Egr. dr. Arena, ho aspettato un po’ prima di scriverLe per poterlo fare, diciamo, a mente fredda e lucida piuttosto che nell’immediatezza degli eventi e, quindi, con il furore ch'era in me. Sa, mi è stato insegnano che riflettere non fa mai male se si parla di cose serie. Ordunque, nel mentre Lei è pronto a sostenere la sua prima conferenza stampa da ormai ex Sindaco di Reggio di Calabria (già “di Calabria”, chissà perché credo di essere l’unico – o comunque tra i pochi – a chiamarla con il suo nome senza abbreviazioni od omissioni) attorniato dai politicanti (mi perdoni se non li chiamo “politici” ma ho molto rispetto per la politica nell’accezione del termine e nel principi che fino a 4 lustri addietro la ispirò) del suo stesso colore e circondato da giornalisti accondiscendenti ma anche da quelli che, come beceri avvoltoi, aspettavano questo momento, ritengo di doverLe rappresentare alcune umili e fors’anche banali considerazioni.
Considerazioni, non da giornalista con oltre 21 anni d’iscrizione all’Ordine ma da semplicissimo cittadino Reggino. Da dove inizio? Ah sì, proprio da alcune premesse-base. Non so se ha notato che la testata che ho fondato e dirigo e che, qui, utilizzo (ha visto quant’è piccola, piccolissima, quasi ininfluente nel panorama giornalistico cittadino) per rivolgermi a Lei, ha un nome ben preciso: “Il Reggino”. Sa cosa vuol dire questo? Non uno slogan, non un colpo ad effetto, “Il Reggino” è stato fortissimamente voluto dal sottoscritto per sottolineare la fierezza che alberga in me per l’essere tale e l'altrettanta fierezza del manifestarlo. Ecco, egregio dr. Arena, devo onestamente ammettere che questa fierezza, che mi accompagna da quasi 44 anni, oggi è messa a dura, durissima, prova dai fatti. Le racconto un aneddoto. Sabato scorso, durante la partita Reggina-Novara (quindi qualche giorno prima dell’ufficializzazione dello scioglimento del Consiglio comunale), in tribuna stampa chiacchieravo con un collega. Ebbene, parlavamo del sentimento di vergogna presente oggi in noi e che, credo, pervada ogni uomo onesto e perbene considerato il periodo storico che stiamo vivendo. Ricordavo a me stesso, a lui e a chi ci era accanto, che durante la guerra di mafia in corso a Reggio sul finire degli anni ’80 e agli inizi di quelli ’90, nonostante in città ci fosse la media di un morto ammazzato al giorno, comunque, io ragazzino di poco più che vent’anni, quando uscivo dai confini della mia Città, andavo fieramente orgoglioso della mia Regginità e, anche a costo di non beccare una ragazza, manifestavo apertamente le mie origini. Quest’esempio, io e il collega, lo usavamo per dire come, da qualche anno in qua, invece, il senso di vergogna aveva preso il sopravvento per quello che le cronache giudiziarie ci propinano ogni santissimo giorno. Avevamo, insomma, resistito al peso di centinaia di morti ma, oggi, fatichiamo a resistere agli arresti, ai rinvii a giudizio, alle dichiarazioni dei pentiti che ogni giorno tirano fuori questo o quel politicante, a tutto quello che, insomma, leggiamo quotidianamente da anni sui giornali locali e non. Ho reso l’idea, dr. Arena, del sentimento che mi pervade e, assieme a me, pervade tutti gli uomini e le donne di questa straordinaria Città? Ecco, le considerazioni mie e del collega hanno avuto quel giorno un unico finale: siamo accerchiati, circondati dal malaffare. Anzi, oggi, grazie al Ministro Cancellieri, scopriamo che siamo soprattutto “contigui”. Perché 20 e passa anni fa non ci vergognavamo mentre oggi si? Perché la guerra di mafia non ci apparteneva, quello che succede oggi invece sì! Quant’è brutto e offensivo essere definiti “contigui”, vero? Ma, obiettivamente, come potremmo dire che non sia la verità? In questo momento, dr. Arena, mentre parla ai miei colleghi e alla nostra Città, che parole starà usando per spiegare che il Ministro si è sbagliato? Quale ragionamento si sta arrovellando a fare per negare, in sostanza, l’evidenza? Onestamente non lo so e, forse, nemmeno m’interessa tante ne ho sentite/lette da mesi a questa parte. Orbene, dr. Arena, Le