici compreso il proprio medico di famiglia? Che abbiano ragione loro, i medici? Ci sia permesso di sorridere di argomenti così seri che ci coinvolgono ogni giorno e che evidenziano una carenza sempre maggiore dei rapporti medico- paziente-familiare e in parallelo un incremento del carattere tecnologico della medicina fino al punto che può essere il computer a fornirci la diagnosi, in base ai dati di laboratorio, stabilendo contemporaneamente i protocolli di cura. Gentilezza, umanità e rispetto sono spesso valori trascurati e sacrificati sull’altare dell’efficienza della cultura sanitaria moderna e forse su quello dell’inefficienza. In netta contrapposizione con il dilagante ed eccessivo distacco dei medici (che in giusta misura permette invece uno svolgimento professionale ottimale)  è stata identificata una nuova sindrome, la “fatica da compassione”, cioè del “patire insieme”, resa nota tempo fa a una conferenza di operatori della salute mentale australiani e neozelandesi. Alcuni medici infatti prendono talmente a cuore il dolore e la sofferenza dei loro pazienti da  farseli propri. Ciò può provocare un turbamento della loro salute mentale con l’insorgenza di questa particolare sindrome. Il medico può restare oppresso dai drammi dei pazienti fino a giungere all’esaurimento e alla depressione o addirittura a vivere gli stessi problemi arrivando anche a dei conflitti esistenziali insopportabili. In questi casi è consigliabile il ricorso a uno psicologo per raggiungere la piena consapevolezza della sindrome e almeno essere meno vulnerabili alle malattie fisiche causate dal continuo stress psicologico. Si potrebbe addirittura anche verificare una disarmonia tra il comportamento tenuto dal medico col paziente rispetto al comportamento da lui tenuto nell’ambito sociale, familiare e di lavoro. Il medico potrebbe cioè dimostrare dedizione al paziente e, al contrario, conflittualità e disamore nei confronti del prossimo in tutti gli altri ambiti sociali. E’ necessario per questi operatori scacciare ogni sentimento negativo nei confronti degli altri come risentimento, rancore, rabbia e sfruttamento per ristabilire un equilibrio nella vita senza incongruenze di comportamenti. Come ha detto A. de Saint Exupery “Esiste un solo e vero lusso, ed è quello dei rapporti umani”. Educazione  del paziente. L’O.M.S., secondo nuove direttive, considera l’educazione del paziente quale  priorità della terapia, soprattutto nelle malattie croniche, perché il paziente è aiutato a gestire la malattia da solo o con i familiari, a capire la patologia e la sua cura, a cooperare con i medici.  L’educazione del paziente è una sfida nel futuro della specialistica ambulatoriale e, al contempo,una tangibile risposta alle liste di attesa. Si potrà così infatti evitare una serie di richieste di prestazioni e di ricoveri con un aggravio di spese sanitarie per le strutture preposte. Il paziente potrà infatti  raggiungere obiettivi stabiliti in precedenza con il personale sanitario non in modo passivo (subendo una lezione) ma attivo, acquisendo comportamenti anche per la gestione quotidiana della malattia e, di conseguenza, l’uso degli aiuti sanitari, sociali ed economici disponibili nel territorio per vivere meglio o mantenere la propria qualità di vita. Gli specialisti e il personale sanitario, individualmente e in gruppo, dovrebbero inoltre metterlo in grado di aver un atteggiamento idoneo di fronte alle crisi, alle esacerbazioni e ai cambiamenti sociali ed ambientali che potrebbero influire sulla malattia. D’altronde il personale sanitario, da parte sua, non si può basare solo sulla conoscenza scientifica, ma occorre che comunichi in maniera empatica e riconosca i bisogni del paziente, dallo stato psicologico all’ambiente familiare, sociale o lavorativo e il suo grado di accettazione della malattia. Molte di queste nozioni, infatti, non si acquisiscono in esclusiva con la scienza medica, ma appartengono al semplice quanto complesso “saper fare” derivante dai rapporti umani, dall’imprescindibile comunicazione tra il curante e il curato.

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Uomini “contro” Donne

altaltUna delle problematiche “sociali” della nostra era, sulla quale, purtroppo, i riflettori rimangono perennemente puntati, è il perpetuarsi, con a volte delle proprie escalation, di episodi di violenza sulle le donne. Se ne discute in televisione, nei telegiornali, nei talk-show ideati ad hoc, all'interno delle pagine di cronaca, sia di quotidiani che di riviste. Una mole di notizie che raccontano, solitamente, di abusi che avvengono all'interno delle “mura domestiche” e che, quasi sempre, si concludono con “il” triste epilogo di andare a riempire quelle di vera e propria cronaca nera.

Si tratta, però, di un argomento che tende ad evidenziare la presunta posizione di fragilità delle donne ponendole, spesso e volentieri, nel “girone” delle vittime. Ma, secondo la nostra opinione, è da considerarsi assolutamente errato il pensare che la maggior parte delle donne di oggi siano delle sciocche sprovvedute e, quindi, “facile preda” degli uomini violenti. A rafforzare questa linea di pensiero, basti considerare l'alta percentuale delle donne manager in Italia con davanti delle carriere strepitose e, perciò, tutt'altro che deboli. Siamo, infatti, circondati da donne intraprendenti dinamiche e nient’ffatto “succubi” o “subalterne” ai propri uomini. Allora cos’è che realmente accade? Forse il vero nemico di alcune donne va cercato dentro loro stesse, poiché bisogna – ahinoi – ammettere che in molti casi di violenza vi è una sorta di interdipendenza tra vittima e carnefice. Le donne che subiscono violenza, infatti, pur non essendo coscienti di ciò, con i loro silenzi colmi di paure, non fanno altro che avallare in un certo senso il comportamento lesivo del partner violento. Ma cerchiamo di delineare il profilo di questi “uomini” (se così possiamo definirli). Chi sono in realtà? E, soprattutto, da dove trae origine la loro efferatezza? Spesso, si tratta di uomini insicuri con problemi esistenziali legati alla famiglia, al lavoro o che hanno subito violenza nella propria fase adolescenziale o, peggio ancora, nella propria fanciullezza. Accade dunque che, non sentendosi all'altezza delle aspettative della propria compagna, danno inizio al di lei “calvario” sfogando la rabbia ed istinti più reconditi e meschini proprio su colei che, magari, si occupa di lui e della loro famiglia. Sono sufficienti, pertanto, anche i più banali motivi legati al vivere quotidiano per scatenare “l'inferno” ed arrivare a quelle brutalità estreme, spesso irrecuperabili, di cui leggiamo. C'è da dire, però, che nelle donne “abusate”, spesso, scatta un “meccanismo perverso” ed ancorché illogico seguendo il quale, pur essendo consapevoli di essere protagoniste di un film dell'orrore, non riescono a denunciare e, quindi, ad uscirne facendosi aiutare dai familiari o, meglio ancora, dalle Forze dell'Ordine. Sovente i familiari delle donne picchiate e violentate vengono accusati di indifferenza o di “disattenzione”, ma in realtà le donne che subiscono violenza tendono a celare il male subito, forse nella speranza che un giorno tutto possa finire e che il “bruto” possa cambiare o, fors’anche, perché “semplicemente” minacciate da quest’ultimo. E' qui che si compie l'errore più grosso! Ebbene, è assodato che questo sia l'ennesimo articolo scritto a suffragio della violenza sulle donne, ma esso vuole ancora una volta essere uno modo per far riflettere sul fatto che le donne abusate devono trovare dentro se stesse la forza di reagire e capire, finalmente, che il  loro peggior nemico è “il silenzio”.

