Gli antibiotici. Nel 1895 l’italiano Vincenzo Tiberio, ufficiale medico della Regia Marina Italiana, laureatosi a 22 anni, pubblicò sulla rivista Annali di igiene sperimentale i risultati degli studi eseguiti su alcune muffe del cortile della sua casa di Arzano, alle porte di Napoli. Aveva notato che i parenti, presso i quali viveva, soffrivano di recidive infezioni intestinali nei giorni successivi all’eliminazione delle muffe dai serbatoi dell’acqua a cui attingevano e successivamente tornavano a star bene con il riformarsi delle muffe nei suddetti serbatoi. Intuendo quindi che quelle sostanze preservavano dalle infezioni perché avevano un’azione positiva sulla flora intestinale, allestì tre culture di muffe dai rispettivi estratti acquosi, i cosiddetti “succhi di muffa” e analizzò il potere battericida su batteri di carbonchio, tifo e colera. Concluse che nella sostanza cellulare delle muffe esaminate erano contenuti dei principi non solo forniti di azione battericida ma anche capaci di indurre una leucocitosi, segno di una stimolazione dei poteri di difesa dell’organismo.
Il medico mise in evidenza l’inibizione dello sviluppo batterico dovuta alla competizione tra due specie di microrganismi in cui prevaleva solo una specie, concetto che era stato da poco codificato dal francese Paul Vuillemin preceduto dall’inglese Lister. Anche precedentemente nella medicina empirica avevano trovato impiego alcune muffe fra cui il muschio, la tela di ragno e la polvere accumulata sulle travi di legno. Tiberio andò oltre la semplice intuizione teorica di Vuillemin e di Lister continuando ad iniettare estratti di muffa non purificati in cavie infette e ottenendo dei risultati sorprendenti. Infatti utilizzando gelatina come sostanza organica azotata scoprì l’esistenza di attività antibiotica in una muffa coltivata su una colla di amido. Purtroppo i suoi studi, che gli avevano fatto intuire il potere degli antibiotici già trent’anni prima di Fleming, furono presto dimenticati. Il capitano medico Tiberio, impegnato in Marina, sospese le ricerche e quando le riprese, nel 1915, morì poco dopo. Nel 1928 Alexander Fleming fece le prime ricerche sul Penicillium notatum una muffa che aveva inquinato una coltura di stafilococco. Nel 1945, quando riceverà il premio Nobel per la scoperta della penicillina, non mancherà onestamente di citare le ingegnose e fruttuose ricerche condotte nell’800 dall’italiano Vincenzo Tiberio. Italia leader nei vaccini per il meningococco. Nonostante la meningite batterica sia in diminuzione, in Italia ogni anno si contano 900 nuovi casi di questa patologia con una mortalità del 14%. La Neisseria meningitidis è classificata in 13 sierogruppi di cui cinque sono patogeni nell’uomo: A, B, C, Y e W135. Il gruppo B, responsabile di un caso su tre negli Usa e del 45-80% dei casi in Europa, è il ceppo più difficile da sconfiggere perchè ha un polisaccaride capsulare identico all’acido polisialico (componente di molte glicoproteine umane), che gli consente un sorta di mimetismo immunitario. Rino Rappuoli, membro della National Academy of Science, la più antica ed autorevole istituzione scientifica degli Stati Uniti, è uno dei fondatori della microbiologia cellulare e fra i pionieri della riverse vaccinology una nuova branca della vaccinologia che con una tecnica innovativa produce vaccini partendo dal genoma. Tra i suoi successi si possono annoverare: il vaccino influenzale adiuvato, quello coniugato contro la meningite di tipo C e quello ricombinante contro la pertosse. Il dottor Rappuoli con i suoi collaboratori ha sequenziato il DNA della Neisseria ottenendo la mappatura del genoma di questo batterio. In esso sono state identificate 1700 strutture antigeniche delle quali solo un centinaio quelle capaci di provocare nell’organismo una risposta immunitaria, cioè la produzione di anticorpi. Questa ricerca ha