
di Angela Panzera*. Aperto il sipario sul Reggio Calabria Film Festival. Questa mattina infatti è stato proiettato il “Giudice ragazzino”: pellicola del 1994 diretta, da Alessandro Di Robilant, che vede in Giulio Scarpati l’attore protagonista. Il film è incentrato sulla vita del giudice siciliano Rosario Livatino, soprannominato appunto Il giudice ragazzino per la sua giovane età, dall'ingresso in magistratura al suo impegno nella lotta alla mafia, fino all'assassinio avvenuto il 21 settembre 1990. Ad assistere alla proiezione gli studenti della scuola media “Galileo Galilei, dell’istituto tecnico industriale statale “Panella” e dell’istituto tecnico statale per il settore economico "Piria".
Subito dopo la proiezione è seguito il dibattito con il sostituto procuratore antimafia, Giovanni Musarò (nella foto), e con Don Valerio Chiovaro (nella foto), presidente della onlus “Attendiamoci”. L’incontro è stato moderato dall’avvocato e criminologo Agostino Siviglia che è divenuto anello di congiunzione fra gli ospiti e gli studenti. Il primo ad intervenire è stato il magistrato Musarò il quale ha affermato che “ in Livatino si ritrovano tutti i magistrati giovani poiché incarna uno spirito trasparente e integerrimo: caratteristica principale di chi vuol svolgere questa professione”. Musarò ha spiegato ai ragazzi come funziona la professione del pubblico ministero. “Essere sostituto procuratore antimafia non vuol dire combattere da solo una propria battaglia contro la criminalità organizzata. Per farlo infatti, occorre un lavoro di squadra. Continue riunioni con la polizia giudiziaria e un continuo interfacciarsi con colleghi dello stesso ufficio e di altre procure; occorre considerare che le mafie non hanno confini territoriali e quindi anche noi magistrati, per ripristinare la legalità, abbiamo il dovere di coordinarci e dialogare con altri giudici di altre città”.” La mafia avrà fine?”- ha chiesto uno studente. “La mafia non è invincibile – ha continuato Musarò – ciò è stato dimostrato dai collaboratori di giustizia. I pentiti sono custodi delle regole e dei crimini commessi dalle varie cosche e poiché la mafia può essere tradita, da chi sceglie di stringere un patto con lo Stato, allora mi sento di dire che non è invincibile. Per sconfiggerla, oltre alle operazioni di polizia giudiziaria, dobbiamo farla diventare un corpo estraneo, come se fosse un fenomeno da espellere dalla società. Voi avete visto in questo film il forte no opposto da Livatino ad alcuni regali offertigli da soggetti presumibilmente malavitosi; l’espulsione dalla società sta proprio in questo: non stringere la propria mano a tutti, non andare a prendere il caffè con chi non ci convince. Tutti abbiamo il dovere di giocare questa partita; noi magistrati lo facciamo per lavoro, i cittadini invece lo devono fare per la propria vita e lo devono fare dal nostro stesso lato”. Giovanni Musarò recentemente ha subito un grave attentato poiché stato colpito fisicamente da un boss durante un interrogatorio. Le domande sul punto non sono mancate. Una studentessa ha chiesto al magistrato se in quell’occasione ha avuto paura e se intende continuare nel suo percorso lavorativo. Il pm pur dichiarando di non poter approfondire l’argomento, poiché ci sono delle indagini in corso e quindi non può violare in segreto istruttorio, ha dichiarato che “non ho avuto paura e neanche adesso ne ho. Sono dei rischi che purtroppo si possono correre. Adesso ho la scorta, degli angeli che mi seguono ovunque. Questo episodio mi ha comunque segnato, ma questo è il lavoro che ho sempre sognato di fare”. Subito dopo è intervenuto Don Valerio Chiovaro. “Io ho la fortuna di essere sacerdote, noi cerchiamo di arrivare al cuore dell’uomo, ma per questo giudichiamo in modo diverso dai magistrati. Sia i sacerdoti- ha dichiarato Don Valerio Chiovaro- che i magistrati non sono tenuti a giudicare le parsone, entrambi giudichiamo e analizziamo solo le loro azioni. Noi dobbiamo capire il modo con cui salvare queste anime, come arrivare ai loro cuori. La ‘ndrangheta è una cultura che prima dobbiamo sconfiggere dentro di noi; solo così possiamo evitare di commettere gravi azioni. Aprire il cuore alla giustizia riguarda tutta la società. Non dobbiamo chiedere favori per risolvere i nostri problemi, non possiamo consegnare le nostre vite agli altri che poi se ne impossessano. Per debellare questo fenomeno non basta soltanto indignarsi di fronte agli attentati, alle bombe, piuttosto dobbiamo trovare dentro di noi la forza della ricostruzione”. *Ufficio Stampa Reggio Calabria Film Fest.