La Medicina contemporanea

altIl diritto alla salute. L’O.M.S. definisce la salute “uno stato di benessere fisico, mentale e sociale e rappresenta uno dei diritti fondamentali di ogni essere umano” e la nostra Costituzione la garantisce, considerandola come un interesse della collettività. Quindi, a ragione, molteplici sono le critiche che vengono urlate contro il nostro Servizio Sanitario Nazionale: disfunzioni, inadempienze, carenze di personale e di attrezzature, casi di corruzione,“malasanità” che rivelano un palese ritardo della Nostra rispetto alle altre nazioni europee. Lo Stato, infatti, si fa garante, fra tutti diritti sociali, proprio del diritto alla salute. E’ pertanto inconcepibile affidare la competenza sanitaria alle singole regioni provocando  disparità di trattamenti fra i cittadini delle regioni più ricche e quelli delle più povere, tutto ciò contro il principio di uguaglianza sancito dalla nostra Costituzione.

Il rapporto tra salute e ambiente, inoltre, ha fatto nascere sempre più impellente un nuovo diritto, quello di vivere in un ambiente il più possibile sano con un minimo di inquinamento ( per inorridire basta pensare allo stress del traffico cittadino che altera l’equilibrio psico-fisico dell’individuo). Soprattutto, perché no, dovrebbe essere introdotta in primis fra le materie universitarie la “condotta terapeutica nell’approccio con il paziente” che, facendo forza sulla nuova tendenza di considerare il paziente come monade di anima e corpo, insegnerebbe pochi e indispensabili principi a cui i medici si dovrebbero attenere scrupolosamente come se fossero farmaci salvavita. Non allontanare il parente che assiste il congiunto (spesso egli è fonte indispensabile di notizie specie in caso di incomunicabilità diretta con il degente) ed eliminare il frasario tecnico ( impedisce al malato l’appropriazione totale della malattia e quindi la sua relativa gestione) sono solo alcune delle migliorie o meglio dei diritti inalienabili di cui non si dovrebbe defraudare il paziente. Servirebbe a poco operare a distanza tramite robots guidati da sofisticati computers o far viaggiare le informazioni mediche in tempo reale, se si tralasciasse l’aspetto umano delle fondamentali relazioni interpersonali. Ribadiamo il concetto, troppo spesso trascurato, che il compito dei medici e paramedici è delicatissimo e non paragonabile nemmeno lontanamente ad altri impegni perché si svolge a contatto con le persone più vulnerabili della società. Entrati nel vortice dei problemi a noi vicini non possiamo però dimenticare dove il diritto alla salute è addirittura negato. Nei Paesi del Terzo Mondo infatti aumentano le epidemie per miseria, arretratezza tecnologica, condizioni igienico-sanitarie e anche conflitti interetnici. Un divario con i Paesi industrializzati che cresce sempre più violando l’uguaglianza e la giustizia, venendo sottaciuto dai mass-media e di cui quindi ci accorgiamo solo  allertati da situazioni estreme o dalle pandemie che ci minacciano. Una definizione storica: l’atto medico. La U.E.M.S. (Union Europèenne des mèdicins Spècialistes) ha formulato la definizione europea di atto medico: “l’Atto Medico è la totalità degli atti professionali, ovvero attività scientifiche, d’insegnamento, formative, educative, cliniche, medico-tecniche compiuti al fine di promuovere la salute, prevenire le malattie, fornire diagnosi, cure riabilitative e terapeutiche a pazienti, gruppi o comunità nell’ambito del rispetto dei valori etici e deontologici. Tutto ciò rientra nei doveri del medico iscritto o deve avvenire sotto la sua diretta supervisione e/o prescrizione.” Nella formulazione e stesura di questa definizione non è stato affatto facile trovare una soluzione condivisa da tutti i sistemi sanitari europei. I Paesi anglosassoni e nord-europei hanno infatti manifestato e insistito su una concezione della medicina più strettamente connessa alle caratteristiche tecnicoscientifiche, mentre l’Italia, che si è da sempre richiamata anche ai naturali principi etici e deontologici, ha veicolato con incisività l’idea di un’arte