Lo abbiamo conosciuto in occasione della prima fase del ritiro pre-campionato in quel di Saint Christophe (AO). Era la prima volta che destinavamo una parte delle nostre tanto agognate ferie al seguire di persona come la “nostra” Reggina si stesse preparando e, soprattutto, cosa le avessero lasciato due stagioni calcistiche che, a voler essere buoni, potremmo definire disastrose e fallimentari (sotto ogni punto di vista). Non sappiamo il “perché” della nostra scelta non dettata da esigenze lavorative ma solo dal “piacere” di esserci: forse l’allenatore giovane; forse il capire di trovarsi in un momento topico perché difficile; forse la nostra personale voglia di rivalsa dopo la stagione 2008/2009 culminata con la retrocessione dalla A e quella 2009/2010 iniziata in pompa magna e terminata con una mesta salvezza all’ultima giornata; fors’anche il nostro voler essere in qualche modo “protagonisti” dei primi giorni di vita della “nuova” Reggina in cui, inconsciamente, credevamo già da allora senza che, apparentemente, ve ne fosse un motivo tangibile.
In fondo, pensavamo che "peggio di come si è fatto negli ultimi due anni non si può fare" ed eravamo desiderosi, tutti (ma il “tutti” lo abbiamo capito pian piano), di sfatare quel detto secondo cui “non c’è due senza 3”. Il “3” non c’è stato. Anzi. La Reggina di Atzori è, oggi, impegnata nella semifinale playoff che potrebbe (ri)portarla nel calcio che conta. Gianluca, condottiero dell’armata amaranto giunta al sesto posto in classifica (ultimo utile per tentare la scalata alla A), ha contribuito in maniera importante a (ri)posizionare quella corona che compete ad una Reg(g)ina che sembrava ormai sul punto di abdicare. Certo, siamo consapevoli che, ad oggi, nonostante un campionato straordinario ed andato ben oltre le più rosee previsioni, l’obiettivo di lasciare la cadetteria non è raggiunto, ma “stiamo (stanno) lavorando per voi (noi)” La Reggina, oggi, c’è ed è anche, o forse soprattutto, merito suo. A testimonianza del nostro credere in lui sin dalle prime impressioni raccolte, riportiamo qui alcuni stralci dei nostri articoli dal ritiro. Il 26 luglio 2010, sulle pagine de “il Reggino” scrivevamo: “Altra nota piacevole è, per quel che ci riguarda, proprio il mister Atzori: schietto e diretto, con una mimica facciale di facile interpretazione che completa le parole dette, appare una sorta di sergente di ferro che, come lui stesso sostiene, ha il dovere di tenere unito il gruppo, farlo lavorare con profitto e dare ai suoi giocatori quelle nozioni di tecnica e di tattica affinché tutti insieme si arrivi all’obiettivo finale che, come in altra parte del sito, indica nel “far bene” e “far tornare l’entusiasmo” verso la sua squadra ai tifosi reggini decisamente distaccatisi fors’anche perché “traditi” da un paio di stagioni a questa parte. Di lavoro ce n’è tanto da fare, ma nessuno (o quasi) qui ha voglia di oziare.” Il 27 luglio 2010 (ancora dal ritiro): “Sta facendo lavorare i suoi uomini con rettitudine ed impegno dimostrando in primis entrambi lui stesso ed il suo staff. In perfetta sinergia con il suo secondo Andrea Bergamo, il preparatore atletico Carlo Simionato, il preparatore dei portieri Andrea Sardini e Ciccio Cozza, ha stilato un programma duro e faticoso con un solo obiettivo: essere pronti il 22 agosto allorquando inizierà il suo primo campionato di B. Gianluca Atzori ha le idee chiare e lo dimostra ad ogni istante vestendo i panni di quel “sergente di ferro” che abbiamo avuto modo di conoscere ed apprezzare in questi giorni di nostra presenza in ritiro. E’ un tipo che non usa fronzoli ed alchimie particolari per trasferire il suo “credo”. E’ stato molto sfortunato a Catania e non vuole perdere più tempo o terreno, segue gli allenamenti come pochi ed è legittimamente pretenzioso.” E poi, ancora, il 16 ottobre 2010: “Nessun entusiasmo spropositato, ma andiamo avanti con i piedi per terra partita dopo partita annotando i progressi che questa squadra fa di volta in volta e constatando che, non ce ne voglia nessuno, la vera forza di questo gruppo è Gianluca Atzori. Un uomo che sa quel che vuole, determinato, ambizioso e che ha imparato tanto dall’esperienza negativa di Catania. Accanto a lui, ovviamente, un gruppo di giovani giocatori che lo seguono, da lui imparano e, soprattutto, assimilano nozioni e carattere. Questi ragazzi meritano di avere con se il pubblico allo