Diversità

altQualche tempo fa ha attirato la mia attenzione un trafiletto di giornale, all’apparenza marginale e “innocuo” come spesso lo sono le notizie a latere, rivelatosi invece, ad una più attenta analisi, tutt’altro che insignificante e scontato. In breve la notizia  evidenziava che a Roma in un negozio di via Borgo Santo Spirito, a due passi da San Pietro, era entrata  una clochard e, fin qui, nulla di strano. Prima però che il personale addetto all’esercizio se ne rendesse conto, si era comodamente messa a dormire in vetrina. La titolare del negozio aveva provato a farla uscire senza ottenere risultati e quindi si era decisa a chiamare la polizia. Solo l’intervento degli agenti era riuscito a sortire l’esito sperato. Come scrisse Torquato Tasso nella “Gerusalemme liberata”: “E’ il sonno, ozio de l’alme, oblìo de’ mali” e come ha detto un grande psicologo americano, S. Asch,: “Noi cerchiamo la compagnia degli altri… perché cerchiamo di metterci in rapporto significativo con il mondo che ci circonda… Il bisogno di comunicare con gli altri, di parlare, di divertirsi con loro e di partecipare le nostre impressioni è reale ed imperioso come la fame e la sete”.

E non consideriamo inoltre le varie leggende metropolitane i cui protagonisti sono quei barboni che  dimorano a lungo nello stesso luogo e, loro malgrado, diventano, prima nei pettegolezzi di qualcuno e poi nell’immaginario collettivo, dei veri e propri nababbi con tanto di case a iosa e di ingenti patrimoni bancari. Il pregiudizio e l’intolleranza, quand’anche non si trasformino in scherno, tendono a stabilire una mortificante gerarchia tra gli uomini. Basterebbe un sorriso, un gesto di comprensione o un’elemosina non gettata in tutta fretta per porre riparo a tanti disagi e alla vera povertà costituita sopratutto dalla solitudine. Parecchi anni fa, un noto giornalista della R.A.I., Paolo Frajese, si travestì da barbone e incominciò a chiedere l’elemosina per potere filmare le reazioni della gente che gli si avvicinava. Nessuno lo riconobbe, molti lo schivarono, alcuni gli diedero qualche spicciolo e forse uno soltanto si fermò a parlare con lui. E gli esempi potrebbero continuare all’ infinito. A tal proposito mi sovviene alla mente un episodio occorso ad una mia amica nella civilissima Milano. Mentre si recava su un mezzo pubblico presso la scuola in cui era insegnante, colta da malore, non è stata soccorsa da alcun passeggero. Tutti probabilmente timorosi di dover toccare una drogata (nonostante l’ineccepibile aspetto della signora), rimasero inchiodati ai loro posti finché un volenteroso non si prese la briga di cercare nella borsa della malcapitata i documenti che, attestanti generalità e professione, tranquillizzarono (chissà poi per quale distorta interpretazione della realtà) i presenti. Solo a quel punto i terrorizzati samaritani l’aiutarono ad alzarsi non tenendo conto per loro magnanimità che la stessa aveva anche l’aggravante di essere di Reggio Calabria. La diversità ci incute paura, non vogliamo avvicinarci agli alcolizzati o ai drogati, ma ipocritamente li vorremmo guariti. Vogliamo solo sottolineare che, al di là del credo religioso e dei propri principi etici, tutti siamo chiamati, prima o poi, a confrontarci con un forestiero o ad esserlo noi stessi. E per forestiero intendiamo, nel senso strettamente etimologico del termine, colui che viene da fuori o è fuori sia dalla cosiddetta normalità sia  da rigidi schemi che imprigionano la società il cui grado di civiltà peraltro si misura anche dalla solidarietà dimostrata a chi è più sfortunato e vive lontano da casa e dagli affetti più cari. In antropologia culturale, che  studia anche l’evoluzione dei vari gruppi umani, si definisce “etnocentrismo” l’atteggiamento di chi giudica gli altri gruppi etnici in base alla propria cultura ed ai valori che da essa derivano. Da ciò, per estensione, nasce la “paura del diverso”, un vero e proprio senso di smarrimento che coglie chi si relaziona con atteggiamenti o culture diverse dai propri. Il discorso si potrebbe senza alcuno sforzo estendere agli emigranti che pullulano nelle nostre città. I più sensibili dovremmo essere proprio noi Calabresi che fino a poco tempo fa emigravamo in massa in Alta Italia per trovare lavoro  e venivamo quasi sempre trattati in malo modo. Aggiungerei a tal proposito che purtroppo la discriminazione si perpetua tutt’oggi perché non è cosa rara che qualificatissimi ragazzi del Sud, già convocati da aziende del Nord proprio per i loro eccellenti curricula, si vedano letteralmente sbattere le porte in faccia allorquando declinano la loro provenienza geografica ( la Benetton ne è stata lampante esempio) Ci pare altresì giusto sottolineare che le suddette aziende dichiarano come loro responsabilità sociale quella di aiutare le popolazioni africane con campagne ad hoc (senza alcun dubbio perché queste hanno un immediato riscontro pubblicitario). “Siamo veramente tutti uguali, lo giuro”, è quanto dichiara Luigi Luca Cavalli-Sforza, genetista di fama mondiale e dal 1992 Professore Emerito di genetica all’Università di Stanford in California, il quale ha dedicato tutta la vita a ricostruire la mappa storico- geografica delle popolazioni per precisare le vie lungo le quali sono avvenute le migrazioni umane. Il risultato è la verità, ormai incontrovertibile, che le razze umane non esistono e che la distinzione era esclusivamente basata sulle caratteristiche estetiche e non su quelle genetiche, le uniche che potrebbero evidenziare delle diversità. I geni dei fenotipi sono quindi variati esclusivamente in risposta all’ambiente e al clima come hanno dimostrato le recenti ricerche sul DNA e sul genoma umano. Quindi, crollato per questi recenti studi il “mito della razza”,  vengono meno le teorie razziali genitrici irrazionali e giustificatrici di tante sanguinose guerre avvenute in realtà solo per l’odio verso il “diverso” e il folle desiderio di alcuni  popoli di imporre l’egemonia sugli altri. E’ più giusto quindi parlare di etnie diverse solo ad evidenziare l’importanza delle diversità culturali sedimentate durante i percorsi storici dei popoli. Nonostante la rivoluzione digitale abbia reso il mondo un “villaggio globale”e abbia quindi contribuito ad avvicinare tutti i popoli, rimane imperante la paura del diverso “Le cose ignote fanno più paura che le conosciute” scrisse Giacomo Leopardi e “la sola cosa di cui dobbiamo avere paura è la paura stessa” secondo Franklin Delano Roosevelt. L’incontro con il diverso dovrebbe essere un fattore di arricchimento e non di disprezzo dell’altro, in particolar modo di coloro che si incontrano tutti i giorni. In questa direzione è nata e almeno teoricamente si va affermando una nuova concezione della democrazia in cui la differenza pluriculturale è considerata un valore. La stessa storia infatti ci indica come esempi di società dinamiche quelle in cui si è verificato l’incontro di più culture: l’antica Roma, per esempio, crogiuolo di etnie provenienti da tutte le sue province e oggi, per eccellenza, la società americana dove l’accelerazione del progresso è stata favorita dalla mescolanza di tante genti  sopraggiunte  attraverso le ondate migratorie. Non dovrebbe essere poi tanto difficile mettere in pratica il principio cristiano dell’accoglienza visto che l’intelletto umano è naturalmente pieno di curiosità per tutto ciò che è nuovo e sottolineiamo “diverso”.

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Author: Maurizio Gangemi