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Bullismo: allarme per un fenomeno sempre attuale

altaltIl fenomeno del “bullismo”, spesso sottovalutato, è tornato “in auge” dal 2007, anno in cui parecchi sono stati gli avvenimenti di cronaca purtroppo ad esso riferibili e/o riconducibili. Ricordiamo, per esempio, quella ragazzina di tredici anni che è stata violentata e, durante la violenza, addirittura ripresa con i cellulari. Ma ancor più indignazione ha destato il caso del ragazzo down schernito e malmenato dai propri compagni che, come se non bastasse, per completare l'opera, hanno pubblicato il relativo video su “Youtube” perché ritenuto, forse, dai bulli, “spassoso” o, peggio ancora, divertente.

Cerchiamo di andare in profondità, ossia di capire da dove possa trarre origini il termine “bullismo”.  E' risaputo come derivi dal termine inglese “bulling”, ma in lingua italiana ha assunto un senso diverso sostanzialmente mitigato rispetto al suo reale significato. Infatti, in Italia  viene detto “bullo” colui/colei che assume un comportamento da gradasso  e che, spesso, tende a prevaricare senza mai però arrivare a quella cattiveria mista a sadismo che invece è tipica del fenomeno del bullismo (soprattutto in ambito scolastico). Ma da quali atteggiamenti si riconosce un “bullo”? Egli è essenzialmente aggressivo, poco tollerante nei confronti altrui e, proprio per questo, sfoga la propria ira su persone ritenute o evidentemente più “deboli”. Solitamente il bullo non agisce solitario, ma si circonda di un “branco” che lo appoggia pur senza partecipare attivamente agli atti di violenza contro la vittima designata. Tra l'altro, spesso si crea un circolo vizioso entro in quale imperversa solamente omertà e paura da parte dei ragazzi che assistono ai pestaggi rendendo, quindi, il “bullo” pressoché “protetto”. E così, silenzio e segretezza divengono potenti alleati del “bullo”, i cui misfatti passeranno dunque inosservati. Attenzione però, il “bullo” non è, come si potrebbe pensare, soltanto di sesso maschile, difatti è in netto incremento il fenomeno anche tra le ragazze che si fonda principalmente sullo scontro verbale e sulla derisione delle vittime. Ma allora cosa si può fare per evitare che queste manifestazioni divengano sempre più numerose diffondendosi a macchia d’olio? Certamente l’arma migliore è il dialogo dei genitori con i propri ragazzi. Parlando con loro, infatti, si potrà capire meglio come si svolge la loro vita fuori casa e come si comportano a scuola (magari coinvolgendo anche gli insegnanti). Una soluzione, ad esempio, potrebbe essere quella di far praticare lo sport che il/la ragazzo/a preferisce, educandolo dunque alla socializzazione ed al gruppo, al sacrificio finalizzato al raggiungimento di un obiettivo quale il vincere la gara, preparandolo, anche, all’eventualità del verificarsi una sconfitta. Sembra retorico, ma il dialogo tra genitori e figli è e rimane un aspetto di fondamentale importanza affinché si possa sperare in un futuro più solido e sereno degli adolescenti di oggi.

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Valeggio sul Mincio (VR): la “Festa del Nodo d’Amore” dedicata a “Riferimenti” ed alla “Gerbera Gialla”

230 camerieri, 85 cuochi, 90 sommeliers, 600mila tortellini fatti a mano ma anche 5.500 gerbere gialle “per non dimenticare le vittime delle mafie e suonare la sveglia dell’impegno civile”. Sono le cifre da guinness dei primati della Festa del Nodo d’Amore che si è celebrata ieri, fino a tarda notte, sul ponte visconteo di Valeggio sul Mincio (Verona) e che quest’anno gli organizzatori hanno voluto dedicare all’Associazione Riferimenti e alle manifestazioni della Gerbera Gialla. La grande kermesse popolare, che è giunta alla sua diciottesima edizione ma affonda le sue origini in una tradizione secolare, ha avuto quest’anno come ospite d’onore la presidente di Riferimenti, Adriana Musella, che è intervenuta con un saluto ascoltato dai circa quattromila partecipanti, presentata dal giovane sindaco di Valeggio, Angelo Tosoni.

“Ringrazio il sindaco, le autorità e tutti gli amministratori locali, da quelli di città come Verona ai più piccoli municipi, che anche in Veneto stanno collaborando attivamente alle iniziative promosse da Riferimenti e dalla Gerbera Gialla – ha detto tra l’altro Adriana Musella – Con loro vogliamo mettere in rete i nostri sforzi affinchè anche le aree del Paese che si credevano immuni da fenomeni criminali mafiosi si attrezzino meglio per isolare culturalmente e nel sentire comune non solo gli inquinamenti e le aggressioni delle mafie ma anche l’omertà, l’indifferenza e la rassegnazione”. “Avete territori densi di iniziative economiche – ha aggiunto la Musella – che attraggono da decenni flussi di manodopera e di intelligenze che vengono da Sud e da altre parti d’Europa e del mondo. Quello che occorre isolare sono le negatività e nel contempo bisogna difendere l’integrità di queste aree dalle aggressioni del crimine mafioso”. Oltre lo storico ponte che a Borghetto di Valeggio collega il Veronese col territorio mantovano, ieri è stato lanciato un ponte ideale che lega il ricco Nord-est del Paese col Sud più profondo all’insegna della legalità e dell’impegno antimafia. Sul lungo e grandioso Ponte Visconteo che attraversa il Mincio, ieri sera si sono ritrovati seduti, lungo due tavolate di circa 600 metri, quasi 4000 commensali, provenienti da tutta Italia, oltre a una buona presenza di stranieri, per gustare i famosi "Tortellini di Valeggio", poeticamente denominati "Nodo d'Amore". La Festa ha preso ufficialmente il via con una sfilata di comparse in costume medievale, a rievocare i protagonisti della leggenda da cui la festa prende il nome. La prima edizione di questo grande evento risale al 1993 e fu organizzata per celebrare i 600 anni della costruzione del Ponte Visconteo, una fortificazione voluta da  Gian Galeazzo Visconti, Duca di Milano, per proteggere i confini orientali dei suoi possedimenti. Ideata e gestita dalla Associazione Ristoratori, la Festa coinvolge l'Amministrazione Comunale e tutte le Associazioni di categoria e conta sull'entusiasmo di un paese che vanta oltre 40 ristoranti i quali, tutti insieme,  possono accogliere quasi tanti ospiti quanti sono gli abitanti. I numeri che caratterizzano la festa sono da record: lo sforzo congiunto di tutti i ristoranti associati coinvolge quasi 300 camerieri, un centinaio di cuochi e altrettanti sommelier. Pesano otto quintali i tortellini “tirati a mano” uno ad uno, per i quali occorrono circa 500 kg di grana padano, 10.000 uova e 8 quintali di farina, e sono 3.750 le bottiglie di vino Bianco di Custoza che accompagnano le pietanze e 850 le bottiglie di spumante che hanno accolto gli ospiti per l'aperitivo che ha dato  il via alla serata. La cena si è conclusa con un grandioso spettacolo di fuochi artificiali accompagnato dalle più celebri melodie: uno spettacolo di forte impatto emozionale che ha commosso molti ospiti, specie stranieri.