dico/scrivo ancora dell’altro (augurandomi che il mio amico Vincenzo Ielacqua, Suo portavoce, sottoponga alla Sua attenzione anche questo articolo e non solo quelli delle testate più importanti). Quello che, oggi, sta accadendo a Lei (l’espropriazione forzata del titolo e del ruolo, delle funzioni e dei doveri nei confronti della Città che l’ha proclamata Sindaco), io l’ho vissuta molto da vicino nell’estate del ’92. In quel tempo, lo ricorderà certamente, scoppiò la cosiddetta “Tangentopoli reggina”. La ricorda? Era da poco scoppiata quella nazionale e Reggio, per non farsi mancare nulla, non fu da meno. Vivendo solo di ricordi, se non erro, mi pare di rammentare che furono 11 gli Assessori allora arrestati facenti parte della Giunta del Sindaco Titti Licandro. Se non erro mi pare di rammentare ancora che la “Tangentopoli reggina” fu poi chiamata con “lo scandalo delle fioriere”. Sì, ricorderà assieme a me che tutto quel caos scoppiò per l’acquisto da parte del Comune di banalissime fioriere per un costo che, se ancora non ricordo male, si aggirava attorno ai 90 milioni di lire (una cifra ridicola se rapportata ad oggigiorno). Bene, azzerata la Giunta Licandro per via degli arresti, il Consiglio comunale (allora non vi era ancora l’elezione diretta del Sindaco ma era frutto di accordi di partito) decise di affidare ad un Consigliere comunale del tempo le redini della Città. Quel Consigliere, divenuto Sindaco, era un tizio che amava (ed ama ancora, per fortuna) la sua Città ma più di essa amava (ed ama) la Giustizia con la G maiuscola. La sua elezione non avvenne in un periodo per nulla felice della sua vita. Quell’uomo era costretto, suo malgrado, a essere Sindaco a mezzo servizio giacché ogni santa domenica sera partiva in treno per Roma da cui rientrava solo il venerdì sera. Andava a Roma sa perché? Perché dal lunedì al venerdì mattina era “ospite” del “Gemelli” e più precisamente del reparto in cui si effettuavano chemio e radioterapia. Nonostante questo, quell’uomo, con la forza che solo un amore profondo verso Reggio gli poteva dare, piuttosto che starsene a casa nei weekend godendosi la prima e unica nipote appena nata, trascorreva tutti i sabati e tutte le domeniche a Palazzo San Giorgio convocando e partecipando a riunioni. Quando quell’uomo, com’è capitato a Lei in questi ultimi giorni, ebbe il sentore che l’allora Ministro degli Interni (Mancino) era pronto a sciogliere il “suo” Consiglio, non esitò ad andare a trovarlo per parlargli guardandolo negli occhi. Ricordo come ieri le parole di Mancino alle proteste di quell’uomo: “Questi sindaci meridionali, vogliono sostituirsi ai Ministri”. Tutti sappiamo come finì, giusto? Anche allora fu commissariamento e il commissario fu tale Daloiso. Perché Le ho raccontato questa favoletta? Per dirLe che so come si sente oggi: defraudato, derubato, inerme, deluso. Nel novembre del 2011 scrissi un “editoriale” che titolai così “Il mio orgoglio è ferito, la mia regginità è offesa. Io, reggino, barcollo ma non mollo!” e del quale riporto, adesso, alcune frasi che ritengo attuali. “Non c’è settimana, ma probabilmente potrei dire “non c’è giorno” in cui non riceva comunicati stampa dalle varie forze dell’ordine a seguito delle loro “operazioni” contro questa o quell’altra “famiglia” presumibilmente (o, forse, certamente) legata ed integrata alla ‘ndrangheta. Non che mi sorprenda più di tanto, sia chiaro, non che mi scandalizzi oltre il lecito, quindi, per le notizie che leggo e che riporto su “Il Reggino” (nome della testata non scelto a caso, n.d.r.). Il “problema” non è ricevere conferme che la mia Città, la mia Terra, è terra di ‘ndrangheta (ci sono nato e ci vivo da oltre quarant’anni, troppi per non sapere da chi e da cosa sono circondato). Ciò che mi il dilania il cuore, ciò che mi fa imbestialire non è, quindi, l’atavica presenza dell’organizzazione che fa avvertire il suo esserci in quasi tutti gli spaccati della cosiddetta “società civile”. Non è questo, giacché, dopo oltre otto lustri di vita ci sono (purtroppo) quasi abituato e, probabilmente, (purtroppo) quasi