E’ intollerabile quello che è successo ieri mattina davanti alla Questura di Reggio Calabria allorquando, dagli uffici, ben scortato dagli agenti di Polizia, è stato fatto uscire l’appena arrestato boss della ‘ndrangheta Giovanni Tegano. E’ intollerabile perché sintomatico di una “mentalità mafiosa” diffusa e radicata così tanto da apparire persino “normale” per qualcuno (ma non per tutti). Un boss di tale spessore, latitante da 17 anni, con già una condanna all’ergastolo e chissà quanti procedimenti aperti a suo carico, responsabile anch’egli della famigerata “guerra di mafia” che ha terrorizzato Reggio tra la fine degli ani ’80 ed i primi ’90, non può e non dev'essere oggettivamente definito “uomo di pace”. E’ intollerabile ma anche comprensibile. E’ pressoché normale, quasi fisiologico, umano diremmo che ad attenderlo davanti alla Questura ci fossero i suoi familiari, gli amici e “gli amici degli amici”. D’altro canto, perché non avrebbero dovuto andarci sul Corso Garibaldi?
Così come, allo stesso tempo, ci sono andati anche i congiunti degli altri 5 arrestati nell’ambito della stessa operazione di Polizia. Quanti erano? Chi ha scritto/detto centinaia e chi decine. Non li abbiamo contati certo, ma a noi centinaia non sono sembrati proprio. Ovviamente ci riferiamo a quanti hanno applaudito, a quanti si sono lasciati andare a scene di isterismo (nel video girato dal collega Antonino Monteleone), a quanti hanno urlato in suo (del boss) favore. Questi, secondo noi, non sono più di una ventina di persone. Forse trenta, ma non di più. Tutto il resto a far da cornice non era altro che una folla di curiosi che, probabilmente, durante lo “struscio” sul Corso in una giornata di sole primaverile, si sono fermati, appunto, incuriositi. L’Italia si è indignata per le immagini diffuse da ogni televisione e corredate dalla maggior parte dei servizi andati in onda dalla frase “Reggio applaude il boss” (o similari). Troppo scontato dire che non era Reggio che applaudiva il boss, ma semplicemente i di lui familiari. Eppure, nel Paese, si è diffusa questa notizia e non altra. Nemmeno, per esempio, che ieri stesso, in serata, una folla di gran lunga numerosamente superiore a quella della mattina, si è portata ancora davanti alla Questura per manifestare la propria vicinanza, la propria solidarietà, il proprio esserci a quegli uomini che duramente lavorano per diffondere la legalità in città ed ovunque. L’Italia s’indigna, giustamente, al cospetto di un’assai parziale informazione frutto di preconcetti obsoleti e stucchevoli. Sarebbe come dire che in Val d’Aosta tutte le mamme ammazzano i bimbi pensando al caso Cogne (o tanti altri purtroppo), o che in Lombardia tutte le coppie ammazzano i vicini pensando al caso Erba, o che ovunque si ammazzi chiunque. Non è così! Certo, non possiamo negare che la ‘ndrangheta c’è, esiste, è ben radicata ma anche molto meglio ramificata in ogni parte di quell’Italia che ieri si è indignata. Se Nicola Gratteri, uno dei magistrati in prima linea contro la ‘ndrangheta, arriva a dire ed a scrivere nel suo libro che la ‘ndrangheta è ovunque allora mi sa che sia incontestabile. Dobbiamo candidamente una cosa. Noi che conosciamo questa città, con tutti suoi pregi, tutti i suoi difetti, tutte le sue contraddizioni e tutte le sue sfaccettature più o meno piacevoli, siamo rimasti più perplessi leggendo le dichiarazioni del questore di Reggio Carmelo Casabona (nella foto). Casabona non può non sapere che quelle persone che applaudivano sono impossibile da considerare un “campione” tale da giustificare le sue parole. Non può e non deve non prenderne atto. Al nostro sapere chi erano quelle persone inquadrate in quei video trasmessi, fa da contraltare l’indignazione per le parole del questore che finge di non sapere. In primis, come detto, finge di non sapere che quelle decine di persone erano suoi congiunti (ovviamente del boss). Poi, finge di non sapere che, volente o nolente, Reggio era ed è la città in cui la ‘ndrangheta ha avuto i suoi natali e da cui si è espansa capillarmente in tutta Italia, in Europa e nel Mondo. Poi, finge di non sapere che, a tutt’oggi, a Reggio moltissime delle attività produttive, di quelle economiche e di quelle imprenditoriali in genere sono di proprietà (o, comunque, gestite), direttamente e/o indirettamente, di e da personaggi che, volenti o nolenti, con la ‘ndrangheta ci hanno avuto o ci hanno a che fare. Finge di non sapere anche l’esistenza del “pizzo”, del racket delle estorsioni, degli attentati incendiari, degli “avvertimenti”, della collusione con la politica, con la massoneria, con le mele marce della magistratura e delle forze dell’ordine. Non può non sapere questo, il questore. Ed allora la dichiarazione rilasciata a che “pro” se lui dirige una Questura tra le più indaffarate del Paese visto la mole di lavoro che ancora c’è da fare? Reggio non è “la” ‘ndrangheta ed i Reggini non sono “gli” ‘ndranghetisti. Reggio è la culla della ‘ndrangheta, questo si, ma la mentalità, la cultura, l’operosità della stragrande maggioranza dei Reggini non è ‘ndranghetistica seppur, con essa, ci convive e si confronta da sempre. Ecco perché noi siamo più indignati dalle parole del questore che dagli applausi di 30 persone e dalle notizie distortamente diffuse. Chi vede le immagini ed ascolta i commenti, non sa né può sapere. Chi conosce la realtà dei fatti e delle cose, invece, sa ed è abituato a questi luoghi comuni tanto che ormai non ci fa nemmeno più caso e prosegue la sua vita lungo i percorsi della legalità, della Giustizia giusta, dell’onestà e dell’amore per la propria terra che non consente a nessuno, e sottolineiamo a nessuno, di infangare. Anche se questi fosse un questore (nella fattispecie quest'ultimo non l'ha fatto ma, di certo, non ha reso comunque onore a Reggio ed ai reggini). Sia ben chiaro, ribadiamo, Casabona non l’ha fatto ma ha, secondo noi, comunque sbagliato a definire la mentalità attribuibile ai parenti del boss come “la mentalità Reggina”. Non lo è e non lo sarà mai, caro signor questore. Noi de “il Reggino” siamo e saremo sempre dalla parte delle forze dell’ordine che lottano, combattono e perseguono i loro obiettivi per diffondere la legalità ed eliminare il marcio che c’è (ovunque!). Saremo sempre dalla parte dei magistrati seri che operano verso lo stesso obiettivo. Saremo sempre dalla parte dei Reggini seri, perbene, onesti, che loro malgrado subiscono questa etichetta attaccatagli addosso. Noi ci saremo sempre a fianco di tutti coloro i quali sono impegnati in questa dura lotta contro “il male”. Ma saremo anche presenti allorquando chiunque dirà che la mentalità dei Reggini è quella di pochi, pochissimi, oggettivamente “interessati” personaggi. Lo scoop non sono stati gli applausi di quest’ultimi. Lo scoop è stato l’arresto (l’ennesimo) di un boss che ha dato anche a lei, signor questore, l’infelice input per accomunarci a chi era davanti alla questura ieri mattina. Con osservanza, un Reggino.