medica più umana. La tesi finale ha alfine inserito le richieste italiane decretando il successo della nostra delegazione. Principi basilari sono stati introdotti anche nell’art. 38 del nuovo Codice deontologico: “Il medico deve attenersi, nell’ambito dell’autonomia e indipendenza che caratterizza la sua professione, alla volontà liberamente espressa della persona di curarsi e deve agire nel rispetto della dignità, della libertà e autonomia della stessa. Il medico,compatibilmente con l’età, con la capacità di comprensione e con la maturità del soggetto, ha l’obbligo di dare adeguate informazioni al minore e di tenere conto della sua volontà.” Per quanto riguarda le prestazioni professionali dei medici dell’U. E. negli ospedali italiani, questi possono effettuare servizi occasionali senza la necessità di iscriversi nell’Albo dei medici, purché siano autorizzati dal ministero della Salute e  nei casi urgenti l’autorizzazione può essere richiesta anche dopo la prestazione. Rimane imprescindibile  il fatto che la malattia, sempre strettamente individuale e privata, non può essere classificata in schemi collettivi perché la guarigione, che conosce molteplici vie, si baserà sempre e naturalmente sull’impulso antico e insopprimibile dell’uomo che risponde al richiamo di aiuto di un altro uomo. Significativa è la testimonianza di un personaggio anonimo della seconda guerra mondiale che come prigioniero in Siberia descrisse su una cartolina la sua esperienza: “Cercai Dio e mi sfuggì. Cercai la mia anima, ma invano. Cercai mio fratello e trovai tutti e tre”. La disumanizzazione della medicina contemporanea. Progressi tecnico-scientifici  con applicazioni in medicina hanno migliorato il panorama curativo mondiale ma  contemporaneamente si è verificata una disumanizzazione del rapporto tra medico e paziente che è invece indispensabile per curare. Secondo la rivista scientifica The Lancet  la principale causa del declino della medicina contemporanea è l’allontanamento del medico dal letto del malato, intendendo con allontanamento non tanto quello fisico quanto quello psicologico. E ciò, come effetto collaterale, porta al verificarsi di un esodo di cui pochi si rendono conto e nessuno ne parla: più aumenta nei nostri ospedali la cosiddetta medicina “ fredda” e più aumenta il numero dei medici missionari che partono per il Terzo Mondo o di coloro che non vogliono solo stare a guardare, ma cercano di dare una risposta in prima persona inserendosi sulla scia dei loro predecessori. Come avvenne nel lontano1973 quando infatti alcuni medici, constatata nell’Appennino Centrale l’esistenza di gravi malattie causate da deficit di iodio, ottennero di condurre, anche con l’aiuto di tutte le realtà sociali presenti nel territorio e in particolare con l’Unicef,  una capillare prevenzione. Il loro lavoro, oltre i vantaggi pratici che produsse, fu pubblicato su riviste mediche e dibattuto in congressi nazionali ed internazionali avvalorando quanto ha detto Giovanni Paolo II “Bisogna avere  il coraggio di camminare in una direzione nella quale  nessuno ha camminato finora”. Allo stesso tempo la medicina  si trova sempre più di fronte a nuove sfide non tanto di natura scientifica quanto etica. Dopo l’invenzione della macchina “cuore-polmoni” ad opera del medico Gibbon, poi perfezionata da Lillehei nel 1954, apparve l’invenzione del polmone d’acciaio per evitare l’insufficienza respiratoria nei pazienti affetti da poliomielite: questa poteva indurre paralisi transitoria dei muscoli respiratori e, quando venivano aggrediti i nervi delle deglutizione, i liquidi andavano nella trachea con conseguente morte per broncopolmonite. Nel 1952 Ibsen introdusse una sonda nella trachea con un  palloncino dopo tracheotomia portando ossigeno ed aspirando i liquidi; da cui nacque il binomio “intubare e ventilare”. Quale il confine fra accanimento terapeutico ed eutanasia? Dove finisce l’uno e incomincia l’altra? Patologia da compassione. Chi di noi non si è lamentato dello scarso rapporto umano con i medici compreso il proprio medico di famiglia? Che abbiano ragione