rassegnato. Quello che mi ferisce, quello che mi mortifica, quello che mi offende è la sempre maggiore consapevolezza che ogni settore della società in cui vivo è, in qualche modo, "colluso". Tutti i settori, nessuno escluso… Ogni arresto che avviene nella mia Città (ogni arresto di persone estranee alla “famiglia”, intendo, ma di cui la “famiglia” si serve e, quindi, tanto estranee poi così non sono), ogni indagato tra coloro che, volente o nolente, mi rappresentano nelle varie sedi istituzionali è, per me, un colpo ricevuto. Un duro colpo. Un colpo alla mia orgogliosa regginità, al mio senso di appartenenza a questa comunità stracolma di gente straordinaria, un colpo persino al mio orgoglio strettamente personale. Ecco perché non gioisco, ma m'intristisco… Sono affari nostri perché è sulle nostre spalle che si sono arricchiti, è sulle nostre spalle che hanno costruito i loro “imperi”, è sulle nostre spalle che ci hanno negato diritti e servizi. Io, reggino, così come non posso pensare di disconoscere l’esistenza di questa “piovra” dai tentacoli così tanto corollati di ventose capaci di portare a sé qualunque cosa le interessi, d’altro canto non posso non conoscere il carattere ed il modus operandi et vivendi del reggino medio. Il reggino medio è fatto così e se Nicola Giunta lo ha dipinto con dei tratti assai poco lusinghieri almeno una ragione la avrà avuta, o no? Il reggino medio non ha dignità da vendere, il reggino medio non ha orgoglio bastevole, il reggino medio vivacchia alla meno peggio cercando la fonte di sostentamento in qualcuno che secondo una sorta di scala gerarchica immaginaria sta al gradino sopra di lui. Il reggino medio, insomma, preferisce vivere di luce riflessa piuttosto che di luce propria. La giornata-tipo del reggino medio, quindi, potrebbe essere quella che prevede la passeggiata-struscio sul Corso di mattina per esser libero la sera. Giustamente molti non si rivedranno nella mia descrizione di cui sopra. Benissimo direi, sarebbe proprio ora che i reggini, tutti, s'incazzassero ed avesso un moto d'orgoglio, ma chi può negare che gli esempi non siano veritieri? Il reggino medio non sa cosa voglia dire “orgoglio campanilistico”, il reggino medio non onora la propria città ma, anzi, la denigra appena mette piede fuori dai suoi confini. Ecco perché, secondo Nicola Giunta, “Riggiu non vindiu mai ‘ranu!” Proprio per questo, perché non è mai stato capace di essere protagonista della propria vita personale e in comunità in senso positivo e, quando l’ha fatto, ci è riuscito in senso negativo saccheggiando la città che gli ha dato i natali. Ecco perché, oggi, io avverto quel particolare senso di disgusto, di nausea, di irrequietezza. La responsabilità di quello che le cronache ci hanno raccontato, ci raccontano e, ahimè, ci racconteranno ancora non è tanto di chi abusa della mia Reggio, ma di chi gli ha permesso di farlo. Permesso accordato, ancor più gravemente direi, tacitamente. Eh già, perché il reggino medio altro non fa che amare vivere nel limbo. In una posizione di mezzo in cui osserva ma non agisce, in cui scruta ma non si muove, in cui vede ma si gira dall’altra parte. Il reggino medio, come detto, non vuole essere protagonista della propria vita ma vuole che altri decidano per lui. Poco importa che gli neghino diritti o che gli neghino opportunità. Il reggino medio preferisce arrangiarsi e sopravvivere piuttosto che vivere come si deve. Ecco perché i predoni, che siano indigeni o stranieri, hanno avuto, hanno ed avranno vita facile. Bastano quattro caramelle o due noccioline ed il reggino medio si accontenta. Non ha “fame” il reggino medio, si sfama e ciò è bastevole (secondo lui). Legge i giornali e, probabilmente, commenta con un laconico “Io lo sapevo” oppure, peggio ancora, “Io l’avevo detto”. A chi l’aveva detto il reggino medio? E, se sapeva, perché è rimasto in silenzio. Certo, il Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento non piace a nessuno farlo (anche se qualcuno lo fa solo perché affamato di Giustizia e Verità), ma la cosiddetta “società