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Ministeri al Nord? Abbiamo scherzato! Ma gli uffici di rappresentanza non sono le legazioni che si hanno presso le cancellerie di stati esteri?

Da Luigi Pandolfi (luigipandolfi.it) riceviamo e pubblichiamo. Dietrofront: abbiamo scherzato. D’altronde il carnevale che cos’è se non una burla? E Pontida cosa è stata se non una carnevalata? Dal trasferimento dei ministeri siamo passati all’apertura di uffici di rappresentanza. Che significa? Boh. Certo è che gli schietti padani da qualche tempo a questa parte, per sopravvivere, non sanno più cosa inventarsi. E questa degli uffici di rappresentanza è proprio una trovata di grande ingegno.

Peccato che nessuno ne abbia capito il significato e, soprattutto, l’utilità per le genti del nord. Nessuno, d’altro canto, può credere che i problemi dell’economia del nord possano essere di colpo risolti se a Monza si riserva una poltrona, o una seggiola, a Bossi ed agli ministri della Lega. Tutti, dalla Sicilia alle Alpi, comprendono invece che la concretizzazione di questa strampalata idea può avere un solo ed unico effetto: più spreco di denaro pubblico. Povera Lega, ridotta a barcamenarsi tra richiami lepenisti e bizantinismi di stampo democristiano, tra il plagio di Grillo e la fedeltà al Cavaliere! Se però vogliamo prendere sul serio la mediazione raggiunta sul trasloco dei ministeri, inevitabilmente dobbiamo porci questa domanda: ma di uffici di rappresentanza non si parla a proposito delle legazioni che si hanno presso le cancellerie di stati esteri? La Padania, oltre a non avere fondamento sul piano storico, geografico e culturale, fino ad oggi non mi sembra che costituisca una comunità organizzata in Stato. È vero che al primo articolo dello statuto del Carroccio si legge che l’obiettivo del movimento è “l’indipendenza della Padania ed il suo riconoscimento internazionale quale repubblica federale indipendente e sovrana”, ma questo, per adesso, è ancora di là da venire.

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Energie rinnovabili

 altaltAttraverso il da  poco esser andati alle urne per il referendum, l’Italia si è pronunciata palesemente dicendo “No” al ritorno al nucleare, alla privatizzazione dell'acqua ed, inoltre, alla credibilità verso il regime di immunità consentito dal legittimo impedimento al nostro premier ed ai nostri ministri. C'è da dire, in particolare sulla questione del nucleare, che si è ormai abbondantemente dimostrato come i molti vantaggi di questa forma di produzione energetica siano di gran lunga superati dagli svantaggi che, indubbiamente, in parte minima saldiamo da subito, ma che, in buona parte, lasciamo in eredità dalle generazioni future.

A tal proposito, si sente ormai da anni parlare di fonti di energia rinnovabili, sulla loro probabile efficacia e, soprattutto, ci si chiede quale possa essere il modo migliore, nonché il più economico, per sfruttarle al fine di combattere la crisi climatica e, perchè no, anche quella economica che stiamo attraversando noi che viviamo in tutti i paesi industrializzati. Per fonti rinnovabili s'intendono quelle forme di energia che, dopo il loro utilizzo, si rigenerano poiché non sono esauribili. Sono, tra l'altro, denominate anche fonti di energia “pulite” in quanto non inquinano. Fanno parte di esse l'energia solare, quella eolica, l’energia geotermica, l’energia marina, l’energia idroelettrica, l’energia da biomasse ed altre ancora. Tra i vantaggi che tali fonti pulite offrono è da annoverare, indubbiamente, la possibilità di accedere anche a crediti agevolati volti a sorreggere la diffusione delle energie rinnovabili e che, visti gli ingenti investimenti che esse comportano, serviranno da incentivo alle imprese che investiranno in tale progetto. Noi crediamo con fermezza nella praticabilità della strada “alternativa”, ossia quella delle fonti di energia rinnovabili che, a nostro modesto parere, potrebbero servire a rendere la nostra vita più efficiente e, nel contempo, salvaguardare il nostro Pianeta. E' necessario, dunque, che i nostri politici abbiano innanzitutto il coraggio di credere in tale innovazione e, soprattutto, che comprendano la portata universale della “questione ambientale” ponendola in una posizione prioritaria rispetto a tante altre. Proteggere il nostro habitat  dovrebbe essere non solo un dovere ma  una conditio sine qua non e ciò lo si può fare rispettando quelle piccole regole che fanno parte del nostro vivere quotidiano: la raccolta differenziata dei rifiuti, il non disperdere materiali nocivi, avendo quindi quei piccoli accorgimenti facendo sì il rendere più pulite, e dunque meno inquinate, le nostre città.

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“Riferimenti”: la Calabria esporta lezioni anti-‘ndrangheta

La Calabria esporterà nelle scuole della Lombardia lezioni antindrangheta. E’ questa, in sintesi, la proposta avanzata dalla presidente del Coordinamento nazionale antimafia “Riferimenti” in occasione dell’audizione davanti alla Commissione consiliare contro  la ‘Ndrangheta  della Regione Calabria. “Mettiamo a disposizione tutte le energie e le competenze nazionali di Riferimenti – sottolinea Adriana Musella (nella foto) – per un piano che ‘contamini’ di benefici anticorpi culturali anche aree del Paese che si credevano immuni da fenomeni criminali mafiosi.

