





Esiste una linea sottile tra vizi e virtù. Invero, chi si dichiara virtuoso sovente lo fa per acquisire una sorta di prestigio che prima o poi sconfinerà, suo malgrado, ineccepibilmente nel vizio. Si può quindi asserire che, il più delle volte, le virtù servono a mascherare i vizi che sono, inevitabilmente, radicati in ognuno di noi. In altre parole, se è vero che le virtù si potrebbero definire come la capacità di eccellere in qualcosa, un modo perfetto di essere, è altrettanto vero che i vizi ci divertono, ci rendono meno noiosi e sicuramente più interessanti agli occhi di chi ci osserva. Orbene, dal momento che noi de Il Reggino facciamo parte di coloro i quali ritengono di possedere in dote quantomeno un briciolo di coraggio – tra l’altro, permettetecelo, rarissima virtù (e scusate s’è poco!) – ci soffermeremo sui vizi quale argomento indubbiamente più stuzzicante. E, più precisamente, tratteremo brevemente di: superbia, accidia, lussuria, ira, gola, invidia, avarizia universalmente riconosciuti come “i sette vizi capitali”. Ma procediamo con ordine anticipando, per i più “attenti”, che, come sempre, non si tratta di un esposto sulla concezione tradizionale di vizio e/o peccato.
La Superbia. Per superbia si intende la ipervalutazione della propria persona e delle proprie capacità, correlata ad un atteggiamento "di superiorità" verso gli altri considerati inferiori. Il superbo, quindi, è una persona saccente, innamorata di se stessa che si pone sempre un gradino più in alto rispetto a tutto il resto del mondo. A tal proposito verrebbe naturale chiedersi se dietro questa vera o presunta superiorità non si nasconda, invece, una grande insicurezza tipica di chi ha necessità di continui riconoscimenti. Che tristezza però! Fanno certamente parte di questa categoria coloro i quali amano circondarsi soltanto di persone che li adulino, ovverosia di rapporti poco autentici ed, a nostro modesto parere, anche molto monotoni perché fondati quasi esclusivamente sulla convenienza sia degli uni che degli altri. Non tollerando il contraddittorio, dunque, “superbo” è sinonimo di noioso, infelice e, perché no, anche un pò antipatico. E’ “regola” pressoché matematica (ampiamente dimostrabile anche senza enunciati e/o teoremi), inoltre, che chi soffre di tale “patologia” (secondo noi la superbia altro non è che una “patologia” vera e propria), ovviamente, ama circondarsi di persone e personaggi per svariati motivi che lui in qualche modo ritiene essergli “inferiori” per un unico e semplice motivo: come potrebbe mai dimostrare la “grandiosità del proprio ego” se tra le sue frequentazioni ci fosse qualcuno oggettivamente più capace, più intelligente, più scaltro o, peggio ancora, più colto?. L’ Accidia, invece, si manifesta con l’indifferenza, la predisposizione “congenita” all’ozio e con l’autoconvincimento che tale atteggiamento non comporti conseguenze gravi. L’accidioso si identifica con una persona che detesta tutto ciò che ha, che vive nella più profonda svogliatezza, vedendo tutti gli accadimenti della propria vita come un compito insormontabile. Chi è “affetto” da tale vizio è instabile nei rapporti interpersonali e prova, ad esempio, a fuggire dal proprio lavoro, a cambiare dimora, ad evadere, insomma, verso situazioni da egli ritenute ideali. Cerca, ancora, invano, di colmare gli “spazi vuoti” come se riempirli fosse la cura a quella esistenza così priva di senso. Il rimedio? Sarebbe, forse, quello di ritrovare il gusto per la propria vita. Ed eccoci al vizio modaiolo per eccellenza, la Lussuria, che denota il lasciarsi dominare completamente dall’istinto e dal piacere sensuale spesso accostato a quello sessuale. Quale tema è più attuale, soprattutto alla luce di ciò che sta accadendo negli ultimi mesi in Italia? Il lussurioso è colui che si lascia letteralmente rapire dalle fantasie sensuali/sessuali al punto da influenzare il normale svolgimento della propria vita. Si tratta, assurdamente, di un vizio che quasi “fa tendenza”, un vizio non considerato come tale e tipico di coloro che, per “essere avanti” – come si suol dire – sono sempre alla continua ricerca di emozioni nuove che li facciano sentire sempre "vivi". Indubbiamente, si tratta una ricerca irrequieta che, prima o dopo, porta a sentire il