civile” che s’indigna dov’è? A Reggio di Calabria, il reggino medio si fa i fatti suoi come se le cronache raccontassero fatti altrui. La cosa che più mi fa rabbia è che la mia Città, la mia meravigliosa Città, Reggio di Calabria (perché è così che si chiama, nonostante ci abbiano derubato anche del significativo ed esaustivo “di”), è quotidianamente offesa, vessata, vituperata, stuprata, saccheggiata, infamata e chissà cos’altro da qualcuno che ha ricevuto il tacito assenso dal reggino medio. Facile, troppo facile, sarebbe adeguarsi scegliendo strade più agevoli perché frutto di compromessi. La tentazione è dietro ogni angolo della città che, ricostruita “a scacchiera” dopo il terremoto del 1908, di angoli ne è piena. Più difficile, certamente, è il non cedere alle lusinghe. Non importa che la vita, in generale, sia in questo caso più difficile, che le strade siano più tortuose, che le porte siano chiuse. Ecco perché io, reggino, barcollo ma non mollo nonostante ogni arresto è (anche) colpa mia!” Ha capito, dr. Arena, come la penso io? Ha capito (o no) che Lei oggi paga un debito non Suo? Ha letto tra le righe di quella dichiarazione del Ministro, allorquando afferma che “lo scioglimento riguarda questa amministrazione, non quella precedente”? Ha fatto benissimo, dr. Arena, a dire “…Il provvedimento, di carattere “preventivo” e “non sanzionatorio”, presuppone che l’Amministrazione “abbia posto in essere alcune azioni che potrebbero portare a contiguità con alcuni ambienti della criminalità organizzata”. Emerge inoltre che Consiglio, Amministrazione e Sindaco, non abbiano, nel contempo, posto in essere efficaci attività preventive nei confronti della stessa. Mi lascia perplesso la circostanza che tutto ciò si sarebbe configurato nell’arco temporale dei primi sei mesi di attività presi in considerazione dalla Commissione d’accesso. Nel merito si contesta quindi al Sindaco, all’Amministrazione e al Consiglio Comunale di non essere riusciti a contrastare efficacemente un cancro che attanaglia da secoli il Meridione e che si è esteso ormai a tutto il territorio Nazionale…” E quindi? Ha colto che non è colpa né Sua né della Sua Giunta se, adesso, per 18 mesi Reggio sarà commissariata? Ed allora, giacché non La ritengo stupido, non parli alla gente come fanno altri. Non addossi tutte le colpe a quelli che definisce “i nemici di Reggio” (che pur certo ci sono e, magari, hanno già pronto un libro per celebrare questo “successo”). I “nemici di Reggio”, in sostanza, dr. Arena, siamo noi reggini. Tutti, chi più chi meno. Sono nostre le colpe se chi ha potuto ci ha vessato, umiliato, stuprato, derubato, illuso, deluso, offeso, ingannato, calpestato. Le colpe primarie sono nostre, non di altri. Il Ministro? Ha fatto quello che era ampiamente previsto facesse e, forse, anche quello che era giusto fare alla luce dei fatti e non delle minchiate che qualcuno scrive o dice. In conclusione, sa cosa Le contesto e quali sono le colpe che Le attribuisco? Il Suo aver dimostrato di essere uno “Yes man”, il Suo non aver potuto/saputo dire di no, il Suo non coraggio a dimettersi per uscirne indenne quando il futuro prossimo era scritto, il Suo essersi sobbarcato sulle spalle una situazione forse sottovalutata all’inizio ma ben presto rivelatasi pesantissima. Secondo Lei, dr. Arena, sapendo delle certe e comprensibili pressioni ricevute dalla Cancellieri per non decidere nella direzione poi intrapresa, l’aver specificato che le colpe sarebbero Sue e non della precedente Amministrazione che significato ha? Non la reputo uno stupido, dr. Arena, ma solo un “predestinato”. Adesso, magari dopo la fine della conferenza stampa che sta tenendo e in cui di certo non si sarà contraddetto rispetto al passato, si fermi, ragioni e si comporti da Uomo! Con osservanza. PS: chissà se ha notato che da un anno e passa non pubblico foto di alcun politicante, questo è il modo di protestare contro coloro i quali (tutti, indistintamente, da destra, dal centro o da sinistra) sono riusciti nell'impresa assai ardua di farmi vergognare di essere Reggino!