Reggio di Calabria: processo “Onorata sanità”, la parola agli “assolti perchè il fatto non sussiste”

C’è chi dice che la giustizia non sia di questa terra, ed a volte è così, ma nel caso di “Onorata sanità” per fortuna, dopo quasi 4 anni è arrivata. Ha saltato un turno forse, il giudizio di primo grado, e si è dovuti giungere all’appello per far si che la verità venisse fuori. Ma tutto è bene quel che finisce bene ed oggi i manager Piero Morabito (nella foto), Santo Emilio Caridi, Domenico Latella, Roberto Mittiga e Domenico Pangallo, amministratori sanitari integerrimi e, loro malgrado, “compagni” di disavventura, possono camminare a testa alta dopo essere stati assolti con formula piena, perché “il fatto non sussiste”, alcuni al termine di carriere prestigiose, portate avanti senza macchia. Grazie alla loro caparbietà, a quella degli avvocati difensori che si sono spesi con grande professionalità e competenza, ed alla certezza delle proprie azioni, ce l’hanno fatta a spuntarla in un sistema molto complesso, quello giudiziario, ed ancor di più quello mediatico, che ha messo alla gogna stimati professionisti, lavoratori indefessi, per infamanti fatti mai commessi. Su questo presupposto e stante il tonante risalto, a suo tempo dato, dai media alla vicenda, è necessario intervenire al fine di informare, lettori ed ascoltatori, ed al fine di recuperare la giusta immagine dell’ASL e dei suoi passati Amministratori, dannosamente deturpata dall’enfasi facilmente prodotta da eventi suggestivi ed eclatanti ma non sempre creati con buon senso.

In particolare l’esito del procedimento riguardante l’accreditamento e la contrattualizzazione della clinica Villa Anya, quale Residenza Sanitaria Assistenziale, merita certamente qualche riflessione in più rispetto a quelle fornite fin’oggi, dai media nazionali e locali. “Dopo quattro anni di calvario – hanno affermato Pietro Morabito, ex direttore generale dell’Asl di Reggio Calabria, e gli alti professionisti coinvolti a vario titolo nell’inchiesta – quello che vorremmo, concludendo finalmente questo penoso capitolo, è spiegare ciò che è accaduto. La forza mediatica che hanno certe notizie lascia il segno e ci sembra giusto, dopo quanto è stato detto e scritto sul nostro conto esprimere il personale sentimento attraverso gli organi di stampa. Deformazione professionale forse, dopo aver gestito la cosa pubblica per una vita, render conto ai cittadini, nel bene e nel male, del proprio operato. Oggi, forti della decisione dell’organo giudiziario collegiale, lo possiamo fare. L’azione di manager come noi, che ogni giorno hanno a che fare con la salute dei cittadini e la gestione di beni e soldi pubblici va portata avanti tenendo sempre ben presenti i fondamentali valori che informano la nostra attività: il bene dei cittadini e la massima trasparenza, principi sanciti e spesso richiamati dal nostro legislatore. Ecco perché non ci siamo fatti intimidire dalle alte cariche istituzionali facendo preferitismi ma abbiamo sempre portato avanti la nostra azione compiendo le scelte più aderenti al dettato legislativo nell’esclusivo interesse della sanità calabrese”. Aveva già destato sorpresa, la sentenza di primo grado, allorché, pur nel turbine di risultati di indagini allarmanti e suggestive, gli imputati e le difese, non si erano risparmiati, nell’esibizione di documenti, deposizioni, argomenti e testimonianze, dimostrando la completa estraneità dei manager imputati, che avrebbero dovuto consentire al GUP Ramondino, un esame ed un giudizio più sereni e confacenti alla realtà ed alla verità, per come, puntualmente, è stato rilevato dal Procuratore Generale ed in seguito dalla sentenza dell’Organo Collegiale di secondo grado. In primis, l’errore che gli amministratori denunciano a piena voce è l’inopportunità, sottolineata anche dal Procuratore Generale e recepita dalla Sentenza, di avere creato una erronea e pericolosa commistione tra fatti ed ipotesi di ordine mafioso, con fatti ed ipotesi di ordine amministrativo. In particolare offende e ferisce il nome dato all’operazione “Onorata Sanità” ché, così restando, con la sua ironia, dimostratasi inopportuna ed erronea, lascerebbe un ingiusto marchio su tutta la Sanità reggina che, invece, pur con la risaputa insufficienza di risorse e con qualche immancabile inconveniente, ha operato con enorme spirito di sacrificio nell’ambito di un ambiente che, purtroppo, resta ancora difficile malgrado lo spiegamento di forze ed il proclamato impegno delle istituzioni. La sentenza, conseguenza degli atti e dei documenti prodotti nel corso di questi quattro “lunghi” anni, dimostra chiaramente che la Sanità reggina degli anni 2004 e 2005, può essere, eventualmente, onorata dai suoi collaudati Amministratori e Dirigenti senza il bisogno di ricorrere a fonti anomale. Del resto anche il lungo Commissariamento e le severe verifiche cui è stata sottoposta l’ASL, non sembra abbiano dato risultati che possano smentirci. La sentenza d’appello, inoltre, dovrebbe servire da monito per qualcuno che ha espresso pubblicamente la propria errata opinione, offrendola come verità assoluta e conclamata ai cittadini, senza conoscere  fatti, persone e documenti, e senza attendere esiti definitivi; qualcuno che ha come attività principale quella di “opinionista”, che pur di comparire non si lascia scappare alcuna occasione per cavalcare l’onda di fatti a forte impatto mediatico, non essendo in grado di esercitare con serietà il proprio ruolo. “Questa esperienza e la sentenza di assoluzione della Corte di Appello – affermano i manager – ci fornisce, nonostante la nostra età, un’importante lezione di vita e riguarda la garanzia che riesce ad offrire il nostro sistema giuridico col doppio grado di giudizio e il dovere di capire che anche un Magistrato può sbagliare senza, con ciò, ipotizzare punizioni, ma ritenendo scontata la buona fede. In questa ottica resta secondario ogni interesse all’immagine individuale che, certamente, non può essere costruita attraverso un solo episodio, sia di assoluzione che di condanna, ma resta costruita dal curriculum personale e dalla stima che ogni individuo si è saputo guadagnare attraverso i suoi rapporti di lavoro ed interpersonali nel corso di un’intera vita”.

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Author: Maurizio Gangemi