





Per alluce rigido (foto 1) si intende la patologia a carico della prima articolazione metatarso falangea su base degenerativa ed artrosica che determina una notevole limitazione articolare dolorosa di detta articolazione fino ad arrivare in alcuni casi alla completa rigidità. Le cause dell’alluce rigido sono: primitive: primo metatarso più lungo del secondo, microtraumi ripetuti del primo dito con la calzatura specie se questa è usata frequentemente troppo stretta e con piede egizio (primo dito più lungo del secondo); secondarie: infiammatorie (gotta, artrite reumatoide, spondilite anchilosante, psoriasi), post-infettive, post-necrotiche, post-traumatiche. La clinica. Nelle forme iniziali non è presente una evidente deformazione della prima articolazione metatarso-falangea, nelle fasi successive invece tale articolazione appare discretamente aumentata di volume ed al tatto si apprezzano le salienze ossee. Nei casi gravi infine la deformità articolare è ben visibile con gonfiore (foto 2). Dato clinico molto importante sia soggettivo che oggettivo è la progressiva limitazione articolare sia in flessione che in estensione del primo dito e la sensazione di “scroscii” ossei al seppur minimo movimento. Tale limitazione nel tempo diventa sempre più progressiva fino ad arrivare quasi alla rigidità totale dell’alluce. Indubbiamente è il dolore il sintomo più importante. Dapprima il dolore si presenta lieve, a riposo ed aumenta nel carico prolungato, ma diventa progressivamente più intenso sia nella stazione eretta ed ancor più nella deambulazione ed in particolare nella fase di propulsione del passo. Il dolore è legato alla gravità della patologia e nei casi avanzati diventa molto acuto fino a determinare una evidente zoppia.
Esami strumentali. L’esame radiologico permette di fare la diagnosi e di valutare la gravità della patologia. In fase iniziale è evidente solo una diminuzione della rima articolare metatarso-falangea; progressivamente si verifica un deformazione con appiattimento della testa metatarsale (foto 3) e la formazione di becchi osteofitosici articolari sia a carico della falange che del metatarso. L’esame Risonanza Magnetica Nucleare conferma la degenerazione e la deformità articolare. L’esame podoscopico e l’esame barapodometrico sono utili in fase iniziale onde poter effettuare un trattamento preventivo. Con essi si può evidenziare l’iniziale presenza di sovraccarico del primo raggio ed in particolare in fase dinamica, alla deambulazione, servono per valutare l’efficienza dello stacco dell’alluce nell’ultima fase propulsiva del passo. Trattamento. Se la diagnosi viene posta precocemente è possibile iniziare un trattamento con plantari morbidi, costruiti su calco, con scarico della prima articolazione metatarso falangea, onde rallentare l’aggravarsi della deformità (foto 4). E’ indispensabile inoltre l’uso di calzature con punta ampia e suola rigida. Nella fasi più avanzate della patologia, valutando bene le esigenze del paziente, la sua attività lavorativa o sportiva, la sintomatologia dolorosa e la evolutività progressiva della deformità, si rende necessario l’intervento chirurgico. Numerosi sono gli interventi proposti dai vari autori e ciò perchè si tratta di una patologia in cui non sono infrequenti gli insuccessi. I più frequentemente eseguiti sono gli interventi di artroplastica, di osteotomia del primo metatarso, di protesi della prima articolazione metatarso-falangea. Tutti questi interventi purtroppo hanno una alta percentuale di recidiva ed insuccesso pertanto, a mio giudizio, nei casi gravi, sintomatici, invalidanti, l’intervento che risolve definitivamente la patologia è l’intervento di artrodesi dell’articolazione metatarso-falangea (foto 5). L’intervento viene eseguito in regime di ricovero ospedaliero convenzionato. L’anestesia è loco-regionale, spinale o generale, valutata da caso a caso dal medico anestesista. La degenza ospedaliera è di circa quattro giorni. Il primo giorno di ricovero si eseguono tutti gli esami clinici, gli esami strumentali e le visite specialistiche (cardiologica ed anestesiologica). In seconda giornata viene eseguito l’intervento chirurgico. L’intervento consiste nella rimozione dei becchi osteofitosici (foto 6), nella cruentazione delle superfici articolari e nella stabilizzazione dell’articozazione con viti o fili di Kirschner. In terza giornata il paziente inizia a compiere esercizi di opposizione con l'ausilio di una tavoletta posta ai piedi del letto, tali gesti infatti simulano un carico parziale ed inizia la deambulazione con scarpa “talus”. In quarta giornata si esegue medicazione ed esami radiografici di controllo. Generalmente vengono utilizzate per l’osteosintesi delle viti metalliche, nei casi in cui si rende necessario l’utilizzo dei fili metallici questi richiedono delle medicazioni periodiche e la loro rimozione avviene dopo otto settimane circa. L’intervento di artrodesi, se ben eseguito, risulta risolutivo sul dolore e non presenta effetti negativi sulla dinamica del passo (foto 7). Per ulteriori informazioni www.dottorelorenzo.com.