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Dopo un’esperienza difficile alla corte di Pulvirenti sei stato contattato dalla Reggina passando, così, da ex giocatore amaranto (nella stagione 1995/1996, n.d.r.) ad allenatore. Cosa ti ha spinto ad accettare la sfida (tua personale ma anche della Reggina stessa reduce da due stagioni che definire negative è un eufemismo) riducendoti, per altro considerevolmente, l’ingaggio? “Catania è stata un’esperienza negativa solo dal punto di vista dei risultati. Per tutto il resto, quello che concerne la vita di un allenatore, invece, la considero un’esperienza positiva. Da Catania ne sono venuto fuori cresciuto, ancor più motivato. Mi ha fatto sicuramente capire tutto quello che devo fare per ottenere dei risultati. Detto questo, cosa mi ha spinto a Reggio? Innanzitutto la Reggina e la storia di questa società e, poi, in seconda battuta, il fatto che Simone (Giacchetta n.d.r.) mi ha convinto.
Jack è stato colui che mi ha portato a Reggio, Jack è stato colui che mi ha convinto a rinunciare a parte del mio stipendio per sposare il progetto-Reggina. Sicuramente io rappresentavo una scommessa per la Reggina così come la Reggina rappresentava una scommessa per me visto e considerato che mi aveva preannunciato che saremmo partiti con una squadra giovane, da valorizzare, con l’obiettivo di fare un discreto campionato e di riportare la gente allo stadio ma senza alcun’altra velleità.” L’allenatore dev’essere “aziendalista” o, comunque, può mantenere quell’autonomia tanto da decidere “chi” avere e “chi non” avere in squadra? “L’allenatore oggi deve avere sia chi vuole sia chi non vuole, come dici tu. Dev’essere libero di scegliere a prescindere da quelli che sono i discorsi societari. E’ fuori dubbio che un allenatore, ad inizio stagione, deve avere subito chiaro qual è l’obiettivo della società: se è quello di valorizzare i giovani o di vincere il campionato (atteso che non si può vincere un campionato esclusivamente valorizzando i giovani giacché sono due cose che non posso coesistere). Basta essere chiari sin dall’inizio. Posso essere un allenatore “aziendalista”, com’è successo quest’anno, per valorizzare una squadra. Posso non essere un allenatore “aziendalista” e far liberamente le mie scelte sui giocatori a prescindere se essi provengano dal settore giovanile o meno. Ripeto, basta essere chiari dall’inizio da entrambe le parti.” La “costruzione” di una squadra quanto realmente è opera di un allenatore e quanto, invece, è legata alle esigenze societarie? “Quando c’è lo spirito di collaborazione tra allenatore e società, l’allenatore avalla delle richieste ma questo non vuol dire che la società sia tenuta a soddisfarle. Perché ci sono le esigenze economiche. Posso senza dubbio chiedere un giocatore alla società e magari la società sarebbe ben predisposta ad accontentarmi, ma poi non è detto che la trattativa vada a buon fine perché la cifra da spendere non è consona a quella che può essere sostenuta. L’allenatore, di concerto con la società – anche questo si fa molto prima, in sede di contatto tra i due (come detto giusto per esser chiari da subito) -, stila una lista con quelle che sono le preferenze del primo che devono coincidere, però, con quelle che sono le esigenze e le possibilità per l’altra. Si cerca, insomma, di venirsi incontro nello scegliere questo o quel giocatore più indicato per il tipo di atteggiamento tattico che l’allenatore vuole sviluppare. Ad oggi, per quel che concerne i miei soli tre anni di allenatore, non ho mai chiesto espressamente un giocatore. Le mie società mi hanno sempre proposto un giocatore che, magari, non conoscevo per la mia poca esperienza di allenatore ma che ho sempre accettato perché credo che un allenatore debba sempre e comunque tirar fuori il meglio da chiunque abbia davanti e debba allenare. Per cui, in questi primi tre anni da allenatore, non ho mai avanzato alcuna richiesta se non come quest’anno a gennaio sempre d’accordo con la Reggina. Non mi sono mai permesso di chiede la Luna né credo lo farò mai perché non voglio mettere in difficoltà il club per cui lavoro. La politica che ha scelto la Reggina l’ho condivisa sin dall’inizio ed è stato giusto, è giusto, che io la porti avanti.” Il ritiro in Val d’Aosta con i “separati in casa” che comunque hai dovuto gestire sino alla loro cessione. E’ difficile iniziare a lavorare gestendo questo tipo di problematiche? “Facile non lo è sicuramente anche perché quei ragazzi vivevano due stati d’animo totalmente differenti pur stando tutti insieme nello stesso albergo, mangiando sulla stessa tavola, vivendo nello stesso spogliatoio. Non è piacevole come situazione, insomma. Io con loro ho parlato chiaro in quanto erano giocatori della Reggina e che io allenavo e rispettavo soprattutto come uomini. Li ho allenati tutti quanti ma, ovviamente, fino al momento in cui la squadra doveva studiare la tattica e, per forza di cose, non