Tutti “pazzi” per (o con?) la virtualità

altaltaltSiamo nell’era del web, un’ era in cui tutto è a portata di click. Sempre più sovente capita di non aver voglia di uscire da casa, di annoiarsi, di non voler interagire con il mondo ”reale” quasi come si avesse una strana forma di repulsione verso i rapporti interpersonali. Allora che si fa? Ci si connette a “Facebook”, così, tanto per ammazzare il tempo. E, magari, si fa a gara a chi ha più amici, come se il numero di questi ultimi possa in qualche modo esser legato alla popolarità di ciascuno di noi. E si passa sempre più tempo “on line” a controllare se sono arrivati messaggi fino al punto di rimanerne quasi intrappolati.

Si, perché attraverso i famigerati social network alla cui famiglia “Facebook” appartiene a pieno titolo, milioni di persone, e non solo giovani, pubblicano i loro profili, le loro foto, organizzano eventi, creano gruppi e restano sempre collegati all’account di posta spesso distratti ognuno dalle proprie attività principali rendendoli, così, “schiavi” di inviti o messaggi di presunti “amici” (ahinoi, spesso non si conosce veramente neppure il 10% delle persone presenti nel proprio profilo). Per non parlare poi della privacy che assume uno status inversamente proporzionale all’aumentare degli “amici” accettati (per nostra o altrui iniziativa). Questa, però, altra non è che una scelta ben precisa che ognuno di noi ha fatto, più o meno coscientemente dipende, al momento dell’iscrizione ed a cui, comunque, “Facebook” consente di ovviare in corsa attraverso vari restrizioni e limitazioni in sede di “impostazioni”. Il vero rischio, comunque, è la dipendenza che ne può derivare se di questo straordinario “mezzo” (e non “fine”) si abusa o, peggio ancora, non lo si impara ad utilizzare per il vero scopo per cui è nato: socializzare con persone che, probabilmente, assai difficilmente si sarebbero potute incontrare nella vita di ogni giorno e con le quali si sarebbe potuto stringere rapporti anche se di sola semplice conoscenza. Il social network più diffuso al mondo, è stato creato nel 2004 dallo studente Mark Zuckerberg ed ha superato in pochissimo tempo il precursore “MySpace” o il successivo “Twitter” adorato dai Vip del jet-set a stelle e striscie. Ad oggi, il “faccia-libro” più famoso al mondo, vanta versioni in più di 20 lingue ed il considerevole numero di 125 milioni di iscritti. In Italia è un fenomeno esploso nell’autunno 2008 con oltre 16 milioni di iscritti (all’epoca), pari quasi al 25% dell’intera popolazione nazionale. In tal modo non si rischia di inficiare i tradizionali ed ormai quasi ritenuti superati rapporti umani? Gli amici non s’incontrano quasi più, un po’ perché si è divenuti sempre più pigri ed un po’ perché pare non ci sia più tempo assoggettati ad una vita che va sempre più di corsa. Ad onor del vero, bisogna però ammettere che questo “fenomeno” ha i suoi lati positivi.  Stiamo, infatti, assistendo ad una trasformazione epocale, un mutamento prezioso del modo di farsi conoscere, di trovare perfino lavoro e, magari, assistenza e contatti utili. Ed anche se tale fenomeno non sarà gradito ai nostalgici ed ai tradizionalisti, legati sicuramente ad altre forme di comunicazione, crediamo che lo stesso sia da far rientrare nell’ottica di una  forma di libertà di espressione in tutti i settori. La soluzione sarebbe semplice: mondo reale supportato (e non surrogato) da quello virtuale.

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Author: Maurizio Gangemi