“Ecco tutti i segreti del metodo Fallara”, “La dirigente modificava a penna i mandati” (Calabria Ora), “I conti erano taroccati. Buco da 170 milioni” (il Quotidiano della Calabria). Sono solo un esempio dei titoli che la stampa odierna dedica all’ennesima pagina buia dell’ultracentenaria storia di Reggio di Calabria. I primi due, sottili ed arguti per chi li sa leggere con altrettanta scaltrezza di chi li ha scritti, “girano” (tutte o quasi) le responsabilità della grave situazione economica in cui versa il Comune reggino addossando (troppo banalmente e superficialmente) alla defunta dirigente dell’Ufficio Finanze, morta suicida nel dicembre scorso, seguendo una “linea” chiara, ferma, decisa ma anche non credibile che sin da subito (nell’estate del 2010) qualcuno dettò. Il terzo, invece, è, a nostro modo di vedere, sicuramente più obiettivo e verosimile rispetto agli altri. La sostanza, però, non cambia. Chi ha detto che “siamo alla frutta” è un inguaribile sognatore. Chi, andando oltre, ha detto che “siamo all’amaro” è ancora un ottimista. Chi, invece, più o meno timidamente, comincia a pensare, rendendosene sempre più conto, che il processo digestivo è non solo iniziato ma anche concluso e che, quindi, “siamo sul Pozzi-Ginori” impegnati nel liberatorio esercizio di eliminazione delle scorie (30 cm sotto di noi), allora, probabilmente, altro non è che realista.
Ciò che da sempre si percepisce, ciò che da sempre “si dice in giro”, ciò che da sempre si legge sui giornali non prezzolati e senza padroni, oggi (ma anche ieri) prende forma e si manifesta corredato da un’onda d’urto di magnitudo elevatissima. Reggio di Calabria è, da sempre, foriera di regalìe, strani permissivismi e particolari immobilismi. Ma ciò che ci chiediamo ha del semplice e del complesso al tempo stesso: ci si accorge solo oggi di ciò che è successo e, probabilmente, succede? Possibile che, noi reggini, siamo stati e siamo ancor oggi degli emeriti cretini tali da non capire nulla? Oppure, com’è che siamo stati tanto ingenui (è un eufemismo) da credere che tutto l’oro luccicasse e che i nostri politicanti fossero tutti novelli Babbo Natale? Dove eravamo, noi reggini, quando la nostra Città, una delle ultime in classifica circa il reddito pro-capite più basso d’Italia (d’Europa e del Mondo, aggiungiamo), da “Cenerentola” si tramutò in “Principessa”? Chi aveva in mano la bacchetta magica? Possibile che ci siamo lasciati prendere per i fondelli subendo passivamente e senza nemmeno porci la domanda “da dove sono spuntati fuori tutti ‘sti soldi”? E certo, perché per vivere 8 anni da leoni, dopo averne vissuti decine da pecora (e doverne vivere chissà quanto altri ancora da c…ni), non basta solo una “buona Amministrazione”. Serve, soprattutto, il vil denaro (che tanto “vil” non è tant’è che molti lo inseguono all’insegna del motto secondo cui “il fine giustifica i mezzi”, sempre e comunque). Abbiamo sempre sostenuto (dimostrandolo con i fatti: il nome, prima fortemente voluto, e poi, finalmente, dato a questo periodico online altro non è che una testimonianza seria, reale ed ineluttabile di quanto sosteniamo) che la nostra Città, Reggio di Calabria (sì, perché è così che si chiama), sia “bella e dannata”. Oggettivamente, credendo di non far torto a nessuno (e se qualcuno si offende poco ci importa), è paesaggisticamente, climaticamente e geograficamente la più bella dell’intera regione (e fors’anche di moltissime altre città italiane). Altrettanto oggettivamente, però, è “dannata”. Una “dannazione” non per volontà (diretta) Divina, ci mancherebbe, ma evidentemente per uno strano scherzo del destino giocato a Darwin ed alla sua “teoria sull’evoluzione della specie”. Siamo, noi reggini, forse l’esempio più lampante di come, fallita l’evoluzione da generazione in generazione, non solo non ci sia stata una stasi rispetto al modo di pensare e di vivere proprio dei nostri genitori, ma addirittura ci siamo involuti rispetto a quella che qualcuna, politicamente parlando, definì “la prima repubblica”. Innamorati fino allo stremo della nostra Reggio di Calabria, ossequiosi di essa ogni istante delle nostre giornate (non solo a parole come i più), siamo, anche, i suoi più leali denuncianti le innumerevoli contraddizioni di cui certo non si priva. Una su tutte, evitandovi un’enciclica su tutto ciò che è scontato, è l’aver lei partorito (anche) una parte (buona o scarsa che sia) di reggini che da essa non si sono soltanto nutriti, ma hanno esagerato fino a prosciugarla, dissanguarla fino all’ultima goccia. La situazione di Reggio di Calabria, oggi, altro non è che questa. Una Città meravigliosa ma deturpata, vessata, saccheggiata, schernita, impoverita ed abusata dai suoi stessi figli. Non crediamo più, da tempo ormai, né nella politica né tantomeno nei politicanti di oggigiorno. In sostanza, non li riteniamo meritevoli della nostra fiducia. Nessuno! A “destra” o “sinistra” (ammesso che esistano ancora “destra” e “sinistra” e che non sia, invece, tutto riconducibile ad un’unica “pastetta”), non crediamo ci sia qualcuno migliore