
Il fenomeno del “bullismo”, spesso sottovalutato, è tornato “in auge” dal 2007, anno in cui parecchi sono stati gli avvenimenti di cronaca purtroppo ad esso riferibili e/o riconducibili. Ricordiamo, per esempio, quella ragazzina di tredici anni che è stata violentata e, durante la violenza, addirittura ripresa con i cellulari. Ma ancor più indignazione ha destato il caso del ragazzo down schernito e malmenato dai propri compagni che, come se non bastasse, per completare l'opera, hanno pubblicato il relativo video su “Youtube” perché ritenuto, forse, dai bulli, “spassoso” o, peggio ancora, divertente.
Cerchiamo di andare in profondità, ossia di capire da dove possa trarre origini il termine “bullismo”. E' risaputo come derivi dal termine inglese “bulling”, ma in lingua italiana ha assunto un senso diverso sostanzialmente mitigato rispetto al suo reale significato. Infatti, in Italia viene detto “bullo” colui/colei che assume un comportamento da gradasso e che, spesso, tende a prevaricare senza mai però arrivare a quella cattiveria mista a sadismo che invece è tipica del fenomeno del bullismo (soprattutto in ambito scolastico). Ma da quali atteggiamenti si riconosce un “bullo”? Egli è essenzialmente aggressivo, poco tollerante nei confronti altrui e, proprio per questo, sfoga la propria ira su persone ritenute o evidentemente più “deboli”. Solitamente il bullo non agisce solitario, ma si circonda di un “branco” che lo appoggia pur senza partecipare attivamente agli atti di violenza contro la vittima designata. Tra l'altro, spesso si crea un circolo vizioso entro in quale imperversa solamente omertà e paura da parte dei ragazzi che assistono ai pestaggi rendendo, quindi, il “bullo” pressoché “protetto”. E così, silenzio e segretezza divengono potenti alleati del “bullo”, i cui misfatti passeranno dunque inosservati. Attenzione però, il “bullo” non è, come si potrebbe pensare, soltanto di sesso maschile, difatti è in netto incremento il fenomeno anche tra le ragazze che si fonda principalmente sullo scontro verbale e sulla derisione delle vittime. Ma allora cosa si può fare per evitare che queste manifestazioni divengano sempre più numerose diffondendosi a macchia d’olio? Certamente l’arma migliore è il dialogo dei genitori con i propri ragazzi. Parlando con loro, infatti, si potrà capire meglio come si svolge la loro vita fuori casa e come si comportano a scuola (magari coinvolgendo anche gli insegnanti). Una soluzione, ad esempio, potrebbe essere quella di far praticare lo sport che il/la ragazzo/a preferisce, educandolo dunque alla socializzazione ed al gruppo, al sacrificio finalizzato al raggiungimento di un obiettivo quale il vincere la gara, preparandolo, anche, all’eventualità del verificarsi una sconfitta. Sembra retorico, ma il dialogo tra genitori e figli è e rimane un aspetto di fondamentale importanza affinché si possa sperare in un futuro più solido e sereno degli adolescenti di oggi.