Ciao, Bruno…

Sono incazzato nero con Te, mio caro Bruno. Sono incazzato perché te ne sei andato senza preavviso, senza nulla che lasciasse presagire il Tuo “volerTi” allontanare da me, insomma. Ieri mattina all’alba, al mio arrivo in Istituto, il cazzeggio quotidiano con amici/colleghi, prima di timbrare con il badge ed entrare in ufficio, aveva come un altro sapore rispetto al solito. Credo che Tu capisca cosa voglio dire. Sai quando ti levi di buona lena ma avverti quel fastidio per qualcosa che percepisci non quadri ma non ti dai una spiegazione logica? Ed allora cominci a pensare ed a cercare di ricordare se, per caso, hai dormito male per l'afa, o se la gattina ti ha spezzato il sonno con le sue fusa sul letto, o se hai fatto brutti sogni che ti hanno inquietato. Ecco, quella sensazione lì. Lungi da me dal neppure minimamente immaginare l’arrivo di una di quelle notizie che non vorresti mai ti raggiungessero. “Boh, sarà solo un inizio di giornata storto”, pensavo. L’apertura dell’ufficio, il disbrigo delle pratiche inerenti il giorno prima, la sistemazione delle cartelle dei pazienti che di lì a poco si sarebbero ricoverati, l’apertura dello sportello e, quindi, l’inizio del solito, ripetitivo, rituale giornaliero.