vuoto dietro le cose, quasi come se la vita non trovasse un suo compimento. E così, per i lussuriosi il corpo diviene oggetto e la persona spersonalizzata. Ad una avventura erotica ne segue un'altra, un'altra e un'altra ancora. L'ansia che porta molti a ricercare nuove gratificazioni in un sesso “malato”, si dissolve nel momento in cui s’incomincia a riconoscere ed apprezzare il vero senso della vita: cerchiamo sempre qualcosa di eccitante e travolgente senza però renderci conto che per ottenere tutto ciò nella nostra la vita basta viverla. L’ Ira. L’iracondo è colui che per delle inezie scatena istantaneamente una furia selvaggia. Non si può dire che anche questo vizietto non faccia parte dello stile di vita moderna. Ma come si fa a reprimere la rabbia? E’ impensabile poiché essa è, come tutte le passioni (da passionalità, n.d.r.), incontrollabile ed, anche se non la si può giustificare, in talune situazioni la si può comprendere. A questo punto spontaneamente viene da chiedersi: “la calma” resta sempre “la virtù dei forti” o, invece, degli asettici? Procediamo adesso argomentando sul peccato di Gola o golosità che dir si voglia. Si tratta di un desiderio irrefrenabile, di un'incapacità di moderarsi nell'assunzione di cibo. E’ noto come un tale rapporto col cibo possa rappresentare un problema serio, che investe certamente anche degli aspetti legati all'esistenza in quanto va alla radice dell'accettazione o del rifiuto di sé stessi. Allora ci sentiamo di dire: mangiare con gusto si, strafogarsi no. Tema non di meno attuale rispetto gli altri è l’ Invidia. L’invidioso soffre per i successi altrui e non fa altro che attribuirli alla fortuna o fors’anche alle ingiustizie. Quasi nessuno ammette di essere invidioso, perché svelare questo sentimento è come rivelare la parte più meschina e vulnerabile di sé stessi. Spesso l'invidia rappresenta un sentimento lacerante, che si prova nel vedere qualcun altro avere successo nel campo in cui noi non riusciamo ad averne. A volte essa corrisponde ad una forma di emulazione: si cerca di somigliare puntualmente al modello vincente snaturalizzando la propria essenza per apparire come ci piacerebbe essere ma non siamo. O, peggio ancora, come vorrebbero gli altri che fossimo ma, ancora, non siamo. La nostra opinione è che l’invidioso provi gusto nel vivere all’ombra di qualcun altro, ma non sarebbe più stimolante essere fieri protagonisti della propria di vita? Concludiamo il nostro “viaggio” attraverso i vizi con l’ Avarizia, detta anche cupidigia o, ancora, “brama smoderata dell’avere”. Come il superbo è “posseduto” da se stesso, l’avaro lo è dai suoi averi. Esso accumula ma non investe, conserva ma non consuma, possiede ma non condivide: condividere per lui equivarrebbe ad un inutile spreco. L’avaro non ammetterà mai di esserlo, egli si descrive piuttosto come prudente e oculato. Ma quando mai? Sarà capitato un pò a tutti di entrare al bar e notare che un amico o un conoscente faccia fatica ad offrirci un caffè adducendo delle scuse del tipo “Non ho monete” o, peggio ancora, facendo finta di non vederci ed allontanandosi dalla cassa. Ed a chi, a quel punto, non è balenato il sospetto che sia soltanto un pò spilorcio? Ordunque, essendo protagonisti di un’era in cui si fa della promiscuità in genere uno stile di vita, risulta pressoché impossibile anche solo pensare di poter tirare una linea di demarcazione tra ciò che è vizio e ciò che è virtù. E’ un po’ come barcamenarsi tra due stati d’animo opposti, tra bianco e nero, tra coraggio e timore, tra istinto e raziocinio, tra bene e male. Inesatto è, però, credere che le virtù siano legate al bene ed i vizi al male perché sarebbe troppo semplicistico e scontato, diremmo banale. Forse, con un pizzico di spudoratezza, possiamo affermare come quest’ultima non sia una concezione speculare alla realtà attuale. Viziosi o virtuosi poco importa. Forse ciò che più conta, anche se apparrà come l’ennesimo “luogo comune”, è riuscire nell’impresa di rimanere sempre se stessi per non farsi schiacciare e/o contaminare dai “modelli” che ci vengono incessantemente propinati e, per certi versi, anche imposti. In fondo, come recitava una frase estrapolata dal film L’ultimo Bacio di Gabriele Muccino “E’ la normalità la vera rivoluzione”.