Perciò lanciamo dalla Calabria l’idea di una proposta inedita, quella di mettere in rete le scuole della Calabria con quelle della Lombardia e promuovendo un’adeguata formazione dei docenti sui temi della lotta alla ‘ndrangheta . Gli studenti di oggi saranno gli imprenditori di domani e dovranno imparare a rifiutare i soldi quei soldi sporchi di sangue che la ndrangheta investe sul loro territorio. Il nord rischia di essere colonizzato dalla ndrangheta e a questo bisogna porre rimedio con un'intensa attività culturale di sensibilizzazione, informazione e prevenzione. Il problema mafia è oggi comune al sud e al nord, non essendoci isole felici.Occorre che i giovani acquisiscano tutti una coscienza critica del fenomeno lavorando insieme in un progetto che dev'essere unico". Il progetto illustrato dalla Musella punta ad integrare il progetto Gerbera Gialla 2011-2013 dal titolo "Memoria e Futuro" in corso con la Regione Calabria, prevedendo la messa a punto di un’intesa con la Regione Lombardia per un progetto condiviso di educazione alla legalità e di contrasto all'espansione della 'ndrangheta in sul territorio Lombardo. La presidente Musella ha sottoposto alla Commissione dell’Assemblea regionale calabrese anche la prospettiva della trasformazione del Coordinamento nazionale "Riferimenti" in una Fondazione a cui partecipi anche la Regione Calabria,interamente dedicata alla crescita culturale e civica dei giovani. "La Gerbera Gialla nata in Calabria è oggi il fiore simbolo della criminalità organizzata, adottato da migliaia e migliaia di ragazzi,immagine di una reazione al fenomeno m anche di riscatto. Il desiderio di Adriana Musella sarebbe quello di affidare alle Istituzioni calabresi la sua storia ventennale perché possano istituzionalizzarla e tramandarla aldilà della sua persona. L’idea è stata subito accolta dal vice presidente della Commissione regionale, Bruno Censore, che ha rimarcato “L'importante lavoro che Riferimenti sta svolgendo per diffondere in questa regione la cultura della legalità. Sono ancora troppi – ha aggiunto Censore –  gli episodi di criminalità che mortificano la Calabria e che si compiono con quotidiana regolarità a danno di imprese, di amministratori locali e di cittadini, nonostante gli sforzi profusi dalle forze dell'ordine. Non bastano più le attestazione di solidarietà. Occorre un moto di coscienza collettiva che arrivi ad intimorire chi fonda le proprie ragioni sui gesti criminali. Per questo occorre che gruppi organizzati di volontari, come Riferimenti, abbiano il sostegno delle istituzioni e di tutte le forze politiche, in modo trasversale”.

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“Diversità”

altaltNel nostro paese due persone dello stesso sesso, che si amano allo stesso modo in cui lo fa una “normale” coppia etero, non possono far riconoscere la propria unione come "coppia di fatto" ne, tantomeno, possono sposarsi (nemmeno civilmente). Da ciò si deduce che questi non possono godere degli stessi diritti delle coppie eterosessuali come, ad esempio, quelli relativi all’adozione di bambini, le priorità legate alla pensione, le assegnazioni di case e molti, molti altri diritti ampiamente riconosciuti, invece, alle cosiddette “coppie normali”.

A tutto questo fa, però, da contr’altare il parere espresso dal Parlamento Europeo in merito alle coppie gay con cui s’invitano gli Stati membri a far cessare i comportamenti volti a far emergere "disparità di trattamento delle persone con orientamento omosessuale" e in particolare ad abolire "gli ostacoli frapposti al matrimonio di coppie omosessuali, ovvero ad un istituto giuridico equivalente, garantendo pienamente diritti e vantaggi del matrimonio e consentendo la registrazione delle unioni". Purtroppo però, in Italia, tuttavia, non c'è una legge ad hoc che possa quindi essere modificata affinché si possa porre rimedio a questa “diversità” ed, in più, esistono delle sentenze che sottintendono che l'istituto del matrimonio può esistere soltanto tra persone di sesso diverso. Ma, a questo punto, diventa naturale il porsi una domanda: se è provato dalla storia che il sentimento d’amore non ha limiti legati al colore della pelle, alla lingua parlata, all’età anagrafica, ma perché dovrebbe avere limiti riguardo al sesso (diverso o uguale dal proprio che sia) della persona amata? Volendo fare un’esempio sull’argomento, sottolineiamo come la Suprema del Brasile abbia deciso il concedere alle coppie omosessuali gli stessi diritti legali di cui godono le coppie etero sposate. La decisione è stata approvata a maggioranza assoluta facendo così del Brasile uno dei pochi paesi dell’America Latina, insieme ad Argentina e Uruguay, ad applicare lo stesso trattamento legale alle coppie omosessuali ed eterosessuali. “La libertà di seguire la propria inclinazione sessuale”, ha detto uno dei giudici “è parte del diritto di ognuno a esprimersi liberamente”. Fatti salvi, dunque i rari casi anzi detti, nel nostro Paese così come non è possibile adottare dei bambini se non si è una coppia sposata, allo stesso modo non è consentito il matrimonio di persone dello stesso sesso e, di conseguenza, l'adozione da parte di coppie omosessuali. Detto ciò cari lettori, giriamo a voi un paio di domande: “gli omosessuali non possono provare dei sentimenti? Non possono esprimersi liberamente in amore ed essere, quindi, ricambiati?” Nel caso in cui le vostre risposte siano due “si”, proseguiamo dicendo “ma, allora, perché in Italia vengono trattati come degli esseri invisibili?”. Se è vero che ogni cittadino italiano ha il dovere di pagare le tasse per eventualmente godere di alcuni diritti, perché gli omossessuali non possono godere degli stessi diritti degli etero? Non sono cittadini italiani anch’essi? O, forse, la radice del problema va cercata nella mentalità talmente retrograda e ristretta da farci impaurire dinanzi alle “diversità”?

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“Riferimenti” ringrazia il club Inner Wheel di Peschiera del Garda (VR)

Il Coordinamento Nazionale Antimafia "Riferimenti" ringrazia il club Inner Wheel di Peschiera del Garda per aver voluto sostenere l'attività del Coordinamento nell'ambito del progetto Gerbera Gialla 2011 che ha visto lavorare in rete studenti del nord e del sud. Il contributo che la presidente Luisa Benedetti ha voluto destinare,assume un significato ben preciso perchè è un contributo dato alla crescita di una coscienza civile tra  le giovani generazioni. Sostenere associazioni in trincea, come la nostra, sarebbe dovere di uno Stato di diritto ma non sempre questro dovere viene avvertito.

Vogliamo, allora, ringraziare quanti, specialmente al nord sono vicini a questo coordinamento, mostrando un senso civico ed una sensibilità non in tutti riscontrabile. Parlare di mafia oltre i confini del meridione, informare sul fenomeno, vuol dire fare prevenzione su territori che rischiano di essere colonizzati dalla criminalità organizzata. Il Veneto come già la Lombardia non si sottrae a speculazioni della 'ndrangheta come della camorra che tendono ad investire i loro soldi sporchi di sangue. Gli studenti di oggi saranno gli imprenditori di domani e vanno sensibilizzati a tutela della propria terra se non vogliamo che il nord diventi un secondo sud.

