
Il titolo non è scelto a caso. Con esso vogliamo far riferimento a coloro che, tra la fine degli anni ottanta e primi anni novanta, avevano tra i 16 ed i 22 anni e che sono cresciuti senza troppi ideali, distaccati dalla politica e da ogni genere di protesta collettiva, argomenti questi difficili da discernere per loro perché troppo impegnati a confondersi con l'ambiente di cui facevano parte. Insomma, una generazione che da sempre ha preferito non esibire differenze e che perciò definiremo “astratta”.
Desideriamo riflettere proprio su coloro i quali oggi hanno tra i 30 ed i 40 anni. E’ la generazione di transizione da parecchi punti di vista. Quella che ha più sofferto di crisi d’identità, quella che tutti, proprio tutti, criticano aspramente ma che, nonostante tutte le difficoltà incontrate nel corso degli anni, resiste con dignità. Premettendo che ognuno di noi non viene segnato esclusivamente dalle esperienze personali, ma anche dal periodo storico che ha vissuto, tentiamo adesso di ripercorrere gli avvenimenti che negli anni presi in considerazione hanno influito, in maniera decisiva, alla formazione di una mentalità disfattista nonché rinunciataria. Ripercorrendo alcuni avvenimenti del passato ci chiediamo se ed in che misura quest’ultimi abbiano potuto contribuire alla formazione di tale forma mentis negli adulti di oggi. Questa generazione ha assistito alla caduta del muro di Berlino (avvenuta nel 1989) riuscendo così a guardare ben oltre quel confine penalizzante eretto per “dividere”. Si tratta di quella generazione che ha voluto con convinzione che l’Italia entrasse a far parte dell’Europa. Negli anni che vanno dal 1992 a seguire hanno assistito allo scandalo “Tangentopoli”, nonché alla morte di quei giudici, Falcone e Borsellino su tutti, che tanto hanno lottato contro la mafia e la corruzione fino a morire per i propri ideali. Ed ancora, nell’intervallo di tempo considerato abbiamo visto scomparire dei grandi partiti politici e nascerne, invece, altri che hanno accresciuto l’astio nei confronti della maggior parte delle istituzioni dello Stato nonché l’evidente disinteresse, fino ad arrivare ad una sorta di apatia oseremmo dire, per l’attuale “politica”. La generazione di mezzo o “invisibile”, così come “i più” amano definirla, è quella che ha vissuto e vive ancora le conseguenze della crisi economica che si sposa bene con la precarietà nel lavoro (anche se molti amano chiamarla “flessibilità”). Da qui il non poter essere indipendenti dalla famiglia di origine e, come “ciliegina” sull’ormai andata a male “torta”, il doversi sorbire il nomignolo, tutt’altro che simpatico, di “bamboccioni” coniato da un Ministro della Repubblica che, di certo, non ha alcun problema ad arrivare alla fine del mese! Questi “ragazzi” del ‘60/’70, sono, inoltre, i primi che nel corso della storia hanno avuto minori possibilità e prospettive rispetto a quelle avute dai propri genitori. Ma c’è anche da dire, “spezzando una lancia” in loro favore, che la generazione “astratta” è quella che, arrivata a 30-35 anni, è ancora pronta umilmente a rimboccarsi le maniche ed a ricominciare daccapo mettendosi in discussione. E’, indubbiamente, una generazione stanca di dover subire supinamente ciò che gli viene propinato dalla società ed, in particolare, da coloro che stanno ai vertici e che, probabilmente, meriterebbero di stare “altrove”. Si tratta, quindi, della prima generazione che potrebbe ancora azzardarsi a guardare al futuro del nostro Paese senza il rimpianto o la tentazione di doversi voltare indietro.