poteva stare con 35 giocatori in campo. E’ allora che ho parlato chiaro dicendo che avrei proprio rinunciato a loro. Certo non è stato facile, ma credo che quei ragazzi, i “separati in casa”, possano confermare che li ho trattati come fossero dei miei giocatori a tutti gli effetti con le limitazioni che la situazione imponeva.” Quella che sta per concludersi è la prima stagione in cui, a Reggio, non si sente vociferare su presunti malumori all’interno dello spogliatoio. Affinché questo accada, secondo te, basta ottenere buoni risultati o c’è qualche “segreto” per mantenere un’intera rosa tranquilla? “Ho instaurato con i miei ragazzi, con tutti, un rapporto bellissimo. Sin dal primo giorno, ho detto ad ognuno di loro che non avrei regalato niente a nessuno. Ogni scelta che avrei fatto e che ho fatto erano frutto del lavoro che loro mi avrebbero ed mi hanno mostrato e devo dire che loro hanno meritato quello che hanno avuto. Tutti quanti. Allorquando ho reputato che uno di loro meritasse di giocare rispetto ad un altro l’ho scelto e l’ho fatto giocare. Quello che avevo detto poi l’ho fatto in pratica godendo di credibilità da parte loro. Ho sempre detto loro che la prima cosa alla quale tenevo era il rispetto, partendo da me stesso che dovevo rispettare loro (se non fosse stato così pretenderlo sarebbe stato difficile se non impossibile). Gli “uomini” prima di tutto, perché per me vengono prima gli “uomini” e poi i giocatori. Dopodiché, quando devo fare delle scelte tecniche non guardo in faccia nessuno. Considera che, per esempio, spesso ho lasciato a casa un giocatore del calibro di Giacomo Tedesco non convocandolo semplicemente perché qualcuno dei suoi compagni mi dimostrava che stava meglio di lui. Fin quando Giacomo non mi ha dimostrato di essere Giacomo Tedesco – uso lui come esempio per farti capire che vado oltre il blasone, la carriera, il nome – è rimasto a casa dimostrandomi, poi, di essere ancora un grandissimo calciatore. Qualche tuo collega ha provato ad innescare la bomba dicendo che io ce l’avessi con Giacomo, che noi due avessimo litigato ed altre fantasticherie dello stesso tenore messe in giro a Reggio e che io ho ascoltato. Tutto questo non è mai successo, sono certo del rapporto che mi lega a questi ragazzi così come credo che nessuno di loro si possa lamentare per come li ho trattati dando a tutti le stesse possibilità di potersi esprimere sul campo. Poi, certo, qualcuno l’ha colta al volo ed ha continuato ad indossare la maglia da titolare e qualcun altro non l’ha fatto andando fuori di nuovo.” In che modo gli allenatori (per definizione “capri espiatori” perché i primi a pagare se le cose non vanno) sono “ostaggi” dei giocatori che, così, possono decidere il loro futuro? “Il fatto che i giocatori possano decidere il presente od il futuro di un allenatore avviene perché, prima, l’allenatore si è mostrato debole al loro cospetto e nei loro confronti. In sostanza, se l’allenatore arriva al punto tale di mettere il proprio destino nelle mani dei giocatori vuol dire che assolutamente ha sbagliato prima. Io, dovunque sono andato, mi sono sempre preso le responsabilità di quello che facevo perché ho sempre deciso io (anche perché se decidono gli altri io responsabilità non me ne prendo). Perlomeno in questi tre anni di carriera (perché ho iniziato ieri a fare l’allenatore), posso dire che ho sempre deciso io e che non ho mai lasciato che i giocatori decidessero al posto mio ciò che sarebbe stato del mio futuro o del mio destino di guida tecnica. Tu mi ha sentito in tantissime volte in conferenza stampa prendermi le responsabilità di un errore o di una sconfitta, ecco questo è successo perché quelle scelte, magari sbagliate, erano le mie e di nessun altro. Quando un allenatore lascia che a decidere per lui siano i giocatori, vuol dire che ha sbagliato tutto prima.” Quale il giocatore che è cresciuto di più e quale quello che non è cresciuto come credevi potessi fare? “Il giocatore che è cresciuto di più credo sia stato Nicolas (Viola). Di lui, ad inizio anno, tutti ne dicevano un gran bene però credo che quest’anno sia stato determinate per lui con la crescita definitiva evidente a tutti. Invece, il ragazzo non che mi ha deluso ma da cui mi aspettavo molto di più per quello che mi aveva fatto vedere all’inizio è stato Lorenzo Laverone. Lorenzo ha avuto, non so per quale motivo o forse ho sbagliato qualcosa anch’io, una pausa dopo le cose eccellenti che mi aveva mostrato nei primi due-tre mesi qui a Reggio. Dopodiché la sua crescita si è interrotta, anzi è regredita. Sicuramente ho sbagliato qualcosa anch’io che dovrò rivedere e capire perché l’esperienza con lui non deve più verificarsi giacché voglio portare al massimo tutti i giocatori che ho a disposizione facendoli rendere al meglio ognuno di loro. Ecco, penso che con Lorenzo potevo gestire la situazione in maniera differente.” (intervista realizzata il 3 giugno 2011, continua)