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Valeggio sul Mincio (VR): la “Festa del Nodo d’Amore” 2011 dedicata alla Gerbera Gialla di “Riferimenti”

Sarà dedicata alla Gerbera Gialla fiore simbolo della lotta alla criminalità e del Coordinamento nazionale antimafia “Riferimenti” la diciottesima edizione della “Festa del Nodo d'Amore”, martedì 21 giugno a Valeggio sul Mincio. La “Festa del Nodo d’Amore” è senza dubbio una delle più belle ed affascinanti manifestazioni della tradizione veronese. Tutto nasce da una leggenda che, come nelle più classiche tradizioni, vuole due protagonisti innamorati ma incapaci di vivere liberamente il loro amore il cui simbolo, un fazzoletto di seta dorato e annodato, viene ricordato nella forma del rinomato tortellino di Valeggio.

Questo speciale prodotto è il protagonista della tradizionale cena sul Ponte Visconteo nella serata suggestiva e magica del 21 giugno, che accoglierà 4000 ospiti provenienti da tutto il mondo. La cena è proposta su un'immensa tavolata che si estende per 600 metri lungo tutto il ponte Visconteo e che quest'anno sarà tinta di giallo dalle Gerbere di “Riferimenti”, coordinamento antimafia fondato dal giudice Antonino Caponnetto e presieduto da Adriana Musella (nella foto) il cui padre, Gennaro, fu barbaramente ucciso nel 1982 dalla ‘ndrangheta calabrese in un attentato dinamitardo a Reggio Calabria. All'insegna della Gerbera Gialla anche le cartelline degli invitati ed il menu che riporterà il significato del fiore e la poesia ad esso dedicata. La presidente Adriana Musella porterà agli ospiti il saluto della "trincea antimafia". Tra gli invitati è atteso anche il Ministro dell'Interno Roberto Maroni. Nodo d'amore e  Gerbera Gialla, entrambi color dell'oro, entrambi simbolo d'amore, un amore che vuole esprimere la propria forza sulla sopraffazione e sulla violenza, un amore simbolo del diritto alla vita e della libertà di ciascun individuo.

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Luigi Pandolfi: “Da Pontida non mi aspetterei nulla di nuovo, troppo logora la tattica del Carroccio per risultare ancora credibile”

Da Luigi Pandolfi (nella foto, luigipandolfi.it) riceviamo e pubblichiamo. Qualunque cosa dirà o farà la Lega a Pontida sarà fuori tempo massimo. La percezione che si ha è che il gioco dei paradossi e delle capriole cui il Carroccio ci ha abituati in questi anni sia ormai tanto logoro, abusato, da non poter più sortire effetti rigeneranti. La crisi che sta scuotendo gli uomini in camicia verde è solo per una parte imputabile ai fallimenti del premier, alla sua caduta come leader immaginifico di un centrodestra in disfacimento. No. Se la Lega ha da recriminare qualcosa, lo faccia innanzitutto verso se stessa, avendo riguardo ai  tanti e reiterati inganni che ha servito ad una fetta non trascurabile dell’elettorato del nord in questi anni.

La forza con cui hanno spinto per l’approvazione dei decreti attuativi del cosiddetto federalismo fiscale testimonia, più di ogni altra cosa, che dalle loro parti il ragionamento, fino alle amministrative, era questo: Berlusconi è entrato in una fase calante, ma ciò che il Pdl perderà in termini di consenso lo recupereremo noi potendo esibire come prova della nostra affidabilità l’approvazione della riforma federalista ed i risultati ottenuti in tema di sicurezza e di immigrazione. Non è stato così. Proprio in quelli che potremmo definire i suoi insediamenti più profondi, sia la retorica federalista che quella rigorista sull’immigrazione e l’ordine pubblico non hanno sortito alcun effetto in termini di catalizzazione e di moltiplicazione del consenso. Pensavano insomma che fosse giunto il momento di incassare il dividendo del federalismo fiscale e quello derivante dai prodigi di Maroni ma si sono ritrovati con un pugno di mosche. Se l’obiettivo del federalismo è stato in fin dei conti l’unica e vera ragione sociale, o ragion d’essere, del movimento in questi anni, e il suo conseguimento, al di là di ogni plausibile considerazione di merito sugli effetti che a regime potrebbe avere, non ha  avuto alcuna ricaduta significativa, apprezzabile, in termini di suffragi elettorali, se mai proprio il contrario, cosa ci si dovrebbe inventare ora per ristabilire un nuovo rapporto fiduciario con chi ha deciso di girare le spalle ed imboccare altre strade? Qualsiasi altra provocazione padano – difensiva o padano – celebrativa rischia, a questo punto, di rimanere tale. Una provocazione, appunto. La verità è che la lega sta pagando, più che per le colpe del capo del governo, per la sua proverbiale incoerenza. Quella, per esempio, che l’ha vista in questi anni gridare contro Roma, mentre a rappresentare Roma, nel senso di amministrazione centrale dello Strato, c’erano proprio loro, sebbene con le loro cravatte e pochette verdi. Loro nei dicasteri chiave del governo, loro nei posti di sottogoverno, nella giungla dei consigli d’amministrazione delle società partecipate. Per dimostrare la propria diversità, la propria capacità di portare a casa risultati, la Lega ha avuto a disposizione molti anni. Oserei dire troppi. Il saldo di quasi vent’anni di protagonismo nella vita politica italiana è però assolutamente negativo. Di bravate e provocazioni ne ricordiamo tante, anche di inqualificabili campagne propagandistiche che l’hanno avvicinata molto ai profili delle più impresentabili formazioni xenofobe e razziste del continente, più difficilmente riusciamo ad elencare invece i suoi meriti in tema di rinnovamento dei costumi della politica e di riforma delle strutture del sistema politico-istituzionale italiano, per non parlare di fisco, economia e della stessa difesa di quegli interessi territoriali su cui si è costruita la missione e l’immaginario identificante del movimento nell’arco di un ventennio. Pontida, allora. Potranno alzare i toni ed il prezzo della loro partecipazione alla maggioranza di governo; potranno anche sfilarsi dal governo, ma né l’una né l’altra opzione potrà ribaltare la situazione che li vede attualmente in affanno nel rapporto con il tradizionale elettorato di riferimento. Ripartire dal prato di Pontida mai come questa volta potrebbe significare una ripartenza dal nulla.

