Sin da bambini, ci viene quasi imposto il concetto del “prima il dovere e poi il piacere”. In tal modo, però, non si fa altro che dare maggiore importanza alle rinunce rispetto alle gioie, incanalandoci così a non seguire il nostro istinto ed a reprimere le nostre emozioni. Ed impariamo, sempre in base a ciò che ci è stato inculcato come ci sia “quello che si fa e quello che non si fa” secondo delle regole non scritte ma che si tramandano nel tempo. Purtroppo, tale tipo di moralità che la famiglia, la scuola e la società ci propinano tende solamente ad omologarci facendoci addirittura sopprimere l’unicità e il talento che contraddistingue ogni individuo. Oltretutto, c’è da dire che, per esempio, genitori troppo apprensivi non aiutano i propri figli a crescere, ma al contrario, li caricano di ansie e di paure che, nel tempo, possono sfociare in ansia, attacchi di panico, anoressia, tutti disturbi legati alla necessità di affetto ed a “vuoti” da colmare; e tutto ciò si verifica, probabilmente, per il non aver avuto la forza di agire con la propria testa ma “violentando” la propria indole.
Il dover poi, necessariamente, “marchiare” come presuntuoso e vanitoso chi si piace e sta bene con se stesso, è indice di come la nostra società sia protesa verso modelli di falsa modestia nei quali pensare prima a se stessi viene ritenuto un becero atto di egoismo. Ma quest’ultimo non è certo da associare a coloro che, non preoccupandosi delle aspettative altrui, seguono la propria strada, nonché la propria identità. Si può, invece, utilizzare il termine “egoismo” qualora, cercando un qualsivoglia successo personale, si danneggino spietatamente altre persone. Quante volte negli anni, abbiamo ascoltato frasi del tipo “Non puoi amare gli altri se non ami prima te stesso”. Vero! Tuttavia, che genere di amore possiamo donare se siamo individui che hanno soffocato nel tempo la vera essenza del loro modo di essere? Talvolta, poi, vengono dispensati dei consigli che, pur essendo espressi “a fin di bene”, rischiano di comportare disorientamento nonché allontanamento dal centro del nostro “io”. Ne consegue che, anche a costo di risultare cinici, dobbiamo liberare il nostro reale modo di essere, manifestando appieno la nostra unicità, facendo ciò che desideriamo fare, ciò che ci fa stare bene e non curandoci troppo delle apparenze. In più, resistere alle nostre reali passioni e ai nostri reali desideri al fine di risultare più gradevoli agli altri, ci crea inevitabilmente sofferenza. Preferendo, infatti, di soddisfare delle aspettative che non sono nostre pur di non dispiacere o per assecondare qualcuno, non facciamo altro che minare il nostro spazio vitale. Ci siamo mai chiesti perché, per ognuno di noi, sia così essenziale ottenere il consenso di chi ci circonda? E perché si cade nei sensi di colpa, qualora non agissimo come qualcuno a noi vicino desidererebbe? A questi quesiti, istintivamente, ci verrà da rispondere con frasi del tipo: “Ma quando mai? Io faccio sempre di testa mia!” In verità, se ci fermassimo un istante a riflettere, ci renderemmo conto di come quanto detto non corrisponda sempre alla realtà. Spesso, difatti, anche chi vanta di possedere una spiccata personalità, agisce per far “piacere” agli altri, mettendo in secondo piano la propria individualità. Ma tutti noi sappiamo bene quanto sia sbagliato ostacolare le nostre passioni o sentirci in colpa quando le esperimentiamo. Uscire dalla “gabbia d’oro” che le istituzioni ci impongono è di vitale importanza per riuscire a realizzare i propri reali desideri ed orientarci verso tutto ciò che per noi stessi sia la strada giusta. Come scrive il grande Oscar Wilde “L'egoismo non consiste nel vivere secondo i propri desideri, ma nel pretendere che gli altri vivano nel modo che noi vogliamo. L'altruismo consiste nel vivere e lasciar vivere”. Ricordandoci che gli altri ci danno dell’egoista nel momento in cui non realizziamo un loro desiderio, possiamo affermare che un pizzico di “sano egoismo” serve a farci capire chi siamo veramente, a misurarci per arrivare in profondità e capire in realtà quanto valiamo. In sostanza, il “sano egoismo” di cui parliamo non è prevaricazione, ma molto più semplicemente un’ “autogratificazione terapeutica” che non nuoce ad alcuno e giova a noi stessi. E voi, cari lettori, cosa ne pensate? Meglio agire con un atteggiamento pregno di perbenismo al fine di salvaguardare la tanto importante apparenza? O, fors’anche, è meglio essere etichettati come “egoisti” assecondando, però, il nostro “trend” naturale?