
Inizia tutto con un semplice “Hai saputo che?” o, ancora, con “Ma non lo sai cos’è successo a Tizio?”, e potremmo continuare così. All’infinito. Un pò come un “virus” di cui tutti siamo portatori sani, il pettegolezzo è una voce infondata che si divulga velocemente all'interno di una qualsivoglia società. Non si distingue per religione, razza o ceto sociale. Molto spesso le “dicerie” sono leggende (quelle che qualcuno definisce “leggende metropolitane”), cose bizzarre che accadono quasi sempre ad “amici degli amici” ed, anche se buona parte di esse possono manifestarsi come infondate e calunniose, bisogna riconoscere che spesso possono contenere una parte di verità.
A tal proposito, potremmo provare a stilare un vasto elenco sulle diverse tipologie di “dicerie”. Abbiamo, infatti, quei pettegolezzi aventi uno stile a dir poco “fiabesco”, oppure pettegolezzi che nascono da verità “romanzate” ed arricchite dal cosiddetto “passaparola” o, dulcis in fundo, i tanto deprecabili pettegolezzi “malsani”. Ordunque, nel primo stile di diceria, quello “fiabesco”, possiamo posizionare le frasi che si dicono per un conversare futile e distensivo, al bar o dal parrucchiere. Esse non dovrebbero avere alcuna finalità se non quella di farci trascorrere qualche ora in spensieratezza con amici, “sparlando” dei non presenti (ovviamente). Il secondo, da noi denominato quale vero e proprio “romanzo”, è da catalogare come una maldicenza nata da una base di verità che, però, durante il “passaggio” da una persona ad un’altra, perde completamente fondamento divenendo filtrata, modificata e deformata. Infine, l’ultima categoria è quella del pettegolezzo “malsano”. Esso è fortemente calunnioso ed infamante al punto da divenire addirittura davvero pericoloso per l’ equilibrio psicologico di chi lo subisce e che, presto o tardi, ne verrà a conoscenza (un “anello” della catena, prima o poi, incontrerà il protagonista e, magari candidamente, dirà “Sai cosa dicono (loro, gli altri) di te?” e, poi, che il turpiloquio abbia inizio. A chi non è mai capitato, di essere vittima di un pettegolezzo che, quantomeno inizialmente, ci ha fatto tribolare? E chissà quante volte, invece, siamo stati noi i “carnefici” più o meno volontariamente?Fin qui abbiamo giocato a collocare i vari tipi di chiacchiere, dando loro un ordine differenziato in base all’intenzione con cui lo si racconta. Ma se è vero che le dicerie nella maggior parte dei casi sono innocue, vi sono situazioni in cui possono diventare davvero deleterie in quanto, trovando la loro genesi nell’invidia, sono in grado di arrivare ad intaccare le relazioni sociali di una persona sino a portarla addirittura all’emarginazione. In casi del genere possiamo menzionare, ad esempio, i cantanti Marco Masini e Mia Martini. Quest’ultima, in particolare, esiliata dallo show business addirittura si è suicidata perché qualcuno aveva messo in giro la voce che portasse sfortuna. Dati gli strepitosi effetti della diceria e del pettegolezzo sulla credulità popolare, non è escluso che molte persone o gruppi sociali interessati, possano mettere in giro delle dicerie “ad arte” al fine, ad esempio, di screditare un avversario politico ovvero di ottenere crescita di consenso rispetto ad una determinata idea. La chiacchiera sociale è, perciò, da considerare come una “verità” non verificabile, la cui infondatezza esercita addirittura un fascino per la possibilità che offre di immaginare. Sergio Benvenuto, psicologo presso il Cnr di Roma e autore di un saggio intitolato “Dicerie e pettegolezzi”, spiega come essi siano “espressione di paure e desideri inconsci. E più che da intenzioni malevole, spesso i pettegoli sono spinti dal desiderio di sentirsi e mostrarsi vicini alla persona oggetto della curiosità”. Possiamo, dunque, affermare che il pettegolezzo da bar, pertanto non nocivo, può rappresentare un modo per soddisfare una momentanea smania di protagonismo, un modo per “occuparsi di” senza “preoccuparsi degli effetti” sicuramente non in modo amorevole e benevolo della gente di cui si “sparla”. Addentrarsi nel labirinto del pettegolezzo, è “un’arte” (seppur nell’accezione negativa del termine) o, assai peggio, un “passatempo” irrinunciabile e, finanche, come abbiamo visto, pericoloso? Chi di questo spasso ne fa quasi un modus vivendi, è ossessionato dallo spessore del soggetto che, magari, con la sua ombra lo copre oppure, per esempio, quest’ultimo è, “semplicemente”, ciò che il primo vorrebbe essere? Dice bene chi afferma che “Se parlano di me in questi termini, la verità è che la mia vita è assai più interessante della loro”. O no?