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La società odierna, soprattutto quella del mondo occidentale, basata quindi su uno stile di vita molto frenetico e consumistico, lega la “felicità” ad uno stato di benessere, o appagamento, dettato dal raggiungimento di qualsivoglia obiettivo. La sua intensità varia, pertanto, in base al numero ed all’intensità di emozioni che ciascuno di noi esperimenta. Molti fattori emersi da studi mettono in evidenza come la felicità non dipenda tanto da variabili come l’età, il sesso, la bellezza o la cultura, quanto da fattori connessi all’indole di ogni individuo quali, ad esempio, la fiducia in se stessi o l’estroversione. Ma cos’è la “felicità”? Come si riconoscono le persone “felici”? E, soprattutto, quante volte ci saremo posti queste domande? Ad esse potremmo rispondere in mille modi diversi, basandoci sulle nostre emozioni, sulle nostre ambizioni e sui nostri obiettivi. Ma, indubbiamente, essa è strettamente collegata al nostro modus vivendi, dunque ognuno di noi possiede un tipico modello di “felicità” che, quindi, varia da soggetto in soggetto. Quest’ultima si cerca spasmodicamente e, una volta raggiunta, ci appaga. Ma attenzione! E’ proprio qui che si nasconde la trappola in cui spesso cadiamo e cioè il fatto di dover ciclicamente ricominciare la ricerca innescando in tal modo una pericolosa spirale dalla quale non se ne esce incolumi. Ed è così che lo stato di gioia profonda si trasforma in infelicità. Si, perché la società odierna quasi ci impone di essere sempre “in tiro”, sorridenti, efficienti sul lavoro, buoni genitori, ottimi amanti e tutti questi fattori, messi insieme, fanno si che tale smaniosa ricerca dell’immagine “felice” ci porti ad essere invece estremamente malinconici ed a racchiuderci in una gabbia caratterizzata dallo stato d’animo opposto a quello verso cui eravamo proiettati e verso il quale il nostro impegno, la nostra rincorsa, il nostro vivere, era profuso: l’infelicità. I mass media tendono a proporre un’idea di “felicità” preconfezionata, ovvero quella “pseudo-felicità” che spesso finisce per forzare l’idea di “felicità” personale facendola apparire, ai più attenti, assolutamente effimera. Essere “felici” diviene, quindi, quasi un “obbligo”. Si diventa capaci di rincorrere delle vere e proprie utopie e ciò non può che comportare angoscia e depressione. Serve, allora, comprendere quale possa essere il modo per essere soddisfatti di ciò. Magari, prima di tutto, accettare se stessi ed abbozzare un sentimento di condivisione con gli altri in maniera tale da ovviare a quel senso di individualità che ci porta a soddisfare soltanto i nostri capricci. A questo punto ci rendiamo conto di come sia inutile porsi continui obiettivi da raggiungere allo scopo di riempirci la vita e, soprattutto, del come poter godere delle emozioni che viviamo ogni giorno tanto che, questo, possa rappresentare la chiave di lettura giusta per rilassare la mente e non far si che un’eccitazione passeggera si possa confondere con la conquista della “felicità”. "Legare la felicità ad una meta esterna vuol dire essere schiavi degli accadimenti e dunque della mente che li interpreta come positivi o negativi. Ciò che conta non è tanto la meta, ma il viaggio." (Osho).