di qualcun altro. La sensazione più forte che abbiamo avvertito stamane, leggendo i quotidiani, non è stata quella di sorpresa (e perché mai notizie del genere potrebbero o dovrebbero sorprenderci?), bensì quella della mortificazione. Si, ci siamo sentiti mortificati nel nostro intimo. In una di quelle cose a cui teniamo di più: la nostra Regginità! Siamo ben oltre la quarantina, abbiamo vissuto periodi bui della nostra amata Reggio di Calabria. Troppo piccoli, allora, per assistere con cognizione di causa ai “Moti di Reggio”, abbiamo letto i libri che raccontano le gesta dei nostri genitori a difesa della propria Città. Ricordate? Qualche rigo addietro davamo un cenno di come la “teoria dell’evoluzione della specie”, a Reggio, sia diventata quella “dell’involuzione”. Ecco, chi di voi, come noi, ha letto la storia dei “Moti” non avrà difficoltà alcuna a capire come quella generazione era fatta di tutt’altra pasta rispetto a quella attuale. Non che, adesso, con questo Editoriale, stiamo inneggiando alla sommossa (ci mancherebbe), ma l’esempio ci è utile per dare il senso di come stavano e di come stanno le cose. 41 anni addietro, i Reggini scesero in piazza per difendere la loro Città dal “furto” del capoluogo di regione. Non ebbero paura di sfidare lo Stato presente in città con i cingolati ed andarono dritti incontro ad arresti, esili e perfino alla morte. “I tempi son cambiati”, direbbero i ben pensanti. Ma perché, quello che leggiamo sulle pagine di cronaca dei quotidiani, non è anche un “furto” perpetrato ai nostri danni? E se lo è (come lo è) è meno grave di quello relativo al capoluogo? Chi (chiunque sia stato non c’interessa) è stato l’autore del “furto” odierno è meno colpevole dei responsabili di allora? Il “derubato” è solo la Città o lo siamo, anche, noi Reggini che saremo costretti a rimpinguare le casse del Comune saccheggiato? La parola “comune” è una parola scritta, così, a caso oppure identifica qualcosa che appartiene, volenti o nolenti, a tutti noi? Chi offende la Città, offende solo Reggio o offende anche noi in quanto Reggini? Ancora qualche riga addietro, abbiamo fatto un flebile riferimento alla “prima repubblica”. Anche nel primi anni ‘90, doveva arrivare “Che c’azzecca?” a rivelarci (parte) dei mali dell’Italia oppure le “abitudini” dei politici di allora erano notorie? Oggi come allora, era davvero necessario che arrivasse qualcuno (“Che c’azzecca?” o gli ispettori) a stilare una relazione per spiegarci che Reggio di Calabria è stata derubata, vessata ed offesa? Ecco perché i mali di Reggio non sono causati da un arcano disegno celeste, bensì dalla testa dei reggitani. Siamo proprio sicuri che la “prima repubblica” fosse peggiore della “seconda”? Almeno, i politicanti di allora, facevano ciò che volevano ma lasciavano traccia tangibile del loro passato attraverso lasciti di opere “a futura memoria” utili per la collettività. E quelli di oggi? A parte qualche piazza e qualche fontana, cosa ci rimane di 8 anni di sperperi? Leggiamo oggi di un avviso di garanzia illustre (nella foto un fermo immagine tratto da Sky TG 24). Il fatto nè ci risolleva il morale, né muove in noi sensazioni di appagamento. No, non è questo il nostro stato d’animo. Non siamo contenti e non ridiamo delle disgrazie altrui. La notizia ci ferisce ancor di più della consapevolezza che ci è stato sottratto qualcosa. Ci ferisce perché va dritto all’”orgoglio reggino” che è in noi. Non siamo giustizialisti (nemmeno innocentisti, però), non siamo come quelli che devono per forza trovare un capro espiatorio ed accusarlo di tutto. Le cronache narrano di varie indagini aperte da tempo dalla locale Procura. Non sappiamo che esiti avranno, sappiamo che se anche ci fosse un solo arresto non avrà fallito unicamente lui, ma avremo fallito tutti noi reggini perché, noi, in qualche modo, tacitamente (chi più chi meno) saremo stati in qualche modo suoi “complici”. In che modo “complici”? Metaforicamente “complici”, ovviamente, per aver avuto il grande, immenso torto di aver assistito immobili al furto di ciò che è (era) nostro. Ecco perché siamo tutti “complici”. Uno dei più grandi difetti di noi reggini è il far spallucce e sospirare. Il lassismo imperante. L’attendismo. Troppo impegnati a pensare che la manna ci debba cadere dal cielo mentre, ahinoi, da sotto gli occhi, ci hanno impunemente e senza ritegno alcuno derubati. Ecco perché noi de “Il Reggino”, piccolo periodico online, ci sentiamo offesi dagli ampiamente prevedibili e previsti eventi. Crediamo nella Giustizia (con la G maiuscola) e se qualcuno ha sbagliato è giusto che paghi. Nessun arresto, se mai ci sarà, ci ripagherà del sopruso che abbiamo subito. Nessun eventuale processo ci ripagherà dell’umiliazione che, oggi più che mai, stiamo avvertendo dentro di noi. Nessuna eventuale condanna penale ci ridarà quello che ci siamo lasciati togliere da sotto il naso come degli emeriti c… Sì, perché un popolo che non ha attributi merita di essere colonizzato e non invece di essere padrone del proprio destino. Sveglia Reggio! Sveglia Reggini!