Leggo di Brancaleone, nell’ambito di alcune mie curiosità letterarie e scopro che, tra agosto 1935 e marzo 1936, ospite della cittadina, come confinato, è stato Cesare Pavese (nella foto). Voglio subito approfondire perché l’autore è di grande rilievo e poi per la sua lontananza all’incontrario: la mia è di nostalgia, la sua, almeno inizialmente di disagio e solitudine, come si legge nelle lettere che invia prevalentemente alla sorella. Pavese giunge a Brancaleone il 5 agosto 1935 e prende alloggio all’albergo Roma. A Brancaleone, ben presto, si disegna di lui un immagine dell’uomo con la pipa che vive intensamente il lungomare sempre con i libri in mano. Scatta subito il feeling che la nostra terra e la nostra gente sa creare.
I giovani lo seguono, forse la parlata che riecheggia accenti greci avvicina gli stessi allo scrittore. Questa rubrica, qualunque sia l’argomento che svolge, ha sempre l’obiettivo di illustrare, nel senso di dare lustro, alla civiltà del popolo reggino. Ebbene Pavese è profondamente colpito dai “tipi umani” che lo attorniano, tanto da riportarli in alcuni suoi libri. Nella sua letteratura del tempo, si riflette tutta la gioia del tempo del confino, non la gioia del confino ma del luogo. Ma questo pezzo di storia di Brancaleone non sarebbe entrata nella mia rubrica se fosse stato solo sfoggio di critica letteraria, non è il mio mestiere. Questa rubrica ne parla perché, come accade ancora oggi quando non si è in mala fede, la terra reggina a Pavese si presenta ospitale e ricca di umanità e di situazioni pregevoli, nel senso di ricche di pregio. Pavese è tanto attratto dalla cultura popolare e dalle espressività popolari locali da dire ad un certo punto: non capisco perché voglio tornare a Torino. Ma pensate e questa è la circostanza che da lontano intendo sottolineare maggiormente ai soliti noti denigratore della nostra terra, Pavese a Brancaleone è ancora ricordato per l’apprezzamento palesato nei confronti della loro cittadina: il professore venuto da lontano ha capito ogni cosa della sua terra pro tempore ed ha tanto ben capito da non avere dovuto lasciare nei suoi scritti, affermazioni da cui la popolazione indigena possa essersi sentita offesa. Non sempre accade precisamente questo neanche tra noi reggini!