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“The Olive Oil Times”, la guida completa agli oli d’oliva nel mondo

Nasce, grazie alla geniale intuizione dei redattori del sito americano "The Olive Oil Times", la guida completa agli oli d'oliva del mondo. La realizzazione della guida, in edizione "on-line" ed ancora in fase di acquisizione dati, risponde all'esigenza da tempo espressa dai frequentatori del sito di Newport (Rhode Island – USA) che chiedevano uno strumento semplice ed immediato di navigazione tra i migliori extravergine del mondo. I lettori – si legge sul sito americano – per curiosità, ma anche per orientare i propri acquisti, volevano essere in grado di navigare attraverso una lista ben organizzata degli oli di oliva mondiali, in modo da scoprire produttori e prodotti di qualità, provenienti dalle differenti cultivar tipiche di ogni regione del mondo.

La costruzione di questa sezione del sito – commenta Curtis M. Cord, direttore esecutivo – consentirà a tutte la imprese del settore di avere una propria pagina su Olive Oil Times, dove verranno riportate le informazioni del produttore, i metodi di produzione, le note di degustazione, gli abbinamenti col cibo, i riconoscimenti ottenuti in campo internazionale, il link al sito del produttore ed i punti vendita dove i consumatori possono acquistare i prodotti. The Olive Oil Times, oggi il più letto magazine on-line del settore, è fonte inesauribile di notizie, recensioni e analisi sull'affascinante mondo dell'olio di oliva, con uno staff in continua crescita, che si avvale di collaboratori esperti, provenienti da ogni regione olivicola mondiale. Tutti, in redazione, dedicano la propria attività alla promozione ed alla educazione sull'olio d'oliva. Il sito (oggi anche sull'iPhone grazie ad una App scaricabile sull'Apple Store), fornisce informazioni tempestive ai consumatori, ai professionisti del settore ed gli appassionati dell'olio d'oliva. Quindi, l'appuntamento con le aziende produttrici è fissato, fin da adesso, direttamente sul sito della rivista alla voce OLIVE OIL GUIDE, dove potranno (in lingua inglese) inserire i propri dati aziendali e quelli relativi ai prodotti. Ai consumatori chiediamo ancora qualche momento di attesa, in modo da permettere alla rivista di completare ed aggiornare il database delle aziende ed essere "on-line" e fruibile da tutti nei prossimi mesi. Per aderire all'inziativa o per avere maggiori informazioni (in lingua inglese) sulla "The Guide to the World’s Olive Oils", visitate il sito: www.oliveoiltimes.com.

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Generazione “astratta”

altaltIl titolo non è scelto a caso. Con esso vogliamo far riferimento a coloro che, tra la fine degli anni ottanta e primi anni novanta, avevano tra i 16 ed i 22 anni e che sono cresciuti senza troppi ideali, distaccati dalla politica e da ogni genere di protesta collettiva, argomenti questi difficili da discernere per loro perché troppo impegnati a confondersi con l'ambiente di cui facevano parte. Insomma, una generazione che da sempre ha preferito non esibire differenze e che perciò definiremo “astratta”.

Desideriamo riflettere proprio su coloro i quali oggi hanno tra i 30 ed i 40 anni. E’ la generazione di transizione da parecchi punti di vista. Quella che ha più sofferto di crisi d’identità, quella che tutti, proprio tutti, criticano aspramente ma che, nonostante tutte le difficoltà incontrate nel corso degli anni, resiste con dignità. Premettendo che ognuno di noi non viene segnato esclusivamente dalle esperienze personali, ma anche dal periodo storico che ha vissuto, tentiamo adesso di ripercorrere gli avvenimenti che negli anni presi in considerazione hanno influito, in maniera decisiva, alla formazione di una mentalità disfattista nonché rinunciataria. Ripercorrendo alcuni avvenimenti del passato ci chiediamo se ed in che misura quest’ultimi abbiano potuto contribuire alla formazione di tale forma mentis negli adulti di oggi. Questa generazione ha assistito alla caduta del muro di Berlino (avvenuta nel 1989) riuscendo così a guardare ben oltre quel confine penalizzante eretto per “dividere”. Si tratta di quella generazione che ha voluto con convinzione che l’Italia entrasse a far parte dell’Europa. Negli anni che vanno dal 1992 a seguire hanno assistito allo scandalo “Tangentopoli”, nonché alla morte di quei giudici, Falcone e Borsellino su tutti, che tanto hanno lottato contro la mafia e la corruzione fino a morire per i propri ideali. Ed ancora, nell’intervallo di tempo considerato abbiamo visto scomparire dei grandi partiti politici e nascerne, invece, altri che hanno accresciuto l’astio nei confronti della maggior parte delle istituzioni dello Stato nonché l’evidente disinteresse, fino ad arrivare ad una sorta di apatia oseremmo dire, per l’attuale “politica”. La generazione di mezzo o “invisibile”, così come “i più” amano definirla, è quella che ha vissuto e vive ancora le conseguenze della crisi economica che si sposa bene con la precarietà nel lavoro (anche se molti amano chiamarla “flessibilità”). Da qui il non poter essere indipendenti dalla famiglia di origine e, come “ciliegina” sull’ormai andata a male “torta”, il doversi sorbire il nomignolo, tutt’altro che simpatico, di “bamboccioni” coniato da un Ministro della Repubblica che, di certo, non ha alcun problema ad arrivare alla fine del mese! Questi “ragazzi” del ‘60/’70, sono, inoltre, i primi che nel corso della storia hanno avuto minori possibilità e prospettive rispetto a quelle avute dai propri genitori. Ma c’è anche da dire, “spezzando una lancia” in loro favore, che la generazione “astratta” è quella che, arrivata a 30-35 anni, è ancora pronta umilmente a rimboccarsi le maniche ed a ricominciare daccapo mettendosi in discussione. E’, indubbiamente, una generazione stanca di dover subire supinamente ciò che gli viene propinato dalla società ed, in particolare, da coloro che stanno ai vertici e che, probabilmente, meriterebbero di stare “altrove”. Si tratta, quindi, della prima generazione che potrebbe ancora azzardarsi a guardare al futuro del nostro Paese senza il rimpianto o la tentazione di doversi voltare indietro.

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Single è bello…

altPianeta single. C’è chi sceglie di vivere questa condizione e chi, piuttosto, se la ritrova “incollata” addosso quasi come fosse un “marchio di fabbrica”. E’ noto come quello dei single sia un fenomeno in forte crescita in ogni parte del mondo. Secondo una celebre rivista inglese, British Medical Journal, oltre 5 milioni anglosassoni single sarebbero affetti da sindromi quali timidezza e irascibilità, con l’ autostima che scivola sotto i piedi rasentando dunque l’emarginazione. Secondo taluni istituti italiani, invece, parecchi single sono a rischio di depressione (anche se non si può generalizzare in quanto sovente si è single per scelta). Un dato certo è che un’alta percentuale di single italiani sono orgogliosi del loro status e, infatti, basta digitare il termine “single” su internet per rendersi conto che esistono infinite pagine attive ed altrettanti “gruppi” sul celebre social network “Facebook” tra l’altro, con numerosissimi iscritti.

