La crisi ci impoverisce e ci cambia anche nella quotidianità, per esempio nell'informarci. Quando ero ragazzo, lette le pagine reggine della “Gazzetta del Sud”, allora unico giornale locale, si chiudeva il cerchio dell’informazione sulla nostra città. Per sapere quali fatti incidevano sulla nostra vita, bastava. Ora, ma da tempo, non è più così. Oggi la realtà è globalizzata, sia nella concezione positiva che in quella negativa del termine. Oggi quello che succede in una terra lontanissima, lontano ci sono solo io, va guardato con grande attenzione. Oggi le notizie arrivano da lontano ma il loro contenuto ci avvicina tutti sotto il peso delle stesse. Direte “Ma questo come riguarda Reggio? Ci riguarda e molto da vicino: è la fine irreversibile della vecchia autoreferenzialità – “bbucca… chi ttrova i diri puru o patraternu” – autoreferenzialità che, già dannosa, oggi diventa letale: Reggio deve integrarsi, adesso deve non ha altra scelta, nel circuito delle relazioni con tutti; deve unire le proprie forze, a volte con la consapevolezza di non poter stare in prima fila. Se il mondo è della rete starne fuori è un disastro. Essere rimasti fuori dalla rete, spesso nel passato è accaduto, porta alla conseguenza che non arrivino i treni dal Nord e che vengono tagliati i voli. Anche oggi, con Regione e Comune protagonisti e proattivi, la città deve recuperare in termini di considerazione. Concludo: dobbiamo cambiare la nostre relazione con gli avvenimenti e dobbiamo valorizzare le nostre migliori energie.
Così si fa ovunque non si voglia restare out per sempre ma questa volta sempre, sempre. In fondo, seguire questi semplici consigli, potrebbe essere una delle poche cose positive di una corretta lettura della crisi: ci sono tanti, tantissimi segni negativi nella nostra città ma noi, facendo leva sui tantissimi segni positivi, da questi dobbiamo ripartire con la forza di una mischia da rugby, per imporli alla società intera e particolarmente per far sì che questi diventino i pilastri delle scelte dei nostri amministratori. Bisogna fare ma non con sterili piazzate di protesta né, tantomeno, sconfinando nell’attacco personale.