Sono preoccupato. Le notizie di cronaca è come se m’inseguissero, quasi mi perseguitassero. Non c’è settimana, ma probabilmente potrei dire “non c’è giorno” in cui non riceva comunicati stampa dalle varie forze dell’ordine a seguito delle loro “operazioni” contro questa o quell’altra “famiglia” presumibilmente (o, forse, certamente) legata ed integrata alla ‘ndrangheta. Non che mi sorprenda più di tanto, sia chiaro, non che mi scandalizzi oltre il lecito, quindi, per le notizie che leggo e che riporto su “Il Reggino” (nome della testata non scelto a caso, n.d.r.). Il “problema” non è ricevere conferme che la mia Città, la mia Terra, è terra di ‘ndrangheta (ci sono nato e ci vivo da oltre quarant’anni, troppi per non sapere da chi e da cosa sono circondato). Ciò che mi il dilania il cuore, ciò che mi fa imbestialire non è, quindi, l’atavica presenza dell’organizzazione che fa avvertire il suo esserci in quasi tutti gli spaccati della cosiddetta “società civile”. Non è questo, giacché, dopo oltre otto lustri di vita ci sono (purtroppo) quasi abituato e, probabilmente, (purtroppo) quasi rassegnato. Quello che mi ferisce, quello che mi mortifica, quello che mi offende è la sempre maggiore consapevolezza che ogni settore della società in cui vivo è, in qualche modo, "colluso". Tutti i settori, nessuno escluso.
E’ dell’altro giorno la notizia che un poliziotto falsificava documenti della Procura della Repubblica affinché li proponesse, a loro vantaggio (secondo lui), ai protagonisti di varie vicende giudiziarie ricattandoli e “cedendoli” solo dietro lauto compenso. E’ di qualche giorno prima la notizia di imprenditori nel settore alimentare che agivano in nome e per conto di una “famiglia”. E’ di qualche mese fa la notizia che un imprenditore nel settore del commercio nel campo dell’ottica, altro non era che un prestanome di un’altra “famiglia”. E’ dell’anno scorso la notizia che anche il proprietario di un lido sul lungomare era anch’egli un prestanome. E’ di qualche settimana fa la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati di un politico eccellente perché accusato di falso in bilancio ed altro. E’ di ieri la notizia, forse la più clamorosa per lo stretto collegamento ad un’istituzione, che ancora un’altra “famiglia” aveva messo le mani su una cospicua percentuale di una delle società compartecipate del Comune di Reggio di Calabria. Ovviamente, i prestanomi arrestati hanno tutti la faccia “pulita”. Probabilmente con difficoltà si sarebbe detto che fossero, appunto, prestanomi di questa o quella "famiglia". Il dubbio, però, non poteva non nascere se ci fosse soffermati sul loro tenore di vita, sugli abiti indossati, sulle auto guidate, sulle spese pubblicamente sostenute. E’ doverosa da parte mia una premessa. Essendo un garantista, la Legge e la logica dicono che si è assolutamente innocenti fino alla sentenza emessa dopo il terzo grado di giudizio. Così dicono e così è! L’arresto, di per sé, può non vuol dire quasi nulla se, poi, la Giustizia dirà che Tizio, Caio e Sempronio non saranno stati dichiarati colpevoli. Solo allora si avrà contezza se le accuse rivolte saranno state giuste o ingiuste. Premesso questo, vado avanti e mi riporto al titolo che ho scelto per questo Editoriale. Ditemi voi se un poliziotto fa quello di cui è accusato, se un politico fa quello di cui è accusato, se è vero che le “famiglie” si servono di prestanomi per essere presenti in ogni settore della vita quotidiana, se alcuni professionisti-prestanomi erano in società addirittura con il Comune, se tutto questo sarà dimostrato esser vero, cos’altro ci resta? Già solo le accuse che sono state mosse a tutti i soggetti interessati sono gravi, figuriamoci se per le stesse accuse fossero condannati in Cassazione. Ogni arresto che avviene nella mia Città (ogni arresto di persone estranee alla “famiglia”, intendo, ma di cui la “famiglia” si serve e, quindi, tanto estranee poi così non sono), ogni indagato tra coloro che, volente o nolente, mi rappresentano nelle varie sedi istituzionali è, per me, un colpo ricevuto. Un duro colpo. Un colpo alla mia orgogliosa regginità, al mio senso di appartenenza a questa comunità stracolma di gente straordinaria, un colpo persino al mio orgoglio strettamente personale. Ecco perché non gioisco, ma m'intristisco. Non è vero che, seppur non toccato in prima persona (e toccato lo sono stato qualche anno fa finché la Giustizia non mi/ci ha ridato ciò che qualcuno aveva presunto potesse togliermi/ci), “non sono affari miei”. Vero non lo è e non lo dovrebbe mai essere. Questi, in