Ma cerchiamo ora di capire come vivono la quotidianità i single “nostrani”, considerando le varie fasce di età. Trentenni. Ambiziosi, indomabili, in prevalenza maschi, di solito fanno tale scelta per paura di perdere la tanto ricercata indipendenza professionale e sociale in generale. Questa categoria di single tende ad investire parecchio sulla propria individualità, escludendo pertanto ogni genere di coinvolgimento affettivo, credendo spesso nel pregiudizio che una relazione sentimentale possa essere d’ “intralcio” al proprio modo di vivere. C’è da dire che la donna single di tale fascia d’età, al contrario, desidera avere dei figli ed ha come fine quello di trovare un compagno e di crearsi una famiglia. E cosa fa per raggiungere tale obiettivo? Ricorre a qualsiasi tipo di strategia, compresa la chirurgia estetica e frequenta i posti ritenuti “adatti” a fare incontri interessanti. Quarantenni. Generalmente si tratta di uomini e/o donne che possiedono una buona cultura ed appartengono ad un ceto sociale medio-alto; essi tendono a rimanere da soli poiché, probabilmente, non si accontentano di un partner non rispondente alle proprie aspettative (anche se ci sorge il ragionevole dubbio che quest’ultima sia esclusivamente una scusante). Infatti, secondo molti psicologi, l’essere soli dipende soprattutto da abitudini e routine mentali alle quali non si vuole rinunciare, condizionando in tal modo le relazioni con “il resto del mondo”. Cinquantenni ed over. Sono una fetta di popolazione, prevalentemente donne, che, deluse da esperienze negative avute in precedenza, sono comunque in grado di vivere loro situazione in modo sereno. Abitualmente, i single di questa fascia di età rivolgono il proprio interesse verso la loro professione e verso il giro dei loro amici, non curandosi molto delle relazioni amorose e questo perché col passare degli anni cominciano ad affievolirsi anche le relazioni sociali, infondendo insicurezze e paura di rimettersi “in gioco”. La forza di queste persone sta, però, nella loro avvedutezza, difatti riescono a far prevalere la loro voglia di vivere su tutto! Certamente, cari lettori, non possiamo elargire suggerimenti su ciò sia giusto o sbagliato né, tantomeno, avere la presunzione di stabilire quale possa essere la condizione “migliore” da vivere. Ragion per cui, single per scelta o non, l’importante è aprirsi al cambiamento, non inaridirsi e cercare di imboccare una strada, giusta o sbagliata che sia agli occhi degli altri, che noi stessi ci sentiamo di voler percorrere.

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“Riferimenti”: 150 ragazzi calabresi e campani ospiti a Bardolino (VR) per la chiusura della “Gerbera Gialla”

150 ragazzi delle scuole di Calabria e Campania saranno ospiti del Comune di Bardolino sul Lago di Garda in occasione della chiusura del percorso nazionale della memoria della "Gerbera Gialla", organizzato dal Coordinamento Nazionale Antimafia "Riferimenti" dal 26 al 28 maggio p.v.. Sarà il battello della legalità che, partendo da Bardolino sosterà nei comuni del Lago di Garda: Peschiera per la sponda veneta, e Desenzano per quella lombarda. I ragazzi del Sud verranno accolti dagli amministratori locali e dalle scuole del posto. Per la Calabria parteciperanno Locri, Rosarno, Reggio Calabria e Vibo Valentia. Per la Campania Salerno, Castellammare di Stabia, Contursi Terme e Paestum.

Sono questi, i ragazzi di scuole coinvolte nel progetto "Gerbera Gialla 2010-2011", entrati in rete e gemellati con altre scuole del Nord. Il percorso nazionale della "Gerbera Gialla" dedicato alle vittime delle stragi di Maggio, è stato aperto a Reggio Calabria dal Procuratore Nazionale Antimafia Piero Grasso, ed ha fatto tappa in Campania  il 10 e il 12 Maggio, il 23 Maggio a Palermo, il 25 e il 26 a Firenze, per poi giungere in Veneto. Dall’esigenza di non archiviare la memoria, nell’affermazione del diritto alla vita, nasce la gerbera gialla, testimone di rinascita e riscatto che viene dedicata alle vittime della violenza criminale. La simbologia del fiore racchiude un messaggio di memoria e insieme di reazione; la gerbera, nonostante i lutti, ritorna a fiorire nel mese di Maggio che ci ricorda la rinascita della vita ma anche tante stragi: da Portella delle Ginestre a Piazza della Loggia a Brescia, da Impastato a Basile, da Musella a Schifani, da Bonsignore a Falcone. Ogni primavera, la gerbera gialla compie il suo percorso, unendo in un ponte ideale il Nord e il Sud del Paese, nel ricordo ma anche in una collettiva volontà di rinascita. Insieme ai ragazzi, tra gli altri la vedova del giudice Antonino Caponnetto, fondatore del Coordinamento, e Adriana Musella, presidente del Coordinamento Nazionale Antimafia "Riferimenti", e autorità civili e militari del Veneto. Numerosi gli ospiti: porteranno la loro testimonianza il Sostituto Procuratore della DDA di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo più volte minacciato dalla 'ndrangheta, il testimone di giustizia Nello Ruello, il giornalista scrittore Michele Inserra, protagonista del testo di "Avamposto"

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Comunali a Reggio Calabria: concluso il concorso per “titoli ed esami”, 745 aspiranti per 32 posti di “politico”

altaltPer definizione il “politico” è colui che partecipa attivamente alla vita pubblica di uno Stato, operando le scelte necessarie alla crescita civile ed economica della propria nazione (fonte Wikipedia). Alla luce delle elezioni amministrative nella nostra città (di cui solo stamane cominciano ad arrivare i primi dati ufficiali), vediamo innanzitutto di dare qualche numero attraverso il quale capire tutto un po’ meglio: 745 candidati, in rappresentanza di 25 liste, si sono contesi i 32 posti di consigliere comunale di Reggio Calabria ed altri 6 sono stati gli aspiranti a sindaco. Premettiamo che ci cimenteremo in una disamina del “fenomeno” elezioni utilizzandone una visione “ad ampio raggio” e da un punto di vista puramente sociale. Possiamo allora, innanzi tutto, chiederci come mai se i politici, come da definizione ut supra, si identificano con coloro che dovrebbero possedere una preparazione ed una reputazione tale da poter governare una nazione, avviene invece che, in una città piccola come Reggio, ci siano così tanti aspiranti?