loro, i medici? Ci sia permesso di sorridere di argomenti così seri che ci coinvolgono ogni giorno e che evidenziano una carenza sempre maggiore dei rapporti medico- paziente-familiare e in parallelo un incremento del carattere tecnologico della medicina fino al punto che può essere il computer a fornirci la diagnosi, in base ai dati di laboratorio, stabilendo contemporaneamente i protocolli di cura. Gentilezza, umanità e rispetto sono spesso valori trascurati e sacrificati sull’altare dell’efficienza della cultura sanitaria moderna e forse su quello dell’inefficienza. In netta contrapposizione con il dilagante ed eccessivo distacco dei medici (che in giusta misura permette invece uno svolgimento professionale ottimale)  è stata identificata una nuova sindrome, la “fatica da compassione”, cioè del “patire insieme”, resa nota tempo fa a una conferenza di operatori della salute mentale australiani e neozelandesi. Alcuni medici infatti prendono talmente a cuore il dolore e la sofferenza dei loro pazienti da  farseli propri. Ciò può provocare un turbamento della loro salute mentale con l’insorgenza di questa particolare sindrome. Il medico può restare oppresso dai drammi dei pazienti fino a giungere all’esaurimento e alla depressione o addirittura a vivere gli stessi problemi arrivando anche a dei conflitti esistenziali insopportabili. In questi casi è consigliabile il ricorso a uno psicologo per raggiungere la piena consapevolezza della sindrome e almeno essere meno vulnerabili alle malattie fisiche causate dal continuo stress psicologico. Si potrebbe addirittura anche verificare una disarmonia tra il comportamento tenuto dal medico col paziente rispetto al comportamento da lui tenuto nell’ambito sociale, familiare e di lavoro. Il medico potrebbe cioè dimostrare dedizione al paziente e, al contrario, conflittualità e disamore nei confronti del prossimo in tutti gli altri ambiti sociali. E’ necessario per questi operatori scacciare ogni sentimento negativo nei confronti degli altri come risentimento, rancore, rabbia e sfruttamento per ristabilire un equilibrio nella vita senza incongruenze di comportamenti. Come ha detto A. de Saint Exupery “Esiste un solo e vero lusso, ed è quello dei rapporti umani”. Educazione  del paziente. L’O.M.S., secondo nuove direttive, considera l’educazione del paziente quale  priorità della terapia, soprattutto nelle malattie croniche, perché il paziente è aiutato a gestire la malattia da solo o con i familiari, a capire la patologia e la sua cura, a cooperare con i medici.  L’educazione del paziente è una sfida nel futuro della specialistica ambulatoriale e, al contempo,una tangibile risposta alle liste di attesa. Si potrà così infatti evitare una serie di richieste di prestazioni e di ricoveri con un aggravio di spese sanitarie per le strutture preposte. Il paziente potrà infatti  raggiungere obiettivi stabiliti in precedenza con il personale sanitario non in modo passivo (subendo una lezione) ma attivo, acquisendo comportamenti anche per la gestione quotidiana della malattia e, di conseguenza, l’uso degli aiuti sanitari, sociali ed economici disponibili nel territorio per vivere meglio o mantenere la propria qualità di vita. Gli specialisti e il personale sanitario, individualmente e in gruppo, dovrebbero inoltre metterlo in grado di aver un atteggiamento idoneo di fronte alle crisi, alle esacerbazioni e ai cambiamenti sociali ed ambientali che potrebbero influire sulla malattia. D’altronde il personale sanitario, da parte sua, non si può basare solo sulla conoscenza scientifica, ma occorre che comunichi in maniera empatica e riconosca i bisogni del paziente, dallo stato psicologico all’ambiente familiare, sociale o lavorativo e il suo grado di accettazione della malattia. Molte di queste nozioni, infatti, non si acquisiscono in esclusiva con la scienza medica, ma appartengono al semplice quanto complesso “saper fare” derivante dai rapporti umani, dall’imprescindibile comunicazione tra il curante e il curato.

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Author: Maurizio Gangemi