verità, che lo si voglia o no, sono affari di tutti i reggini. Soprattutto quelli perbene (e sono tanti) O, almeno, lo sono di tutti i reggini che hanno una coscienza ed una dignità ogniqualvolta intaccata da questa o quella operazione di polizia chiunque ne sia il destinatario. Sono affari nostri perché è sulle nostre spalle che si sono arricchiti, è sulle nostre spalle che hanno costruito i loro “imperi”, è sulle nostre spalle che ci hanno negato diritti e servizi. Io, reggino, così come non posso pensare di disconoscere l’esistenza di questa “piovra” dai tentacoli così tanto corollati di ventose capaci di portare a sé qualunque cosa le interessi, d’altro canto non posso non conoscere il carattere ed il modus operandi et vivendi del reggino medio. Il reggino medio è fatto così e se Nicola Giunta lo ha dipinto con dei tratti assai poco lusinghieri almeno una ragione la avrà avuta, o no? Il reggino medio non ha dignità da vendere, il reggino medio non ha orgoglio bastevole, il reggino medio vivacchia alla meno peggio cercando la fonte di sostentamento in qualcuno che secondo una sorta di scala gerarchica immaginaria sta al gradino sopra di lui. Il reggino medio, insomma, preferisce vivere di luce riflessa piuttosto che di luce propria. La giornata-tipo del reggino medio, quindi, potrebbe essere quella che prevede la passeggiata-struscio sul Corso di mattina per esser libero la sera. Giustamente molti non si rivedranno nella mia descrizione di cui sopra. Benissimo direi, sarebbe proprio ora che i reggini, tutti, s'incazzassero ed avesso un moto d'orgoglio, ma chi può negare che gli esempi non siano veritieri? Il reggino medio non sa cosa voglia dire “orgoglio campanilistico”, il reggino medio non onora la propria città ma, anzi, la denigra appena mette piede fuori dai suoi confini. Ecco perché, secondo Nicola Giunta, “Riggiu non vindiu mai ‘ranu!” Proprio per questo, perché non è mai stato capace di essere protagonista della propria vita personale e in comunità in senso positivo e, quando l’ha fatto, ci è riuscito in senso negativo saccheggiando la città che gli ha dato i natali. Ecco perché, oggi, io avverto quel particolare senso di disgusto, di nausea, di irrequietezza. La responsabilità di quello che le cronache ci hanno raccontato, ci raccontano e, ahimè, ci racconteranno ancora non è tanto di chi abusa della mia Reggio, ma di chi gli ha permesso di farlo. Permesso accordato, ancor più gravemente direi, tacitamente. Eh già, perché il reggino medio altro non fa che amare vivere nel limbo. In una posizione di mezzo in cui osserva ma non agisce, in cui scruta ma non si muove, in cui vede ma si gira dall’altra parte. Il reggino medio, come detto, non vuole essere protagonista della propria vita ma vuole che altri decidano per lui. Poco importa che gli neghino diritti o che gli neghino opportunità. Il reggino medio preferisce arrangiarsi e sopravvivere piuttosto che vivere come si deve. Ecco perché i predoni, che siano indigeni o stranieri, hanno avuto, hanno ed avranno vita facile. Bastano quattro caramelle o due noccioline ed il reggino medio si accontenta. Non ha “fame” il reggino medio, si sfama e ciò è bastevole (secondo lui). Legge i giornali e, probabilmente, commenta con un laconico “Io lo sapevo” oppure, peggio ancora, “Io l’avevo detto”. A chi l’aveva detto il reggino medio? E, se sapeva, perché è rimasto in silenzio. Certo, il Don Chisciotte che lotta contro i mulini a vento non piace a nessuno farlo (anche se qualcuno lo fa solo perché affamato di Giustizia e Verità), ma la cosiddetta “società civile” che s’indigna dov’è? A Reggio di Calabria, il reggino medio si fa i fatti suoi come se le cronache raccontassero fatti altrui. La cosa che più mi fa rabbia è che la mia Città, la mia meravigliosa Città, Reggio di Calabria (perché è così che si chiama, nonostante ci abbiano derubato anche del significativo ed esaustivo “di”), è quotidianamente offesa, vessata, vituperata, stuprata, saccheggiata, infamata e chissà cos’altro da qualcuno che ha ricevuto il tacito assenso dal reggino medio. Facile, troppo facile, sarebbe adeguarsi scegliendo strade più agevoli perché frutto di compromessi. La tentazione è dietro ogni angolo della città che, ricostruita “a scacchiera” dopo il terremoto del 1908, di angoli ne è piena. Più difficile, certamente, è il non cedere alle lusinghe. Non importa che la vita, in generale, sia in questo caso più difficile, che le strade siano più tortuose, che le porte siano chiuse. Ecco perché io, reggino, barcollo ma non mollo nonostante ogni arresto è (anche) colpa mia!