E su 745 candidati, quanti sono realmente capaci di dare un “indirizzo” e un “sostegno” alla nostra amata città? Non sarà che l’alto tasso di irrealizzazione da parte di coloro che superata una certa età anagrafica, senza aver dato un orientamento alla propria vita lavorativa, faccia in modo che questi si convincano di poter tentare la fortuna “buttandosi” in politica? C’è da dire che sicuramente tutto ciò non è per nulla incoraggiante, soprattutto per coloro che dovranno essere “governati”, cioè noi. Si assiste così, inermi, ad una sorta di promiscuità nei ruoli a dir poco spaventosa. Vedremo dunque, ad esempio, il venditore di giocattoli, che un giorno si sveglia e decide, lui o chi per lui, di diventare consigliere comunale! Così, senza avere una preparazione mirata, senza alcuna esperienza nel settore politico, senza forse aver mai letto un libro, senza il carisma che dovrebbe contraddistinguere un politico da un personaggio qualunque. Pertanto, solo con in tasca tanta voglia di fortuna, si da inizio a quello che potremmo definire come un vero e proprio “delirio” di cui fanno parte: manifesti (troppo spesso anche abusivi) che invadono e deturpano la nostra città (come si concilia il deturparla con l’amore proclamato tanto da volerla amministrare?); sondaggi; pronostici; corse e rincorse al voto da parte dei candidati o di coloro che “hanno a cuore” le sorti di quest’ultimi e tanto tanto altro ancora. Nella maggior parte dei casi presi in considerazione, “la fiaba” termina con l’ “election day” magari con la tragica scoperta che neppure i familiari li hanno votati tanto erano improponibili! Dunque, dopo aver speso molti soldi, dopo aver impiegato molto tempo e fatica apriranno finalmente gli occhi alla realtà: solo pochi avranno il privilegio di sedere tra ambiti scranni del consiglio comunale (e nemmeno tutti meritevolmente, aggiungiamo). Tanto si potrebbe aggiungere in merito ad un argomento così vasto ed ancorchè ruvido come la politica in generale. Il messaggio che “passa” attraverso tutto ciò, non è altro che la costatazione che, oggi, tutti possiamo fare tutto! Tale accezione può essere interpretata in maniera positiva se si pensa, ad esempio, che un giorno chiunque potrà fare televisione, senza aver mai studiato per questo e senza alcuna esperienza. Il “risvolto della medaglia” sta nella triste constatazione che rischiamo di somigliarci sempre di più. Il concetto di ruolo e competenza si va perdendo e dunque si potrà per assurdo assistere a scene, come ad esempio il panettiere che diventa politico, il vicino di casa che partecipa al reality e diventa attore di fiction e così non esisterà più l’artigiano, il commerciante di tessuti, l’attore e potremmo proseguire all’infinito. Mescolanza significa che tutti sappiamo fare un pò di tutto e così facendo arriveremo al punto in cui nessuno sarà eccelso in quella che dovrebbe essere la propria dimensione. Ma il politico, quello vero, quello che coinvolge, quello che trasuda di cultura e la trasmette al popolo, quello che ha carisma da vendere, dov’è? Non c’è! E’ senz’altro indiscutibile che il profumo del potere affascini un po’ tutti ma, lasciatecelo dire: coloro che inneggiano al rispetto delle regole devono essere necessariamente i primi a rispettarle incominciando col mettersi una mano sulla coscienza (ammesso che ne abbiano in dote una) prima di candidarsi e di esporsi a figure barbine!

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La noia, una “nemica-amica”

altaltCi si annoia e siamo portati a credere che possa avvenire sempre a causa del lavoro piuttosto che imbottigliati nel traffico o, ancora, della routine di tutti i giorni. Innanzitutto è necessario non confondere il senso di noia con la depressione poiché, mentre la noia, come molti studiosi sostengono, è uno stato d'animo che si prova quando un soggetto, tendenzialmente attivo, si trova in uno “stato di stallo emotivo", la depressione fonda le proprie radici nella convinzione che non ci sia niente di stimolante da fare. La noia, quindi, si potrebbe definire come quella sensazione di vuoto temporaneo provocato dagli stimoli di cui la nostra mente è avida. Sembrerà strano, ma più si è in qualche modo “assuefatti” a tenere attiva la nostra mente, più si è pieni di idee, di voglia di emergere e di vivere in tutti i sensi e maggiori saranno le probabilità che un’ “inedia” passeggera ci faccia piombare in un senso di noia e di vuoto incolmabili.

Ebbene, ci si annoia, per esempio, durante una piovosa giornata d'autunno, davanti al rosso di un semaforo, come anche durante le interminabili ed oramai immancabili file per qualsiasi cosa si debba fare. Insomma, ci si stufa tutte le volte che per brevi o lunghi periodi siamo costretti a lasciar scorrere il nostro tempo invano. C’è da dire che non esiste un’età “giusta” per rimanere vittime della noia: si possono difatti annoiare i giovani (presumibilmente per carenza di stimoli) così come anche le persone mature (alle quali tutto potrebbe apparire come in un “deja vu”). Sta di fatto che le situazioni per così dire “tediose” provocano, al nostro fisico ed alla nostra mente, una sensazione di profondo disagio ed insofferenza dalle quali si ha voglia di emergere il più presto possibile. Fin qui il “giusto”, ossia ci siamo riferiti a come gli “addetti ai lavori” descrivono questo disagio che esiste, sorprendentemente, sin dai tempi delle caverne. Da qui, il nostro. Esporremo, dunque come sempre il nostro pensiero in merito, certamente opinabile, asserendo che la noia non va confusa con la pigrizia. Quest’ultima è forse una conseguenza della prima, ma riteniamo che per lo stile di vita consono alla società odierna sia pressoché impossibile potersi fermare ed annoiarsi un po’. Forse, quei rari momenti di inattività, che noi denominiamo noia, ci potrebbero servire ad apprezzare di più il “resto” della nostra vita. Vivendo nell’era del “multitasking”, pensate per un attimo a come sarebbe bello spegnere tutto ciò che ci circonda: internet, televisione e telefonini soltanto per poterci godere un po’ di noia, che nel caso ut supra, potremmo denominare semplicemente “tranquillità”. Si, perché se ci fermassimo a riflettere ci rendemmo conto di quanto siamo ossessionati dallo scorrere del tempo e tanto più terrorizzati dal pensiero che esso possa non bastare a fare tutto! La verità è che abbiamo terribilmente paura della noia, del silenzio e, per tali ragioni, abbiamo la tendenza a riempire di parole inutili la nostra vita e quella degli altri specialmente perchè non sappiamo apprezzare i momenti di quiete. Il Leopardi sosteneva che “Soltanto gli esseri intelligenti provano noia. La noia è il più nobile dei sentimenti umani, in quanto ci mostra l'insufficienza delle cose esistenti di fronte alla grandezza del desiderio nostro”. Ordunque, vivere “per obiettivi” ben precisi ci aiuta innegabilmente a combattere la noia anche se, a nostro dire, annoiarsi di tanto in tanto non è poi così tremendo!

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