stadio, stanno lavorando sodo e stanno raccogliendo risultati probabilmente non immaginati e che l’anno scorso erano solo un miraggio. Quest’anno, piuttosto che sparare proclami, …, piuttosto che essere ed apparire presuntuosi ed arroganti senza che ne sia ravvisata l’opportunità o che ne si abbia titolo per esserlo, piuttosto che tutto il resto a cui abbiamo assistito nelle ultime due stagioni, questi giovani calciatori, questo giovane allenatore, questo “giovane” modo di agire da parte della Società (che pure ha moltissime responsabilità sulla retrocessione nel 2009 e sulla stagionale fallimentare terminata a maggio), sta dimostrando con i fatti che merita i risultati che sta ottenendo con fatica, sudore e, soprattutto, umiltà. Brava Reggina, così Reggio ti vuole, così Reggio (ri)tornerà ad AmArti AncorA!” Il 9 novembre 2010: “La Reggina, come detto, è evidentemente molto stanca ma regge grazie al carattere trasferitogli dal proprio allenatore. Adejo è colpito dai crampi, l’arbitro lo invita ad uscire dal campo per farsi soccorrere ma Atzori lo ributta dentro a soffrire come gli altri ed a lottare con gli altri. Gli amaranto sono distrutti, barcollano ma non mollano. E sabato al “Granillo” c’è il match-clou della XV^ giornata contro il Toro. La gara, finalmente, finisce! La Reggina esulta andando a salutare la ventina di tifosi che l’hanno seguita in terra veneta e lo fa legittimamente per via di questo risultato importantissimo soprattutto in proiezione futura. Brava Reggina! Bravo Atzori!” Questi alcuni stralci del nostro pensare su di lui senza andare oltre perché vi annoieremmo. Potremmo continuare ancora, è vero, ma vi “graziamo” perché fortunatamente lontani anni luce da qualsivoglia volontà o desiderio di auto-incensarci anche perché la Dea bendata vuole che i nostri scritti manent e non amiamo il vezzo di coloro i quali preferiscono usare parole che volant così tanto che, a seconda di scirocco o tramontana, possono cambiare, rivoltarsi, essere negate o confermate perché determinate da eventi momentanei. Abbiamo scelto questi tre esempi nel nostro archivio sol perché esaustivi e non certo per l’insana abitudine ‘rriggitana dell’ “io l’avevo detto”. Lo incontriamo per una chiacchierata a quattr’occhi, ma sotto lo sguardo vigile di almeno altri sei (il collega Gianpiero Versace – responsabile area comunicazione – e gli amici Paolo Frascati – responsabile area marketing e commerciale – e Maurizio Cacozza – team manager -), prima dell’allenamento pomeridiano a 24 ore di distanza dal match con il Novara valido per la gara d’andata della semifinale playoff. E’ un incontro richiesto da noi che, a dir la verità, siamo poco avvezzi al solito clichè di domande preconfezionate a cui corrisponde lo stantio ripetersi di risposte troppo spesso scontate. Vogliamo di più, molto di più, e sappiamo che con Gianluca possiamo ottenere il risultato sperato. Smaltiti i convenevoli di turno ed approfondito un tantino in più quando detto nella conferenza post-gara di ieri sera, possiamo iniziare la nostra amabile chiacchierata “a viso aperto”. Iniziamo a raccontare il Gianluca uomo. Di certo ti è mancata la tua famiglia, come sei riuscito a gestire quei momenti in cui avevi voglia di averla accanto? “E’ stato ed è difficile star lontano dalla mia famiglia, dai miei figli. E’ questa la faccia della medaglia del mio lavoro che proprio non sopporto perché mi porta lontano da loro. Oggi so che l’età che hanno i miei figli non tornerà più, perciò mi sto perdendo la loro crescita. Ho una bimba di 4 anni che, l’ultima volta che sono stato a casa, mi ha nascosto la valigia sperando che servisse per non farmi ripartire. Queste cose sono state difficili da mandare giù e, se ci penso, mi viene da piangere e non nascondo che in alcuni momenti, in quelli in cui mi sono mancati di più, qualche lacrima l’ho versata. Lo posso dire tranquillamente perché la mia famiglia è la mia forza e sapere che loro stanno bene per me è importante. Ho scelto di fare un lavoro che, come in questo caso, mi porta lontano dalla mia famiglia e siccome ho deciso di farlo senza che mi obbligasse nessuno, il sacrificio – l’unico che faccio perché è il lavoro più bello del mondo per me, quello che ho sempre sognato di fare – mi pesa tantissimo ed a cui sopperisco sapendo che stanno bene e che sono sereni. Vado avanti, insomma.” (intervista realizzata il 3 giugno 2011, continua)