Oltre tremila anni di storia egizia raccontata attraverso 400 reperti inediti che narrano la vita, i costumi, le usanze e il regno d’oltretomba di faraoni e gente comune. Un “Egitto Mai Visto” quello in mostra a Villa Zerbi che si appresta, purtroppo, a chiudere i battenti domenica 18 luglio dopo quasi cinque mesi di onorato servizio raccogliendo la gratificazione di oltre 25.000 visite. Numerose in particolare quelle scolastiche, attraverso le quali giovani studenti hanno potuto conoscere una cultura che, seppur vecchia cinquemila anni, sembra aver intersecato la linea del progresso per gli standard dell’epoca. I reperti, provenienti dai depositi del Museo Egizio di Torino e per lo più mai esposti in passato, furono scoperti tra il 1908 ed il 1920 dall’egittologo italiano Ernesto Schiaparelli durante le sue missioni archeologiche nelle necropoli di Assiùt e Gebelèin, due cittadine di provincia a ridosso del Nilo fra il Medio e l’Alto Egitto.
All’interno di Villa Zerbi otto suggestive sale ricreano in parte l’ambiente e l’atmosfera tipica di quella terra e di una storia così lontana. Mummie, utensili, armi, sarcofagi sono solo alcuni dei 400 reperti che accompagnano il visitatore in un viaggio mistico attraversando miti, divinità, leggende e momenti di vita reale. Una cultura, quella egizia, che conserva intatto il suo fascino a distanza di migliaia di anni. Siamo di fronte ad un’affascinante parentesi storica che trova il suo principio nel Periodo Predinastico (3.200-3.000 a.C.) con il primo faraone di nome “Ka”, seguito dal successivo “Re Scorpione”, da cui trae spunto anche l’omonimo film. Il punto d’arrivo di quest’epoca remota è invece segnato dall’Età Greco-Romana (332-30 a.C.). Una fase temporale che passa attraverso trenta dinastie. Tra queste anche la lunga diciottesima dinastia del Nuovo Regno che conobbe 14 faraoni, fra cui il famoso Tutankhamon (1.332-1323 a.C.). Una vita sociale che trova la sua massima espressione negli incantevoli geroglifici che raccontano in modo originale e fascinoso le credenze e gli usi di un popolo straordinario. Raffinate capacità artigianali nella lavorazione del legno, dell’alabastro, della pietra. Uno stile nel dipingere che fa rabbrividire per precisione ed espressività. Infine la sibillina cultura dell’aldilà intrisa di un connubio di elementi apotropaici che la rendono a tutti gli effetti una vita parallela a quella appena trascorsa. Una considerazione così riguardosa del defunto che, analizzando l’intero procedimento di mummificazione e sepoltura, fa disperdere per un attimo, o se si vuole per l’eternità, il concetto stesso di morte. Un patrimonio culturale da una struttura apparentemente complessa ma così semplice nel segnare le tappe di ogni singolo individuo, che dalla nascita fonda la sua stessa identità e forza in un’interazione incessante ed inesauribile con gli dei, riuscendo a tramutare quel piccolo grande mondo egizio di cinquemila anni fa in una sorta di “Olimpo” del Nilo.