Poi, tutt’un tratto, una telefonata. Una donna in lacrime che chiede conferma della notizia appena giuntale: “Sai s’è vero che Bruno è morto?” Ed è in quell’esatto momento che il sangue ti si gela dentro. Si, ti gela. Perché il semplice dubbio che ti viene messo così tanto bruscamente in testa, è capace di farti scorrere i brividi lungo la schiena e di paralizzarti. Ti paralizza i pensieri, ti paralizza la mimica facciale, ti paralizza le corde vocali che, comunque, devi usare per proferire qualche parola ai pazienti che hai davanti e che, evidentemente, percepiscono che qualcosa, al di là dello sportello, non quadra. Ed allora continui a lavorare, si, ma con la mente impegnata in un turbinio di pensieri: “Ma che succede? Ma da dove le è saltato in mente di fare quella domanda? Ma chi è che ha messo questa sgradevole voce in giro?” E continui a lavorare meccanicamente con la testa altrove. Tutto questo per pochi ma interminabili minuti. Fino a quando, cioè, entra in ufficio una collega ed invece del solito “Buongiorno!” quasi urlato a romperti i timpani (ma così bello da ascoltare che quotidianamente ti rincuora), ci guarda negli occhi e scoppia a piangere singhiozzando “No, lui no. Non lo doveva fare”. Ed è proprio in quel momento che ti senti crollare una parte di mondo addosso. “No, non è possibile!”, pensi. E lo pensi così tanto fortemente quasi da convincerti che la realtà è un’altra. I minuti passano, il lavoro prosegue, i pazienti si avvicinano in silenzioso rispetto verso di te capendo che non hai l’umore giusto per nessun genere di polemica o di discussione. Il tuo sguardo è dritto, ma assente. Il tuo pensiero, come in un flashback, srotola la bobina del film del vostro rapporto. Io e Te non eravamo amici. Non siamo mai usciti insieme per una passeggiata, forse una volta sola abbiamo pranzato allo stesso tavolo in quel di Gambarie con miei e tuoi colleghi. Non eravamo amici ma il nostro rapporto era solare, piacevole, scherzoso, fatto di tanto in tanto di piccole prese in giro, così, giusto per ridere un po’. Ed il martedì, quando tu eri in ambulatorio e noi trovavamo decine di pazienti ad aspettarti? Quello era il giorno più “duro” dal punto di vista lavorativo, ma anche il più piacevole perché in Sala 4 non c’era un medico qualunque, c’era il dottor Guarna. 50, 60, 70, quante visite facevi il martedì? Quante volte hai visitato miei amici, o conoscenti, o amici degli amici che venivano a chiedermi una visita con te ed io, grazie alla tua perenne ed assoluta disponibilità, ti accompagnavo tra una visita prenotata e l’altra? Quanti, Bruno? Centinaia direi, giusto? Ti ho conosciuto nel lontano 1993, anno del mio ingresso in Istituto ed ultimo anno del tuo servizio di Guardia al Pronto Soccorso dello stesso. Mi impressionò l’assoluta divergenza tra il tuo aspetto fisico (molto alto e robusto) ed il tuo contrastante carattere: buono, mansueto, disponibile, sempre sorridente e tranquillo. Poi sei andato via e, 4 anni dopo, sei tornato con noi. Discepolo dell’allora primario, Tito Borruto, hai appreso da lui l’arte della difficile e delicata chirurgia delle mano e, più genericamente, dell’intero arto superiore. Hai imparato tecniche e segreti e li hai messi a disposizione dei bisognevoli. Come si dice? Secondo “scienza e coscienza”, giusto? Ippocrate è stato fiero di te, Bruno. Dal 1997 a ieri, il nostro, è stato un rapporto solare, aperto, squisito. Ma non solo con me, ci mancherebbe: non ho sentito NESSUNO avere mai alcuno screzio con te. MAI! Ed era proprio questo che ti invidiavo: “Come cavolo fa a non litigare con nessuno? Come diamine riesce a conciliare tutto e tutti ed a far sì che, comunque, non s’incazzi mai? Boh! Per me, questo, resterà un mistero. O forse no? Magari la risposta l’ho sempre avuta sotto gli occhi: mi bastava guardarti, osservarti mentre parlavi ai pazienti facendo su un foglio uno schizzo anatomico spiegando loro dov’era il problema e qual’era la soluzione. Si, è così di certo. Chi ha coniato l’equazione “molti nemici=molto onore”? “Molti nemici, molto onore” non significa che c'è onore nell'essere odiato da molti, significa invece che l'onore risiede nell'affrontare da solo una pluralità, un nemico considerato imbattibile, un destino impossibile.  Lo coniò un tale Giulio Cesare che, così, catechizzò i suoi legionari in numero dieci volte inferiore rispetto al nemico ma consentendogli ugualmente di sconfiggerlo. E’ veritiera quest’equazione? Forse! Di certo so che, nel tuo caso, il “molto onore” corrisponde a “molti Amici”. Sai quante persone ho visto piangere per Te? Sai quanti amici mi hanno chiesto di Te? Sai quanta gente, ieri mattina, è rimasta esterrefatta al venire a conoscenza della triste notizia? Lo sai, Bruno. Sono certo che a quest’ora, da Lassù, ci guarderai, sornione come Sei, compiacendoti del nostro dispiacere avendo conferma di quanto ti volessimo bene. Ma perché, scusa, dovevi andare fin Lassù per scoprirlo? Non ti bastava passeggiare nei corridoi dell’Istituto? Non era necessario incontrarci con gli sguardi? Non era sufficiente la moltitudine di pazienti che avevi dietro la porta? Ricordi quando Ti prendevo in giro e Ti dicevo che, si, era vero che avevi l’ambulatorio pieno con più pazienti in piedi che seduti, ma anche che facevi “interventucoli” del piffero (s.t.c. o morbi vari) e che, invece, “ortopedia seria” non ne facevi quanto gli altri? Lo ricordi? Quante risate. E la Tua passione per l’i-Phone? Quante volte mi hai chiesto se Ti vendessi il mio? Vedi, mio caro Bruno, quando accadono cose come quelle che sono accadute a Te, a me, uomo normale, vengono in mente tanti “perché”. Sono un cattolico credente, magari non praticante come molti altri, ma credente. E credo sia normale che mi interroghi sul “perché” Tu e non altri, magari, secondo il mio umano giudizio, assai meno meritevoli di vivere serenamente. La risposta a questi “perché” non è semplice e le scuole di pensiero sono molteplici. Io, nel mio piccolo, penso che Nostro Signore non ami circondarsi Lassù di personaggi squallidi. Voglio credere che in Paradiso ci sia posto solo per i “migliori” e che, Lui, i “migliori” li chiami a Sé lasciando gli altri ad espiare le proprie colpe in terra come i comuni mortali. Ecco, si! Ho deciso, è così e basta! Da ieri notte Tu sei Lassù con Lui (di certo Ti avrà fatto molto spazio considerata la stazza, giusto?) e ci guardi da una posizione assai privilegiata. Certo è, però, ch’è assai difficile convincersi di questa mia teoria. Sai, Bruno, il dolore quaggiù è tanto, quasi insostenibile. La Tua famiglia, i Tuoi cari, tutti noi non riusciamo a capacitarci della “novità”. Non sarà per nulla facile “abituarci” alla Tua assenza e semmai Tu, per un solo attimo, avessi pensato che in pochi avrebbero notato la Tua assenza, allora ti sei sbagliato di grosso. Cavolo che errore che hai fatto! E’ calato il buio, Bruno. Te ne sarai accorto di certo, avendo Tu e Lui abbassato le tende su questa parte del pianeta per alzarle dall’altra. E’ giunto il momento di ritirarmi e, quindi, di salutarti con un semplice “ciao”. Ciao, Bruno. Buonanotte, ci si “rivede” domattina. A proposito, fammi una cortesia (l’ennesima): mi saluti i miei nonni e tutti gli Amici che ho perso nel corso della mia vita? Pian piano Te li staranno presentando tutti, ne sono certo. Vi divertirete, tutti insieme Lassù. Prima che dimentichi, per cortesia, ogni tanto dai uno sguardo giù e spendi qualche parola buona per tutti noi con Lui (sai com’è, una “raccomandazione” non guasta mai). ‘Notte, Bruno.

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Author: Maurizio Gangemi