permesso di realizzare un vaccino contro il menigococco di tipo B che potrebbe passare alla storia come il primo vaccino realizzato con questa nuova tecnica. La riverse vaccinology potrebbe inoltre mettere a punto nuovi vaccini contro batteri incapsulati, quali lo pneumococco, lo stafilococco e lo streptococco A. Nell’Africa sub-sahariana, nella cosiddetta“cintura della meningite”dal Senegal all’Etiopia, solo nel 1996 un’epidemia ha fatto registrare 250mila casi e 25mila morti. Ogni anno nel mondo si registrano 1,2 milioni di infezioni e di queste tremila negli USA e settemila in Europa. E la meningite non è purtroppo così lontana da noi. Ecco un inquietante episodio di cui sono stata testimone nel dicembre 2008: ricoveratasi mia madre nel policlinico della Madonna della Consolazione di Reggio, per tutta la notte udimmo un sostenuto trambusto proveniente dalla stanza accanto alla nostra. Il giorno dopo i medici, il personale paramedico e tutti coloro che erano venuti in contatto con quella stanza furono sottoposti ad una massiccia terapia profilattica in un bisbiglìo generale o meglio dire oblìo. Dopo parecchie ore e strane domande rivolteci dai medici si venne a conoscenza che dal pronto soccorso avevano ricoverato in reparto, seppur per poco tempo, un paziente con meningite fulminante purtroppo dall’esito infausto. Quel che ancora oggi appare allarmante è che una malattia infettiva di tale aggressività e non tempestivamente identificata e diagnosticata, non fu circoscritta diventando una mina vagante per altri reparti. La bestrofina. Uno studio condotto dalla Scuola Internazionale Superiore di Studi avanzati (Sissa) in collaborazione con l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova(IIT)ha portato alla scoperta della bestrofina, la proteina che amplifica gli stimoli odorosi. La ricerca italiana potrebbe avere degli sviluppi tecnologici interessanti come la costruzione di un “naso artificiale”, cioè un meccanismo in grado di rilevare anche basse concentrazioni di sostanze odorose. Infatti il meccanismo fisiologico che permette all’uomo di rilevare e distinguere 10000 molecole odorose diverse è sempre rimasto ed è tuttora enigmatico da decifrare. In particolare la bestrofina, il cui malfunzionamento è causa nell’occhio di una malattia neurodegenerativa della retina, è anche la responsabile dell’amplificazione del segnale elettrico trasmesso in direzione del bulbo olfattivo e delle altre regioni del cervello dove l’informazione odorosa viene elaborata. Chemorecettori a distanza riescono a percepire un oggetto senza entrare in contatto fisico con esso perché infinitesime particelle volatili in contatto con le cellule olfattive scatenano la reazione nervosa olfattiva. Infatti lo stimolo chimico legandosi con i recettori si trasforma in segnale elettrico e viene trasmesso al cervello dove 40 milioni di neuroni bipolari sono responsabili di queste interazioni con le molecole odorose. Già si conoscevano molte proteine interagenti fra cui una che in presenza degli ioni calcio agevolava il passaggio degli ioni cloro amplificando così il segnale elettrico. In questo settore di ricerca, quindi, l’ulteriore scoperta della bestrofina potrà avere molteplici e urgentissime applicazioni tenendo conto che l’olfatto è indispensabile in persone con handicap visivo soprattutto in situazioni di emergenza, come incendi o fughe di sostanze nocive. Proprio per questo peculiare ruolo le cellule del gusto e dell’olfatto sono le uniche del sistema nervoso che quando invecchiano o si danneggiano vengono sostituite: i neuroni olfattivi delle cavità nasali si autorigenerano ogni due mesi. L’olfatto inoltre è direttamente legato agli stati subconsci della psiche e della memoria: basta infatti solo un odore a rievocare un’intera scena del passato, farcene rivedere dettagli che credevamo perduti e addirittura rivivere le emozioni.